Addio al gas russo, perché l’Ue rischia di passare dalla padella alla brace: i rischi per l’Italia e i vantaggi per la Cina

Giacomo Andreoli

01/03/2023

Italia e Unione europea vogliono rendersi indipendenti dal gas russo al massimo entro il 2024, ma chi sostituisce Mosca nelle forniture ci garantisce davvero sicurezza? Rischiamo di favorire la Cina?

Addio al gas russo, perché l’Ue rischia di passare dalla padella alla brace: i rischi per l’Italia e i vantaggi per la Cina

L’addio totale al gas russo entro il 2024 e la sostituzione con altri fornitori non significa la fine dei problemi energetici per l’Italia e l’Unione europea. Come spiegato a Money.it dall’esperto Matteo Giacomo Di Castelnuovo, infatti, rimarrà almeno fino al 2025 il problema strutturale dello squilibrio mondiale tra domanda e offerta di metano (sia liquido che naturale). Ma non solo: i nuovi fornitori potrebbero non essere del tutto affidabili.

Paesi come Algeria, Libia, Egitto e Azerbaijan non sembrano avere il profilo di nazioni sicure dal punto di vista geopolitico. Ma l’ultimo anno ci ha dimostrato come anche Norvegia, Stati Uniti e Qatar possano essere un problema, considerando il fatto che i prezzi del Gnl che vendono sono alti e l’Ue non è riuscita a convincerli ad abbassarli.

In tutto ciò, poi, potrebbe sorridere la Cina, che sta aumentando le importazioni di prodotti energetici dalla Russia, senza nuove sanzioni o blocchi commerciali con l’Occidente. Una situazione win-win per Pechino, che rischia di surclassare ancora una volta Europa e Stati Uniti, nonostante le ultime previsioni di un sorpasso più lontano nel tempo di quanto previsto inizialmente sull’economia di Washington.

Crisi energetica, la risposta dell’Ue è sufficiente?

L’Unione europea sta riuscendo ad affrontare la crisi energetica, che ancora traina l’inflazione e crea problemi importanti alle imprese e i cittadini, grazie alla politica di sostituzione delle forniture russe, l’inverno mite, la riduzione della domanda e il rapido riempimento degli stoccaggi.

Il price cap a 180 euro al megawattora, invece, finora non non ha avuto alcun impatto visibile sul mercato europeo del gas. A certificarlo sono l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (Acer) e l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), nella loro prima valutazione d’impatto dall’entrata in vigore del meccanismo di correzione di prezzo, avvenuta lo scorso 15 febbraio. Le due autorità, però, non escludono che gli effetti possano vedersi in futuro.

Gas russo, come lo stiamo sostituendo e perché

L’Ue secondo Eurostat, nel 2021 ha ricevuto importazioni russe pari al 40% della domanda di gas fossile, 30% di quella del petrolio greggio e 30% della richiesta di carbone. Per sostituire quest’imponente export il Vecchio Continente e il nostro Paese puntano alla diversificazione energetica: un mix di metano liquido e naturale, energia nucleare e varie fonti rinnovabili (come eolico, solare e biomasse).

Di queste fonti molto viene dall’estero, per l’enorme difficoltà delle nazioni europee di aumentare di molto la produzione energetica domestica in relativamente poco tempo. Al momento sono state eliminate il 90% delle importazioni di petrolio russo (in attesa dei dati definitivi dopo l’entrata in vigore dell’embargo a febbraio) e le forniture di metano tramite i gasdotti sono ridotte ai minimi termini. Le importazioni di carbone e di altri combustibili fossili solidi sono invece state vietate ad agosto.

Le forniture alternative di gas naturale e Gnl sono arrivate da Norvegia, Algeria, Azerbaigian, Stati Uniti e Qatar. L’Italia, che si è mossa prima di altri Paesi con il governo Draghi, ha poi stretto accordi per maggiori importazioni di metano anche con Libia ed Egitto.

In particolare è cresciuto molto il gas naturale liquefatto, con l’import aumentato del 66% a livello europeo rispetto al 2021. Tuttavia sono aumentate anche le importazioni di questo tipo di gas da quella stessa Russia da cui volevamo renderci indipendenti.

Caro bollette, prezzi bassi solo dal 2025

Secondo Lisa Fischer, responsabile del programma del think tank climatico E3G, nonostante i proclami l’Unione europea dovrebbe sostituire solo i due terzi del gas russo che otteneva nel 2021 entro il 2025, quando i prezzi di luce e gas dovrebbero tornare ai livelli pre-guerra in Ucraina.

