Entrare o no nel Board of Peace di Trump? Ecco cosa rischia davvero la sovranità italiana

Andrea Venanzoni

26 Gennaio 2026 - 06:46

La pace nell’era della governance aziendale: anatomia del Board of Peace di Trump. Rischi per l’Italia?

Entrare o no nel Board of Peace di Trump? Ecco cosa rischia davvero la sovranità italiana

Francesco Galgano, ormai molti anni fa, concludeva il suo volume ‘Lex mercatoria’ sottolineando come e quanto i meccanismi della ‘democrazia aziendale’ si fossero inoculati nel cuore della globalizzazione e nel ventre di quelle che Maria Rosaria Ferrarese ha dipinto come le sue istituzioni. Vero è che questo quadro non riguarda più soltanto la globalizzazione e il diritto internazionale privato, la legge del commercio, ma si è ormai prepotentemente affacciato sul palcoscenico delle relazioni istituzionali e del diritto internazionale pubblico.

Possiamo cercare, ovviamente, di convincerci che il diritto internazionale abbia comunque mantenuto viva la sua testimonianza e la sua presenza, proprio mediante il regime della sua forma privatistica, ma non c’è alcun dubbio che a interessare, occupare e preoccupare, per autoevidenti ragioni, sia principalmente quel diritto che nel e col reticolo di organismi sovranazionali dovrebbe garantire il mantenimento della pace. In questo quadro, il Board of Peace voluto da Donald Trump sta suscitando vasti interrogativi e non meno banali inquietudini.

Annunciato nel settembre 2025, passato attraverso una risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite, la n. 2803, inizialmente il Board avrebbe dovuto riguardare la ricostruzione di Gaza e il mantenimento della pace nell’area mediorientale. In realtà, si è ben compreso, e in poco tempo, che l’organizzazione ambisce ad acquisire orizzonti ben più ampi e una rilevanza decisamente più centrale nell’ordine internazionale.

Friedrich Schiller ha scritto ‘questa età senza imperatori, questa età spaventosa’. A ben scrutare la fisionomia strutturale del Board of Peace emerge come essa sia più affine a una monarchia assoluta di matrice aziendale piuttosto che a un mero consiglio di amministrazione e alla democrazia aziendale di cui parlava Galgano. E se per Maria Rosaria Ferrarese, il processo simbiotico tra globalizzazione e ordinamenti nazionali ha portato anche i secondi ormai a conoscere un passaggio dal governo alla governance nel caso del Board of Peace la governance si sublima in una vocazione regale. Come insegnava Ernst Kantorowicz ne ‘I misteri dello Stato’, il passaggio dalla sovranità regale a quella sottoposta alla legge si attua mediante la divinizzazione di questa ultima che finisce per innervare di sacralità la comunità politica tutta. Nel caso del Board of Peace abbiamo un ritorno alla visione del Principe incarnante la sfera del sacro applicata al politico. Ingegneria istituzionale che mescola tra loro schmittiana teologia politica, realismo geopolitico, machiavellismo morale e logica aziendale.

La struttura in questo senso è molto esplicita. Certo, esiste un Board primario, composto dai leader politici dei vari Paesi, c’è un Board esecutivo che irradia la propria competenza funzionale sulla diplomazia e sugli investimenti, ma poi tutto, iper-verticisticamente, ascende al Chairman. E questo Chairman-Re è una figura che fonda il proprio potere su un’accezione unilaterale e quasi sacrale del proprio potere, attraverso l’investitura ereditaria del proprio successore e mediante la non revocabilità del suo mandato. A conferma di questa impostazione un dato tanto semplice quanto radicale: il Chairman è Donald Trump, non semplicemente il Presidente degli Stati Uniti. A livello statutario, la carica trascende e prescinde dall’essere anche Presidente americano, cosa che prelude a un Trump vertice dell’organismo anche oltre il suo mandato presidenziale. Siamo nel territorio del derridiano ‘fondamento mistico dell’autorità’, nello spazio corporeo della regalità che finisce per coincidere con il fisico del Sovrano e in territori da iconografia del ‘Cesare americano’ che tanto solletica Curtis Yarvin e Michael Anton.

