Fondazioni italiane: cosa sono, quanto valgono e perché fanno discutere

Salvatore Casolaro

01/11/2025

Tassazione agevolata, miliardi di patrimonio e un sistema di vigilanza frammentato: tutto quello che c’è da sapere sul mondo (opaco) delle fondazioni.

Fondazioni italiane: cosa sono, quanto valgono e perché fanno discutere

In Italia il mondo no-profit muove capitali ingenti: oltre 50 miliardi è il patrimonio gestito dalle sole fondazioni bancarie che si presentano come motori di solidarietà, cultura e innovazione sociale.

Ma dietro l’immagine virtuosa si muove parallelamente un sistema complesso, dove agevolazioni fiscali, scarsa trasparenza e intrecci con la finanza e la politica trasformano spesso la missione filantropica in uno strumento di potere e trasferimento di ricchezza. Nel nostro Paese operano complessivamente quasi 9000 fondazioni (di cui 85 sono quelle bancarie), un arcipelago di soggetti difficilmente monitorabili.

Anche l’apparato statale fa ricorso a questa forma giuridica: la Fondazione Milano Cortina 2026, nata il 9 dicembre 2019 per volontà del CONI, del CIP, delle Regioni Lombardia e Veneto e dei Comuni di Milano e Cortina, è l’ente incaricato di organizzare i Giochi Olimpici e Paraolimpici Invernali italiani. L’obiettivo è garantire maggiore flessibilità gestionale, rapidità nelle procedure e possibilità di attrarre sponsor e capitali privati, mantenendo al tempo stesso la supervisione pubblica degli enti fondatori. Nel maggio 2024 la Guardia di Finanza ha avviato indagini sugli appalti digitali affidati alla società ex Vetrya ora Quibyt e su alcune procedure interne di assunzione.

Dal non profit al Terzo Settore: una nuova cornice per la solidarietà organizzata

La riforma del 2017 ha ridisegnato il perimetro del non profit italiano, trasformandolo in un sistema più ordinato e trasparente: il Terzo Settore. E’ stato emanato un Codice ed un Registro (RUNTS-Registro Unico Nazionale del Terzo Settore) operativo dal 23 novembre 2021. Oggi ne fanno parte realtà come Emergency, Auser, Caritas, CSVnet o le cooperative sociali Legacoop e Confcooperative, che operano in ambiti di interesse generale come l’assistenza, l’inclusione e la cultura. Al di fuori restano invece soggetti storicamente non profit ma regolati da normative proprie: le fondazioni bancarie (come Cariplo o Compagnia di San Paolo), i partiti e i sindacati, le università e gli enti religiosi, che possono eventualmente costituire “rami ETS” per specifiche attività.
La differenza non è solo formale: comporta vantaggi e obblighi concreti. Gli ETS possono ottenere un riconoscimento giuridico più veloce, raccolgono fondi anche in forma organizzata e continuativa, godono di agevolazioni fiscali, in particolare per le erogazioni liberali (donazioni, lasciti), hanno la possibilità di accedere al 5x1000, possono stipulare convenzioni con la PA ed hanno accesso al credito agevolato. In cambio devono rispettare regole più stringenti di trasparenza, rendicontazione e limiti alla distribuzione degli utili. Per una fondazione o un ente già riconosciuto, l’iscrizione al RUNTS implica una scelta strategica: entrare in un sistema più vigilato ma anche più integrato nelle politiche pubbliche di welfare e coesione sociale. Chi resta fuori mantiene maggiore autonomia gestionale, ma rinuncia a parte dei benefici e della visibilità istituzionale garantita dal nuovo modello.

Cosa sono le fondazioni d’impresa

Le fondazioni d’impresa (o corporate foundations) sono enti non profit istituiti e finanziati da un’azienda o da un gruppo industriale per realizzare attività di interesse generale, spesso nel campo della cultura, della ricerca, dell’arte, della sostenibilità o del welfare.
Sebbene molte operino con rigore e trasparenza, altre rischiano di scivolare nel “greenwashing sociale”: progetti filantropici usati come vetrina di responsabilità sociale, senza reale impatto misurabile.
Spesso, la rendicontazione dell’impatto è affidata a consulenti esterni scelti dagli stessi finanziatori; i risultati vengono comunicati in modo selettivo e le metriche restano interne.
La distinzione tra filantropia autentica e marketing reputazionale o interessi privati è labile.

