Fondi pensione, contribuzione media 2.990 euro l’anno. Così l’Italia sta condannando milioni di lavoratori alla povertà da anziani

Alberto De Pasquale

16/06/2026

In Italia l’adesione è molto più bassa al confronto con le altre economie avanzate: il grande ritardo nel paese che vede la pensione come un miraggio.

Fondi pensione, contribuzione media 2.990 euro l’anno. Così l’Italia sta condannando milioni di lavoratori alla povertà da anziani

Mentre l’Italia invecchia e la spesa pensionistica aumenta, qualcosa si muove nel settore della previdenza complementare. Anche con novità imminenti.

Dal primo luglio arriveranno i primi effetti della recente riforma: da quella data per i neoassunti del settore privato scatterà l’automatica destinazione del TFR ai fondi pensione sulla base del meccanismo del silenzio-assenso, ossia nel caso in cui il lavoratore non effettuerà una scelta (entro 60 giorni dall’assunzione).

In attesa di capire a quali conseguenze pratiche porterà il nuovo sistema (probabilmente a un aumento degli iscritti), nel nostro paese la partecipazione alla previdenza complementare rimane bassa.

Il gap italiano

Dai dati Ocse risulta che in Italia solo quasi il 27% della popolazione in età lavorativa, ossia nella fascia tra i 15 e i 64 anni, partecipa ai piani pensionistici complementari. Nel 2025 si è trattato all’incirca di 10,5 milioni di persone, in crescita di quasi il 5% rispetto ai livelli del 2024, come confermato dalla Relazione annuale svolta dalla Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, recentemente presentata alla Camera. Per contestualizzare il divario nel confronto con altri paesi Ocse, basti pensare che altrove la partecipazione è più che doppia. In Germania e in Irlanda la previdenza complementare riguarda infatti oltre due persone in età lavorativa su tre (rispettivamente, il 66% e il 67%) e in Giappone il 59%, mentre tornando in Europa, in Spagna, che pure non sfonda su questo aspetto, gli iscritti superano il 29%.

Storicamente il sistema pensionistico italiano è stato più generoso rispetto a quelli di altri paesi Ocse. Per decenni ha offerto elevati tassi di sostituzione, limitando l’urgenza dei lavoratori a costruirsi una pensione integrativa: una tendenza che non è cambiata anche dopo l’introduzione del sistema contributivo in sostituzione di quello retributivo. Ci sono poi da considerare i limiti economici. Molti lavoratori, in particolare giovani, donne e residenti nelle regioni del Sud, spesso percepiscono redditi troppo bassi e hanno carriere discontinue che lasciano poco margine per accantonare risorse. A incidere sul caso italiano, comunque, c’è anche l’alto tasso di inattività (che abbassa la quota di iscritti in rapporto alla popolazione in età lavorativa).

Manca liquidità

A livello medio nel 2025 la contribuzione è stata di 2.990 euro, che sale a 3.110 euro nel caso dei lavoratori dipendenti e scende a 2.780 euro per i lavoratori autonomi. La mancanza di liquidità è un limite oggettivo: destinare una parte dello stipendio (o del TFR) a un fondo pensione appare come un “lusso” che non tutti possono permettersi. Non a caso, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto risultano le regioni con i più alti tassi di adesione alla previdenza complementare, complici la maggiore presenza di occupazione stabile e imprese di grandi dimensioni. Nelle regioni settentrionali si concentra il 57,3% degli iscritti, mentre solo il 22,9% risiede al Sud e nelle Isole. Infine, c’è anche il fattore della scarsa cultura finanziaria: in molti non hanno piena consapevolezza di quanto potranno ridursi gli assegni pensionistici nei prossimi anni, né dei possibili vantaggi fiscali e contributivi offerti dalla previdenza complementare.

Indicatori demografici della previdenza complementare Indicatori demografici della previdenza complementare Principali caratteristiche dei 10,5 milioni di iscritti ai piani pensionistici complementari in Italia

Nonostante i numeri in lenta crescita registrati negli ultimi anni, in Italia la partecipazione alla previdenza complementare continua a essere caratterizzata da forti squilibri legati al genere e all’età. L’adesione ai fondi pensione e alle altre forme di previdenza integrativa rimane infatti più diffusa tra alcune categorie, mentre altre risultano ancora poco rappresentate. Sono soprattutto gli uomini a iscriversi alla previdenza complementare: nel 2025 hanno rappresentato il 61,2% degli aderenti, contro il 38,8% delle donne. Questo divario riflette differenze che interessano il mercato del lavoro, come livelli retributivi mediamente più elevati, una maggiore continuità occupazionale e una più alta presenza maschile nei settori in cui la previdenza complementare è maggiormente diffusa. Anche dal punto di vista anagrafico emergono disparità importanti. Gli iscritti risultano concentrati soprattutto nelle fasce di età intermedie e tra coloro che si avvicinano al pensionamento, categorie che tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle future esigenze previdenziali e una più elevata capacità di risparmio. Al contrario, la partecipazione dei giovani rimane ancora limitata. Nel 2025 gli iscritti under 35 sono stati appena il 20,8% del totale degli aderenti, una quota comunque in crescita rispetto al 17,5% registrato nel 2020. Sebbene l’aumento segnali un progressivo interesse delle nuove generazioni verso gli strumenti di integrazione pensionistica, il loro coinvolgimento resta contenuto.

Il ruolo dei giovani

Sono proprio i giovani il target a cui guarda maggiormente il settore. Le pensioni si basano su versamenti costanti nel corso della vita lavorativa: per chi entra tardi nel mercato del lavoro e con paghe basse, come accade oggi ai giovani neolaureati, si profila spesso un futuro a tinte fosche, nella consapevolezza che l’eventuale pensione sarà molto bassa. C’è quindi chi sta puntando sui giovanissimi per diffondere l’abitudine a destinare una parte dei propri risparmi a uno strumento previdenziale. Il Trentino-Alto Adige è stata la prima regione in Italia a prevedere un contributo da 300 euro per ogni neonato, versato direttamente nella sua posizione previdenziale. Per i piccoli risparmiatori sono previste ulteriori erogazioni da 200 euro all’anno per i successivi quattro anni, a patto che la famiglia versi almeno 100 euro all’anno nella stessa forma di previdenza complementare. Esperienza replicata anche in Friuli-Venezia Giulia, che ha attivato un simile piano di incentivi per le famiglie che scelgono di investire in un fondo di previdenza complementare per i propri figli.

Fonte

Covip