Fuga dal debito americano? I numeri restano solidi, ma la percezione sta cambiando

Raphael Raduzzi

09/02/2026

Il piccolo (?) fondo pensione danese liquida i suoi titoli di stato americani dopo le tensioni sulla Groenlandia. E’ il canarino nella miniera?

Fuga dal debito americano? I numeri restano solidi, ma la percezione sta cambiando

Per decenni, dal dopoguerra, il dollaro e i titoli di Stato americani sono stati il centro di gravità della finanza globale.

Il luogo dove parcheggiare riserve, coprire rischi e cercare sicurezza nei momenti di tempesta. Oggi quel ruolo non è in discussione nei numeri, ma inizia a esserlo nella percezione politica e strategica. E quando la percezione cambia, i flussi finanziari prima o poi seguono.

Nelle ultime settimane di dibattito sulla presenza americana in Groenlandia, è passata forse sotto traccia una notizia. Il fondo pensione AkademikerPension, ovviamente danese dato il contesto, che gestisce circa 25 miliardi di dollari di risparmi previdenziali, ha annunciato la vendita integrale dei propri titoli di Stato americani, per circa 100 milioni di dollari. Una cifra infinitesimale rispetto al mercato globale, basti pensare che a livello europeo deteniamo circa 3.600 miliardi di treasury americani. Tuttavia, il segnale politico e simbolico rimane. Il direttore degli investimenti del fondo, Anders Schelde ha spiegato che il debito pubblico americano viene ormai percepito come meno sostenibile e più esposto a rischi politici. In altre parole: non è solo una questione di rendimento, ma di affidabilità strategica.

A Washington il messaggio è stato colto immediatamente. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha minimizzato l’impatto dei disinvestimenti europei, definendoli “irrilevanti dal punto di vista finanziario”. Ma la reazione politica di Trump non si è fatta attendere, segno di qualche nervo scoperto: in un’intervista di qualche giorno fa, Donald Trump ha avvertito che “ci sarà una ritorsione” se l’Europa dovesse vendere asset americani, citando esplicitamente i titoli di Stato USA. Gli asset finanziari sono a tutti gli effetti strumenti di potere geopolitico.

I fondi pensione, le assicurazioni ed i gestori patrimoniali europei detengono tra titoli di stato ed altre forme di investimenti obbligazionari ed azionari circa 10.000 miliardi di dollari di asset. Secondo alcune stime solo un 30-40% dell’esposizione finanziaria sarebbe, come si suol dire, ‘hedgiata’ e cioè coperta da altri strumenti derivati per tutelarsi dal rischio. La posizione netta dell’Europa verso gli USA resta quindi enorme: una quota rilevante del risparmio europeo è di fatto scommessa sulla stabilità del dollaro e sulla solidità del mercato americano.

In sintesi, se le continue minacce dell’amministrazione Trump verso la UE sono più che sensate per via del grande surplus commerciale che nel vecchio continente accumuliamo ogni anno verso gli states, è altrettanto vero che anche l’Europa avrebbe un coltello dalla parte del manico.

Ed in effetti, a giudicare dall’andamento del dollaro qualche scricchiolio si è sentito. Lo US dollar index, un indice che tiene conto di un paniere delle principali valute scambiate con i dollari a livello globale, ha segnato un indebolimento del 3% nell’ultima settimana, in buona parte il risultato dell’indebolimento del dollaro verso l’euro.

Per ora, tuttavia, non c’è alcuna fuga di massa. I Treasury continuano a essere collocati senza difficoltà e gli investitori europei restano tra i principali compratori del debito federale statunitense.

Ma il punto centrale non è se oggi esista una fuga dagli asset americani. Non esiste. I numeri restano solidi, i flussi non si sono invertiti, Wall Street continua ad attrarre capitale globale.

Il punto è se la direzione di marcia è cambiata.
E per la prima volta dopo decenni, grandi investitori istituzionali iniziano a porre domande sul rischio geopolitico americano, e dunque su quanto effettivamente siano esposti verso gli USA. O ancora, su quante delle loro posizioni in asset USA abbiano una copertura sul rischio di ulteriore calo del dollaro. Alcuni potrebbero anche pensare di spostare gli investimenti da diretti ad investimenti tramite derivati: ad esempio invece di detenere treasury americani detenere future sugli stessi. Altri potrebbero pensare di reinvestire quanto liquidato di asset americano nella valuta o addirittura nel mercato nazionale. Molte domande a cui spesso la risposta porta dritto dritto ad un deprezzamento del dollaro.

Il dollaro resta il perno del sistema.
Ma attorno a quel perno, lentamente, si sta aprendo uno spazio di ripensamento.