È un’Europa disunita che non disdegna l’ambientalismo di facciata, quella che emerge dall’inchiesta del New York Times del 12 aprile, ripresa da Federico Rampini per il Corriere della sera che cita anche un rapporto del centro studi tedesco Kiel Institute.
Se i Paesi europei non importano più gas russo, a causa delle sanzioni, e gli USA cercano di isolare il Dragone, la Germania si muove in senso contrario, seppure sottotraccia, andando ad acquistare e consumare lo stesso gas russo, però in Cina. Seguendo l’adagio orwelliano, per cui tutto gli animali sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli altri. E la Germania sembra proprio sentirsi «migliore» degli altri Paesi dell’Eurozona.
Rampini riporta come la Germania abbia fatto e continui a fare importanti investimenti produttivi in Cina, da cui a tutti gli effetti dipende in larga parte per la sua economia, generando massicce emissioni carboniche, ma evitando le penalizzazioni imposte dalle normative europee.
In questo modo, Il Paese viola le sanzioni che la stessa Unione europea ha varato verso la Russia, poiché il gas di cui fruisce la Cina è ancora importato dalla stessa Russia, e costa meno.
Il reportage del New York Times cita due casi emblematici della grande industria germanica: il gruppo chimico Basf e la casa automobilistica Volkswagen.
La Basf ha 30 stabilimenti chimici in Cina, e lungi dal ridurre la sua presenza, ora ha deciso di rafforzarla, con la costruzione di un nuovo impianto, per un investimento da 10 miliardi di euro.
Il chief executive della Basf, Martin Brudemueller, è stato molto chiaro e ha spiegato che gli impianti in Cina sono fonti di profitto essenziali per tenere a galla l’azienda: «Senza gli affari che facciamo in Cina non potremmo finanziare la nostra ristrutturazione in Europa. Non c’è un solo investimento europeo che sia redditizio in questo momento».
Il caso della Volkswagen è simile: vanta quaranta fabbriche in Cina. «Anche per Volkswagen gli alti costi di produzione in Europa, resi ancor più gravosi dagli obblighi di transizione veloce verso l’auto elettrica, rendono essenziali i profitti realizzati sul mercato cinese», scrive Rampini.
Insomma, come scrive Rampini, «Poiché una materia prima essenziale dell’industria chimica è il gas, conviene andare a consumarlo in Cina dove costa meno perché Putin lo vende fuori sanzioni e a prezzi scontatissimi».
La dipendenza della Germania dalla Cina è al centro anche dell’analisi del Kiel Institute che s’interroga se sia realistico lo scenario di un «decoupling», danche solo parziale. I settori dove l’industria tedesca non può fare a meno di forniture cinesi non sono tanti, però sono cruciali: dalle batterie ai pannelli solari, dai farmaci alle auto.
In questo modo, «In questo modo non solo la dipendenza verso Pechino aumenta, ma l’ambientalismo è una pura operazione di facciata, che rassicura gli elettori verdi senza spostare nulla dal punto di vista del cambiamento climatico».