La Fondazione Leonardo Del Vecchio, creata dal fondatore di Luxottica, rappresenta uno dei casi più emblematici di filantropia d’impresa strategica in Italia. Nata per sostenere la ricerca scientifica e il sistema sanitario, ha concentrato i propri interventi su Milano, investendo somme imponenti — fino a 500 milioni di euro — nello sviluppo del polo IEO-Monzino, punto di eccellenza per oncologia e cardiologia. Attraverso una partecipazione del 18,46% nello IEO e l’acquisizione di immobili circostanti, la Fondazione punta a costruire un hub integrato di cura, ricerca e formazione, con l’obiettivo di coniugare efficienza privata e missione pubblica. Sarà una coincidenza ma nella Fondazione partecipano istituti bancari come Mediobanca e BPM al centro del risiko di questi ultimi mesi che ha avuto come protagonista anche il gruppo Del Vecchio.
Il modello scelto — una fondazione no-profit — consente di unire la libertà d’azione e la rapidità del privato con finalità sociali di lungo periodo, rafforzando infrastrutture e accesso alle cure. Ma questo approccio, per ampiezza di mezzi e capacità d’intervento, mostra anche i confini sempre più sfumati tra filantropia e potere economico.

La Fondazione Giorgio Armani è un altro degli esempi di fondazione d’impresa e di famiglia in Italia, creata con finalità filantropiche ma anche di tutela del patrimonio e continuità del marchio. È stata istituita nel 2016 su volontà diretta dello stilista Giorgio Armani, con sede a Milano, e riconosciuta come fondazione di diritto privato. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato promuovere la cultura e i valori legati alla moda, al design e alla creatività italiana, dall’altro garantire stabilità e indipendenza futura al gruppo Armani, proteggendo la visione e l’eredità del fondatore. Nel dettaglio, la fondazione detiene una parte significativa delle quote della Giorgio Armani S.p.A., in modo da assicurare la continuità gestionale e impedire che il controllo del gruppo passi in mani esterne o si disperda dopo la scomparsa del fondatore. È quindi, di fatto, anche uno strumento di governance e di pianificazione successoria, pur mantenendo una veste filantropica e culturale.

Il potere delle fondazioni bancarie: tra autonomia e influenza economica e politica

Le fondazioni di origine bancaria continuano a essere un attore silenzioso ma determinante non solo per la cultura, la ricerca ed il welfare locale ma anche per l’intero sistema economico e finanziario. I numeri diffusi da Acri nel Trentesimo Rapporto Annuale (luglio 2025, relativo ai bilanci 2024) confermano la forza di queste istituzioni: 42,5 miliardi di patrimonio contabile, un attivo totale di 50,8 miliardi, proventi per quasi 2,9 miliardi e oltre 22mila progetti sostenuti nell’ultimo anno.
L’esercizio 2024 è stato particolarmente positivo dal punto di vista economico: i proventi totali sono arrivati a 2,9 miliardi di euro, in aumento del +44,7% rispetto ai 2 miliardi del 2023.
Il motore principale restano i dividendi, pari a 2,16 miliardi di euro (+42,1% rispetto al 2023), con una composizione che rivela molto della strategia finanziaria delle Fondazioni: 1,4 miliardi da partecipazioni bancarie (48,2% dei proventi); 760 milioni da partecipazioni non bancarie (26,1%).
Seguono i proventi dalla gestione degli strumenti finanziari (538,6 milioni, 18,5%), dalle gestioni patrimoniali (86,1 milioni, 2,9%) e da altre fonti straordinarie o non finanziarie (121,4 milioni, 4,2%).
Il dato evidenzia una persistente dipendenza dal settore bancario: nonostante trent’anni di progressivo disimpegno, le Fondazioni continuano a ricevere quasi la metà delle loro entrate dalle banche conferitarie. Una realtà che alimenta il dibattito sulla reale autonomia gestionale e sulla capacità di diversificare il portafoglio.
Nel 2024 le Fondazioni hanno erogato 1,09 miliardi di euro a 22.299 progetti. Una cifra rilevante, il miglior risultato degli ultimi 14 anni, però apparentemente non così efficace rispetto ai ricavi. L’importo medio per iniziativa è di 49mila euro, con una moltiplicazione di micro-progetti che spesso faticano a produrre cambiamenti strutturali.
Negli ultimi anni Banca d’Italia e BCE hanno più volte richiamato le fondazioni a ridurre la loro presenza nel capitale degli istituti conferitari, sottolineando il rischio di conflitti d’interesse e la necessità di una reale separazione tra la funzione filantropica e quella finanziaria. Nonostante trent’anni di riforme e moniti, però, la dipendenza dal sistema bancario resta forte.