Dopo il 7 ottobre 2023, si è rivelato ai pigri occhi del mondo un elemento puramente fattuale: le Nazioni Unite col passare del tempo, nel tentativo di integrare, e non solo rappresentare, le ragioni dei blocchi non-liberal democratici e non occidentali, si sono avviate in una deriva verso la prevalenza di un lessico sovente incompatibile con la ragion pratica occidentale. Non per caso, e per purissimo paradosso, abbiamo registrato Paesi che dei diritti umani fanno solitamente strame posizionati a presiedere organismi di tutela dei diritti umani in ambito ONU. In prospettiva americana, da tempo, gli organismi sovra-nazionali più che garanzia di pace sono divenuti vettori di influenze e politiche anti-americane. In questo senso, il Board of Peace rappresenta un’ONU alternativa fondata sul presupposto del ritorno alle ragioni dell’ordine americano: la natura iper-verticistica, al di là delle convenienze trumpiane, ricorda la non scalabilità societaria delle grandi società del Tech, nelle quali le posizioni privilegiate garantite dalla detenzione di azioni speciali si configurano come garanzia di stabilità. Quindi, non deve apparire contraddittorio veder figurare nel Board anche Paesi decisamente alieni alla latitudine democratico-liberale, perché semplicemente gli stessi vengono qui inseriti in un differente sistema, comunque egemonizzato dall’alto dal posizionamento americano.

E l’Italia?

Come ha ricordato Tommaso Edoardo Frosini in un suo editoriale di pochi giorni fa, l’articolo 11 della nostra Costituzione non è semplicemente ostacolo per l’adesione italiana al Board of Peace ma anche potenziale via di fuga per la Presidente del Consiglio, che così senza urtare la notoria suscettibilità di Trump potrebbe declinare l’invito ad aderire proprio nel nome della previsione costituzionale. In effetti, le limitazioni di sovranità implicate dai processi di adesione a organismi internazionali devono essere connotate da condizioni di parità. Lo Statuto e l’organizzazione del Board non appaiono, by design, implicare condizioni di parità. Il Monarca-CEO domina comunque l’orizzonte dell’organizzazione e il consiglio di amministrazione e quello esecutivo gli appaiono in certa misura subordinati. Naturalmente potrebbe obiettarsi che le ‘condizioni di parità’ ormai, pure nelle strutture internazionali e sovra-nazionali considerate ‘classiche’, appaiono più formali che non davvero sostanziali. D’altronde, la stessa Italia uscita sconfitta e devastata dal II conflitto mondiale si poneva in ontologica condizione asimmetrica rispetto altri Paesi. E quello stesso inciso, giustamente definito ‘nebuloso’ (G. Vosa, “In condizioni di parità con altri Stati”: spunti per una rilettura dell’articolo 11 della Costituzione”), sembra creare più problemi interpretativi di quanti ne risolva.

A mio avviso, però, più che le condizioni di parità in gioco c’è una differente prospettiva da considerare: ovvero, davvero l’Italia limiterebbe la propria sovranità aderendo al Board of Peace? L’asimmetria appare palese, ma che in gioco ci sia davvero la sovranità, sia pure nell’ambito di una dinamica internazionalistica, appare più discutibile. La matrice aziendalistica e funzionalmente connessa a investimenti fa apparire il Board come una cerniera tra il diritto internazionale pubblico e il diritto della globalizzazione: un organismo che ambisce a determinare la pace, e la diplomazia, attraverso logiche privatistiche e appunto aziendalistiche. Duplica le funzioni dell’ONU, in via di fatto, ma non è l’ONU e non ambisce ad emularne la natura, al massimo le funzioni. La vera questione è però politica; servirebbe davvero all’Italia entrare in una simile struttura? Ad oggi, scorrendo la lista dei Paesi che hanno aderito, la prospettiva di adesione appare non esattamente irresistibile. Bene quindi utilizzare l’approfondimento costituzionale per prendere tempo e valutare un eventuale consolidamento dell’organismo, a fronte di ipotetici nuovi ingressi, ovvero soggetti statali più rilevanti rispetto quelli che attualmente sono dentro.

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