Mentre i preparativi per il ritorno dell’uomo sulla Luna diventano sempre più serrati, il settore spaziale sta vivendo una fase di accelerazione senza precedenti, destinata a ridefinire non solo l’esplorazione scientifica ma soprattutto i modelli di business di un’industria che promette di diventare uno dei principali driver di crescita nei prossimi decenni.
Sono passati soltanto due mesi dalla missione Artemis II, che ha visto gli astronauti circumnavigare il satellite naturale della Terra stabilendo il record di distanza da casa per un equipaggio umano, e già si lavora intensamente alla Artemis III, la missione che riporterà l’uomo – o meglio, tra gli altri, l’astronauta italiano Luca Parmitano – sulla superficie lunare nella seconda metà del prossimo anno.
Si tratta di un passo intermedio fondamentale verso l’obiettivo del 2028, quando, a quasi sessant’anni dall’allunaggio di Apollo 11, un nuovo equipaggio toccherà di nuovo il suolo lunare con la missione Artemis IV.Questo ambizioso programma governativo rappresenta tuttavia soltanto l’inizio di un viaggio molto più lungo e, soprattutto, molto più costoso.
Secondo le visioni più audaci, la Luna non è che una stazione di passaggio verso obiettivi ben più ambiziosi. Gwynne Shotwell, direttrice operativa di SpaceX, ha infatti dichiarato che entro il 2050 flotte interplanetarie potrebbero collegare regolarmente la Terra con Marte, ospitando circa un milione di coloni umani e generando un giro d’affari stimato intorno ai 30.000 miliardi di dollari. Numeri che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati liquidati come pura fantascienza, ma che oggi trovano concretezza nei piani industriali di una delle aziende più seguite al mondo.
Sarà l’IPO del secolo?
Proprio domani a New York verrà quotata in Borsa SpaceX, la società fondata da Elon Musk e da molti già definita “l’IPO del secolo”, nonostante il secolo sia ancora giovane. La creatura di Musk, con sede a Starbase in Texas – una vera e propria città costruita appositamente per le attività spaziali – opera su tre pilastri principali: lo spazio, le connessioni e l’intelligenza artificiale. La prima area comprende i servizi di lancio orbitale, il trasporto di merci e astronauti, le missioni governative e lo sviluppo del sistema Starship.
La seconda, incarnata da Starlink, rappresenta la costellazione di satelliti in orbita bassa che fornisce connettività internet globale e costituisce al momento il segmento più redditizio dell’azienda. Nel 2025 Starlink ha generato 11,38 miliardi di dollari di fatturato con un utile operativo di 4,42 miliardi. L’intero gruppo, invece, ha chiuso l’anno con ricavi complessivi per 18,7 miliardi di dollari, pur registrando una perdita netta di 5 miliardi, trainata principalmente dalle ingenti spese nel settore dell’intelligenza artificiale, dove il giro d’affari è stato di 3,2 miliardi a fronte di perdite operative per 6,35 miliardi.
I dettagli dell’offerta pubblica
I numeri dell’offerta pubblica iniziale sono destinati a rimanere nella storia della finanza. La domanda ha superato di quattro volte l’offerta: a fronte di una raccolta prevista di 75 miliardi di dollari si è arrivati a circa 250 miliardi per appena il 5% del capitale sociale. Ciò significa che il flottante – ovvero le azioni effettivamente negoziabili quotidianamente – sarà estremamente limitato, una caratteristica che potrebbe accentuare la volatilità del titolo una volta avviate le contrattazioni. Elon Musk manterrà un controllo ferreo sulla società, conservando l’85% dei diritti di voto, mentre il prezzo di collocamento è stato fissato a 135 dollari per azione, una valutazione piuttosto aggressiva che lascia poco margine di apprezzamento iniziale al mercato.
Particolarmente significativa è anche la decisione di destinare circa il 30% delle azioni alla clientela retail americana, una quota molto superiore al solito 5-10% riservato tipicamente agli investitori individuali. Uno degli aspetti più interessanti per gli investitori istituzionali riguarda l’ingresso nel Nasdaq 100. Contrariamente alla prassi che prevede un’attesa di 90 giorni, SpaceX sarà inclusa nell’indice dopo soli 15 giorni dal debutto. Questo determinerà un acquisto automatico da parte di tutti i fondi passivi e gli ETF che replicano l’indice, con un effetto potenzialmente esplosivo sulla liquidità e sulla capitalizzazione di mercato. Gli analisti più ottimisti prevedono che il market cap possa schizzare immediatamente tra 1.750 e 1.800 miliardi di dollari, una cifra superiore del 50% rispetto all’intera capitalizzazione di Borsa di Milano. Si tratterebbe di un valore che posiziona SpaceX tra i giganti tecnologici mondiali fin dal primo giorno di quotazione.
Naturalmente non mancano le voci più caute. Morningstar, pur riconoscendo le straordinarie potenzialità del settore e della società, stima un valore intrinseco non superiore a 780 miliardi di dollari, sottolineando come le ingenti spese per ricerca e sviluppo, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi di trasporto interplanetario, possano pesare sulla redditività per diversi anni a venire. Il rischio di esecuzione rimane elevato: ritardi nei lanci, problemi tecnici con Starship o una crescita più lenta del previsto di Starlink nei mercati emergenti potrebbero deludere le aspettative del mercato.
Il monopolio di Musk
Allo stesso tempo, i potenziali upside sono notevoli. Il monopolio di fatto nei lanci riutilizzabili, la scalabilità di Starlink e le sinergie con le attività di intelligenza artificiale di Musk rappresentano barriere all’ingresso formidabili per la concorrenza.Per gli investitori italiani e europei l’operazione rappresenta un’occasione unica di esposizione a uno dei temi di lungo periodo più potenti dell’economia globale: la space economy. Un settore che, secondo le proiezioni più accreditate, potrebbe valere migliaia di miliardi di dollari entro il 2040 tra turismo spaziale, estrazione di risorse lunari, manifattura in microgravità e connettività satellitare. La presenza di Luca Parmitano nella missione Artemis III aggiunge inoltre un elemento di orgoglio nazionale che potrebbe facilitare l’interesse degli investitori retail domestici verso il titolo una volta disponibile sui mercati internazionali.
Resta da capire se il mercato saprà premiare la visione di lungo termine di Musk oppure se, come spesso accade con le storie di crescita iperbolica, finirà per penalizzare le inevitabili fasi di esecuzione e gli alti livelli di indebitamento legati allo sviluppo tecnologico. Quel che è certo è che, con questa IPO, SpaceX non sta solo entrando in Borsa: sta entrando ufficialmente nell’immaginario degli investitori come la compagnia che potrebbe trasformare la frontiera spaziale in uno dei principali motori di creazione di valore del XXI secolo.