I nodi da sciogliere

Le fondazioni godono in Italia di un regime fiscale tra i più favorevoli del panorama giuridico, pensato per incentivare la filantropia ma spesso utilizzato anche come strumento di ottimizzazione patrimoniale. In primo luogo, gli utili ed i redditi derivanti da attività istituzionali non sono soggetti a imposte dirette come l’IRES, mentre i redditi patrimoniali – provenienti da immobili o investimenti finanziari – sono in gran parte esenti se destinati a fini di utilità sociale. Anche sul fronte delle imposte locali, gli immobili utilizzati per attività culturali, assistenziali o educative sono esenti da IMU, TASI e TARI. Le agevolazioni si estendono poi agli atti di donazione, successione e trasferimento patrimoniale: i beni donati o lasciati in eredità a una fondazione riconosciuta non scontano imposte di successione né imposte ipotecarie o catastali, rendendo la fondazione uno strumento ideale per la tutela intergenerazionale dei patrimoni familiari.
Alle donazioni di privati e imprese si applicano ulteriori benefici: i cittadini possono detrarre fino al 30% delle somme donate o dedurre fino al 10% del reddito complessivo, mentre le imprese possono dedurre le liberalità fino al 10% del reddito d’impresa, senza limiti assoluti. Anche sul piano finanziario, le fondazioni che reinvestono i rendimenti in attività sociali sono esentate dall’imposta del 26% prevista per gli investimenti ordinari. Sul versante IVA, invece, le attività istituzionali – educative, sanitarie, culturali – sono considerate non commerciali e dunque escluse dall’imposta.
Questo insieme di vantaggi crea un regime fiscale quasi neutro, che consente di preservare e accrescere grandi patrimoni privati sotto l’ombrello dell’interesse collettivo. È il motivo per cui molte famiglie imprenditoriali e gruppi economici scelgono la forma della fondazione: non solo per finalità filantropiche, ma anche per garantire continuità, protezione fiscale e controllo dei propri asset. In questo senso, la fondazione diventa spesso una “cassaforte filantropica”: formalmente dedicata al bene comune, ma strutturalmente funzionale anche alla gestione efficiente del patrimonio e alla riduzione dell’imposizione fiscale.

La supervisione è frammentata tra Ministero dell’Interno, Mef, Regioni e Prefetture, senza un registro unico né standard uniformi di bilancio. La Corte dei Conti ha più volte denunciato il rischio che enti “para-pubblici” vengano usati per aggirare vincoli di spesa o di trasparenza.
Anche la Banca d’Italia, attraverso l’Unità di Informazione Finanziaria, ha segnalato che alcune fondazioni possono diventare schermi opachi per il riciclaggio o per il finanziamento illecito, complici controlli ancora disomogenei e un registro dei titolari effettivi non pienamente operativo. A questo si aggiunge un effetto sistemico: le fondazioni più grandi, forti di patrimoni e fiscalità privilegiata, tendono a occupare spazi di finanziamento pubblico e privato, mettendo in ombra le realtà minori del Terzo settore. Il risultato è una filantropia a due velocità: da un lato i grandi enti manageriali, dall’altro migliaia di piccole organizzazioni che sopravvivono ai margini, spesso più radicate ma sempre più marginalizzate.