La misura anticipata dal governo si trasforma in boomerang: le spedizioni calano drasticamente ma i prodotti continuano a entrare in Italia via camion dopo lo sdoganamento in altri Paesi Ue.
Pensata per arginare il fenomeno del fast fashion asiatico e generare entrate aggiuntive per la manovra economica, la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-UE con valore inferiore a 150 euro si sta già rivelando controproducente. Introdotta dal primo gennaio 2026, in anticipo rispetto al resto d’Europa, la misura sta infatti generando risultato opposti a quelli sperati: flussi che cambiano rotta, gettito a rischio e perdita di terreno per il sistema logistico nazionale.
Il problema, emerso con chiarezza già in queste prime settimane di applicazione della norma, è che i grandi colossi dell’e-commerce come Shein e Aliexpress hanno rapidamente riorganizzato le proprie catene logistiche, sfruttando le differenze normative all’interno dell’Unione Europea.
I dati dell’Agenzia delle Dogane mostrano infatti come, nei primi quindici giorni dell’anno, ci sia stato un crollo del 40% delle spedizioni dirette in Italia rispetto allo stesso periodo del 2025. Tuttavia, il calo registrato non significa che i prodotti non arrivano più ai consumatori italiani, ma semplicemente che hanno cambiato strada, aggirando completamente il prelievo fiscale.
Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, la confederazione dei trasporti e della logistica, ha spiegato così la dinamica: “Su un aereo con migliaia di pacchettini, 2 euro a spedizione diventano un costo enorme, anche fino a 20.000 euro. Un camion costa molto meno, sui 2.500 o 3.000 euro a viaggio”. Una differenza economica che ha spinto gli operatori a modificare completamente i flussi commerciali.
Le triangolazioni che aggirano la misura
Dietro il meccanismo di elusione c’è un sistema di triangolazioni attraverso il quale le merci provenienti dalla Cina e da altri Paesi asiatici non atterrano più direttamente negli aeroporti italiani, ma vengono dirottate verso hub logistici europei in Paesi che non hanno ancora introdotto la tassa.
Le destinazioni preferite sono Liegi in Belgio e Budapest in Ungheria, anche se non si escludono Francoforte, Colonia e Parigi. Una volta sdoganate in questi scali, le merci acquisiscono status comunitario e possono circolare liberamente nel mercato unico europeo, raggiungendo l’Italia via camion senza dover pagare alcun contributo aggiuntivo.
L’aeroporto di Malpensa ha già subito le conseguenze più evidenti di questa riorganizzazione, perdendo oltre trenta voli cargo dall’inizio di gennaio. Gli operatori del settore segnalano anche alcuni casi paradossali di aerei che continuano ad atterrare in Italia, ma la cui merce viene immediatamente caricata su camion, portata oltre confine per lo sdoganamento e poi riportata indietro per la distribuzione finale.
Mancato coordinamento con l’UE e gettito a rischio
La manovra economica aveva stimato entrate per 122,45 milioni di euro nel 2026, con proiezioni di 245 milioni a regime. Cifre ora messe seriamente in discussione dalla diffusione di tali pratiche elusive. Come denuncia Cappa: “Non incassiamo il contributo, le merci entrano comunque, aumentano i camion e l’inquinamento, e perdiamo traffici, occupazione e fatturato”.
Il nodo centrale della questione rimane la mancanza di coordinamento europeo. L’Italia è infatti, insieme alla Romania, l’unica ad aver deciso di anticipare una misura che l’Unione Europea introdurrà in modo armonizzato solamente dal primo luglio 2026, con un dazio di 3 euro. Questa scelta unilaterale crea inevitabilmente un vantaggio competitivo per gli altri Paesi membri, trasformando la norma italiana in quello che è stato definito un vero e proprio “boomerang” economico.
Per queste ragioni, Confetra ha presentato una richiesta formale al governo per emendare il decreto Milleproroghe e rinviare l’applicazione della tassa a luglio, allineandola alla normativa europea.
Anche Assaeroporti ha appoggiato la proposta. Valentina Menin, direttrice generale dell’associazione, ha sottolineato che la scelta di procedere autonomamente rende la misura “non solo inefficace nel contrasto ai fenomeni di concorrenza sleale, ma addirittura dannosa per le imprese della logistica operanti in Italia e per il sistema aeroportuale nazionale”.
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