Nel frattempo deve continuare a tenere bassa la domanda e incentivare energie rinnovabili ed efficienza energetica. La totale sostituzione dei volumi precedenti, infatti, potrebbe arrivare a partire dal 2026. Da qui al 2026, poi, l’Europa e l’Italia si trovano a dover affrontare i rischi delle nuove dipendenze.

Forniture di gas, perché l’Italia rischia di passare dalla padella alla brace

L’Azerbaigian, il Qatar, la Libia e l’Egitto sono Paesi con regimi autoritari o una scarsa reputazione in termini di diritti umani. Le rivolte popolari e l’instabilità politica o i contrasti geopolitici legati a scandali internazionali (come per il cosiddetto Qatargate) potrebbero creare problemi agli approvvigionamenti.

Ci potrebbero poi essere danni fisici o eventi atmosferici che causano interruzioni, motivo per cui sarebbe importante non dipendere troppo da una o due fonti. L’Italia invece dovrebbe arrivare a dipendere quasi per il 40% delle importazioni dall’Algeria, per il 15% dall’Azerbaigian e per oltre il 4% dalla Libia. Insieme fanno circa il 60% dell’import, una percentuale altissima da soli tre Paesi politicamente instabili.

I rischi ci sono e lo dimostra il fatto che ad esempio l’Algeria ha deciso di sospendere un volume importante di esportazioni di gas per la Spagna dopo che quest’ultima ha sposato la posizione del Marocco sulla questione del Sahara occidentale, con il riconoscimento del piano di autonomia per la regione.

Algeri sta poi scontando problemi negli investimenti in attività di esplorazione ed estrazione, oltre ai ritardi nella realizzazione di nuovi progetti e nella manutenzione delle infrastrutture. Per questo motivo nel 2022 in Italia dei 4 Gmc supplementari promessi ne sono effettivamente arrivati circa 2,4.

In maniera simile è sicuramente a rischio l’investimento per lo sviluppo di due giacimenti di gas in Libia, tramite l’accordo dal valore di 8 miliardi di dollari tra Eni e la National Oil Corporation. Il Paese è decisamente instabile e le incertezze sono all’ordine del giorno. In Egitto, invece, la produttività di alcuni giacimenti si è rivelata minore del previsto e il loro sfruttamento più problematico.

Si può investire di più sul Gnl?

Una soluzione potrebbe essere investire di più sul Gnl, che si basa su un mercato internazionale con diversi fornitori. Tuttavia al momento la capacità di rigassificazione dell’Italia, cioè della lavorazione del gas liquefatto per renderlo utilizzabile, è piuttosto bassa e le difficoltà per implementarla non sono indifferenti. Lo dimostrano le polemiche e le lungaggini burocratiche per il completamento della nave rigassificatrice a Piombino.

Secondo Snam ce ne servono almeno altre due, tra Toscana e Sud Italia e per Alessandro Lanza, docente di Energy and environmental policy della Luiss e direttore della Fondazione Eni, dovremmo costruirne di onshore, ma su questo la nostra politica industriale non decolla. Secondo le comunità locali e le associazioni ambientaliste, forti di diversi dati scientifici, si tratta infatti di strutture inquinanti che per loro andrebbero sostituite con nuove fonti rinnovabili.

La stipula di contratti a lungo termine di Gnl, poi, sarebbe difficile, dato che gran parte delle forniture per il futuro sono già state acquistate, e si potrebbe andar contro gli obiettivi climatici dell’Unione europea, che prevede zero emissioni inquinanti entro il 2050.

Addio al gas russo, cosa ci guadagna la Cina

In questo quadro la Cina ha tratto vantaggi importanti dalle sanzioni energetiche contro la Russia. Mosca ha infatti aumentato le vendite a Pechino di gas, carbone ed elettricità, in maniera imponente, mitigando gli effetti delle sanzioni occidentali.

Il governo cinese, poi, vista la situazione sta anche aumentando le vendite di Gnl. Questo anche perché la domanda interna era calata drasticamente a causa delle restrizioni Covid. Ora che quest’ultime sono saltate la situazione potrebbe cambiare e la Cina potrebbe vendere meno Gnl o addirittura sottrarre parte dell’offerta globale all’Occidente (anche se quello dei Paesi Ue rimane il primo mercato di acquisto).

Infine l’Europa dipende molto dalla Cina per i pannelli solari e le materie prime essenziali, di cui l’Ue ha estremamente bisogno nella situazione attuale, in cui la green economy è diventata un’esigenza materiale oltre che una necessità etica. Insomma: Pechino al momento ha tutto da guadagnare dalla sostituzione europea dei prodotti energetici russi con quelli di altre nazioni.