Nel febbraio 2022, quando la Russia invase l’Ucraina, sembrava l’alba della terza guerra mondiale. I media si riempirono di scenari apocalittici, gli analisti si rincorsero nel prevedere crolli finanziari e gli investitori iniziarono a tremare. Ottobre 2023, Hamas attacca Israele e Tel Aviv risponde con una feroce offensiva su Gaza. Ancora una volta, i titoli dei telegiornali parlarono di tempeste perfette per l’economia globale. Ora, nel 2025, Israele ha colpito direttamente l’Iran, e i riflettori sono di nuovo accesi su una possibile escalation mediorientale.
Eppure, a osservare i dati di borsa, il quadro appare sorprendente. I mercati globali hanno reagito, sì, ma senza panico. L’oro ha consolidato i suoi massimi, il petrolio è risalito da livelli insolitamente bassi e il dollaro, al contrario, ha subito qualche pressione, ma per motivi più interni alla politica monetaria americana che al rischio bellico. Il famigerato Liberation Day evocato da Trump ha generato più sconcerto nei talk show che sulle piazze finanziarie.
Questa reazione tiepida dei mercati di fronte a crisi geopolitiche anche gravi non è un’eccezione. È la regola. La storia dei mercati finanziari racconta che gli eventi bellici, a meno che non colpiscano direttamente la capacità delle aziende quotate di generare utili, vengono digeriti rapidamente. Dal 1978 ad oggi, sono stati undici i conflitti riconosciuti come guerre dalle fonti internazionali, e in soli due casi – Prima Guerra del Golfo e crisi siriano-libica del 2011 – i mercati hanno chiuso in rosso.
Un dato ancor più eloquente: dall’inizio della guerra in Ucraina, l’indice MSCI World ha registrato un +38% (inclusi dividendi). Dall’attacco di Hamas, un ulteriore +28%. Altro che vendite di panico. La borsa globale ha mostrato resilienza e capacità di adattamento, sfruttando anche le dinamiche economiche che spesso accompagnano i periodi bellici, come la corsa agli armamenti o la spinta su infrastrutture e tecnologia.
Non va dimenticato che anche durante i due grandi conflitti mondiali del ‘900, i rendimenti di Wall Street sono rimasti solidi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo S\&P 500 ha guadagnato il 40% in sei anni, con un rendimento annuo del 4,9% che, inclusi i dividendi, superava l’11%. Nella Prima Guerra Mondiale, gli indici americani generarono rendimenti positivi, sebbene penalizzati dall’inflazione.
Il confronto storico è utile anche per raffreddare gli animi. Eventi come Pearl Harbor o l’11 settembre hanno generato shock immediati, ma nel giro di pochi mesi i mercati azionari hanno recuperato. Secondo LPL Research, nei 37 shock geopolitici principali analizzati, solo in 12 casi l’anno si è chiuso in negativo. Mediamente, il tempo necessario per tornare ai livelli pre-crisi è stato di 50 giorni.
Chi investe dovrebbe dunque distinguere tra impatti reali e reazioni emotive. Il vero pericolo, per i risparmiatori, non è il razzo che colpisce una raffineria, ma il clic compulsivo su “vendi” appena parte un’edizione straordinaria in TV. La finanza comportamentale lo insegna: perdere soldi in borsa durante le guerre è difficile, ma perdere opportunità è facilissimo.
Sì, ogni guerra è diversa. Sì, il rischio sistemico esiste. Ma anche questa volta, come molte prima, si sente dire che “è diverso”, che “stavolta i mercati crolleranno”. Eppure, i dati smentiscono i titoli urlati: il lungo periodo premia chi mantiene la rotta.
Conflitti e volatilità, emozioni e investimenti: in mezzo ci siamo noi, chiamati a scegliere se fidarci della storia o dei titoli del giorno.
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