Cosa succede se lo Stretto di Hormuz resta chiuso per mesi? Lo shock petrolifero che spaventa le banche centrali
La crisi dello Stretto di Hormuz sta rapidamente trasformandosi da tensione geopolitica regionale a fattore sistemico capace di influenzare le politiche monetarie globali.
L’intensificarsi degli attacchi a petroliere e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico ha riacceso i timori di uno shock dell’offerta petrolifera, con il prezzo del Brent tornato stabilmente verso la soglia dei 90-100 dollari al barile. Questo scenario, apparentemente lontano dai centri decisionali occidentali, sta invece esercitando una pressione crescente su Europa e Giappone, costringendo le rispettive banche centrali a riconsiderare strategie che fino a pochi mesi fa sembravano orientate verso un allentamento.
Nel caso dell’Eurozona, la Banca Centrale Europea si trova in una posizione particolarmente delicata. Dopo aver interrotto il ciclo di tagli dei tassi a metà 2025, l’istituto guidato da Francoforte osserva ora con crescente preoccupazione il rischio che il rincaro energetico si trasmetta all’inflazione di fondo. Il problema non è tanto l’aumento immediato dei prezzi alla pompa, quanto la possibilità che questo si traduca in aspettative inflazionistiche persistenti. Alcuni esponenti più restrittivi iniziano a suggerire che una reazione potrebbe arrivare prima del previsto, segnale che il mercato non può ignorare. In un contesto in cui la crescita resta fragile, anche solo il rinvio di politiche accomodanti rappresenta un fattore destabilizzante per i mercati finanziari. [...]
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