Ecco quando e perché gli italiani hanno smesso di essere un popolo di risparmiatori

Alberto De Pasquale

12 Agosto 2026 - 08:22

In trent’anni l’Italia è passata da leader del risparmio a un tasso più basso della media, tra maggiore pressione fiscale e precarietà del lavoro.

Ecco quando e perché gli italiani hanno smesso di essere un popolo di risparmiatori

Era il 1995, in Italia si formava il primo governo interamente «tecnico», la Lira subiva forti svalutazioni e la capacità di risparmio delle famiglie era alta, a livelli che non sarebbero più stati raggiunti. Più di quelle tedesche, francesi e spagnole, circa trent’anni fa le famiglie italiane erano infatti in grado di mettere da parte una quota significativa del proprio reddito, di molto superiore a quella raggiunta negli ultimi anni.

C’è però subito da dire che un alto tasso di risparmio non è automaticamente un dato positivo, né negativo: tutto dipende dai motivi per i quali si risparmia e da cosa succede all’investimento (qualora ci sia). Guardando a ciò che è successo da allora nelle principali economie europee, però, c’è chi (la Germania) è riuscita a essere stabilmente risparmiatrice e chi (l’Italia) è andata incontro a un progressivo declino.

Tra risparmio e prudenza

Se si osserva l’andamento del tasso di risparmio delle famiglie (in percentuale del reddito disponibile) è possibile desumere uno spaccato molto chiaro delle differenze strutturali tra Germania, Francia, Italia e Spagna dal 1995 al 2025. Partiamo dal punto più evidente e trasversale: il picco del 2020. Come indicato dal grafico, tutte e quattro le linee, rappresentative delle prime quattro economie Ue, hanno registrato un’impennata improvvisa e sincronizzata.

È l’effetto diretto della pandemia e dei lockdown: le opportunità di consumo (viaggi, ristorazione, servizi) si erano ridotte drasticamente, mentre i redditi, sostenuti in parte dai meccanismi di protezione sociale, erano rimasti relativamente stabili. Il risultato è stato un risparmio «forzato». In quella fase la Germania ha toccato un tasso di risparmio di quasi il 23-24%, la Francia ha superato il 20%, mentre l’Italia si è avvicinata al 18% e anche la Spagna, abituata a livelli più bassi, è salita oltre il 17%.

Quanto si risparmia in Europa Quanto si risparmia in Europa Quota di risparmio rispetto al reddito disponibile (per Francia e Spagna dati fino al 2024)

Scende il risparmio

Dopo il 2021 il fenomeno si è esaurito e le curve sono tornate a scendere, ma non allo stesso modo per tutti i paesi: la Germania è risultata il paese più stabile e strutturalmente “risparmiatore”. Dalla metà degli anni ’90 fino al 2019 la linea nera ha oscillato in un intervallo piuttosto stretto, tra il 16 e il 18%, con una leggera tendenza al rialzo negli ultimi anni pre-Covid. Dopo il picco del 2020 è rimasta su livelli comunque elevati (intorno al 19-20%), nettamente sopra tutti gli altri. Questo riflette una cultura del risparmio più consolidata e un sistema previdenziale che incentiva l’accumulo privato, ma naturalmente anche redditi medi più alti. L’Italia presenta il percorso più interessante.

Nel 1995-96 partiva dai livelli più alti (oltre il 22%), coerenti con la tradizionale immagine della famiglia italiana risparmiatrice. Da allora è iniziata però una discesa quasi ininterrotta: andato sotto il 15% già nei primi anni Duemila, il tasso di risparmio delle famiglie italiane ha continuato a calare durante e dopo la crisi del debito sovrano, arrivando a toccare minimi intorno al 10-11% tra il 2018 e il 2019. Il rimbalzo del 2020 è stato temporaneo: tra il 2023 e il 2025 la linea azzurra si è stabilizzata di nuovo intorno all’11%. In trent’anni l’Italia è passata quindi da essere paese leader del risparmio a uno dei più bassi del gruppo, segno di un cambiamento profondo nei comportamenti, tra maggiore pressione fiscale e precarietà del lavoro.

Un recente studio della Banca d’Italia ha sottolineato come le famiglie dell’Eurozona hanno rafforzato la cautela nelle spese, più del previsto, dopo la pandemia. Nonostante la risalita dei redditi a partire dal 2022 (e malgrado lo shock energetico innescato dall’invasione russa dell’Ucraina), il tasso di risparmio ha ripreso a salire. Una parte della recente contrazione dei consumi privati ​​riflette il marcato rialzo dei tassi di interesse, ma d’altra parte pure l’inflazione stessa, erodendo la ricchezza finanziaria reale delle famiglie, ha rappresentato un ulteriore e in gran parte imprevisto freno ai consumi. Anche al netto di questi fattori, l’aumento del tasso di risparmio rimane insolitamente elevato rispetto agli standard storici: una possibile spiegazione è che le famiglie nutrano aspettative pessimistiche sul proprio reddito a causa delle crisi ravvicinate sperimentate negli ultimi anni.

Nel caso dell’Italia, però, il quadro è diverso e meno favorevole. Mentre nell’Eurozona oggi il tasso di risparmio si è stabilizzato su livelli più alti del periodo pre-pandemia, nel nostro paese è tornato a oscillare intorno all’11-12%, valori simili a quelli del 2018-2019 e ben lontani dai picchi del 2020. Il contrasto con il 1995 è netto: al tempo l’Italia partiva da oltre il 22%, il livello più alto tra le quattro economie, superiore anche a quello tedesco. In trent’anni la propensione al risparmio delle famiglie italiane si è quasi dimezzata, mentre in Germania è rimasta stabilmente elevata e la Francia ha consolidato un rialzo post-Covid. Dietro questo declino strutturale pesano redditi reali più compressi, maggiore precarietà, pressione fiscale e cambiamenti demografici e di abitudini, che limitano la capacità di accumulo rispetto al passato.

Fonte

Banca d’Italia