Effetto Trump su tassi Fed: era tagli a rischio, piaga inflazione assillerà gli USA

Laura Naka Antonelli

06/11/2024

Attenzione: con la vittoria di Donald Trump alle Elezioni USA i tagli dei tassi della Fed sono a rischio. Il motivo si chiama inflazione.

Effetto Trump su tassi Fed: era tagli a rischio, piaga inflazione assillerà gli USA

Tassi Fed ora ostaggio di Donald Trump? E fino a che punto?

Ormai è ufficiale: a vincere le Elezioni USA è stato il candidato repubblicano Donald Trump, che ha avuto la meglio sulla rivale democratica Kamala Harris.

Wall Street per ora festeggia, confortata dalla chiarezza dell’esito dell’Election Day, che qualche analista, nei giorni scorsi, aveva temuto incerto fino alla fine, e anche per giorni, visto il testa a testa dato dai sondaggi tra Trump e Harris.

Niente incertezza: sarà il tycoon a guidare gli Stati Uniti per i prossimi quattro anni, decidendo dunque la direzione da dare, oltre che alla politica interna e alle relazioni estere dell’America, anche alla sua economia.

Domanda d’obbligo: che succede ai tassi Fed con Donald Trump presidente?

La domanda è dunque non solo inevitabile, ma anche necessaria: cosa accadrà all’inflazione made in USA e, dunque, ai tassi sui fed funds, che dettano praticamente legge alla politica monetaria di tutto il mondo?

La risposta la stanno dando, e in realtà l’hanno già anticipata, i mercati, in particolare la direzione del dollaro e dei rendimenti dei Treasury: con Trump l’inflazione rischia di tornare a salire.

Non per niente, alla vigilia di quello che sarà quasi sicuramente il secondo taglio dei tassi firmato dalla Federal Reserve di Jerome Powell, l’attenti c’è già, e anche da un po’: il mondo si rassegni a un destino di tassi più alti per un periodo di tempo più lungo, ovvero si rassegni all’avverarsi della profezia di “ rates higher for longer ”.

A rassegnarsi dovrà essere per forza di cose anche la BCE di Christine Lagarde.

Più inflazione con Trump con politica fiscale espansiva

L’outlook di tassi USA destinati a rimanere a livelli elevati per un periodo più lungo di quanto atteso trova la sua ratio nella politica fiscale che Donald Trump ha intenzione di lanciare.

Destino vuole che alcuni tagli delle tasse inclusi nella stessa legge che il tycoon ha varato durante la sua prima presidenza, iniziata nel 2016, ovvero nel “Tax Cuts and Jobs Act” del 2017, scadranno alla fine del 2025, quando Trump avrà appena terminato il primo anno del suo secondo mandato alla Casa Bianca.

È più che lecito pensare che una delle prime cose che farà Trump sarà estendere i tagli alle tasse prossimi alla scadenza, che sono inclusi in quella legge che tanto è stata criticata dai democratici, in quanto considerata a favore soprattutto dei più ricchi.

Trump ha già detto che il suo intento è quello di aumentare la deduzione standard, ridurre le aliquote marginali per la maggior parte delle fasce di reddito e far salire l’esenzione dall’imposta sulle successioni.

Non solo: il tycoon ha lasciato intendere durante la campagna elettorale di voler stralciare il tetto massimo fissato sia a livello federale che locale sulle deduzioni fiscali, conosciuto con il nome SALT.

Tra le altre misure che interessano il fisco, l’obiettivo è di abbassare l’imposta a carico di alcune aziende fino al 15%, dunque a un livello ancora più basso rispetto a quello contemplato dalla sua stessa legge TJCA, che aveva tagliato in modo permanente l’imposta sulle aziende dal 35% al 21%.

Trump ha anche annunciato di voler consentire alle aziende USA di dedurre gli investimenti in attrezzature e ricerca.

Tutte queste iniziative sono comprese nell’ambito di una politica fiscale che può essere definita solo con un aggettivo: “espansiva”.

Il “lavoro sporco” toccherà alla Fed di Jerome Powell

Ma il problema, quando qualsiasi governo opta per una politica economica in stile spendi e spandi, è che il “lavoro sporco” contro la minaccia dell’inflazione, se così si può dire, tocca di solito alle banche centrali: e questo significa che molto probabilmente toccherà alla Fed vigilare affinché la direzione dei prezzi non torni a perdere il controllo, così come è accaduto subito con il reopening dell’economia globale post lockdown da pandemia Covid-19 e soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il 24 febbraio 2022.

Il presidente della Fed Jerome Powell ha già sbagliato una volta, quando ha sottovalutato la minaccia dell’inflazione, definendola “transitoria” (lo stesso errore è stato commesso dalla BCE). Improbabile che il timoniere della banca centrale torni a esporrre sia la reputazione della banca centrale sia l’economia degli Stati Uniti al ripetersi di quello scenario.

Certo, la domanda lecita potrebbe riguardare anche l’impatto che la presidenza Trump avrà sulle decisioni di politica monetaria della Fed: il prossimo presidente degli Stati Uniti, che salirà alla Casa Bianca all’inizio del 2025, finirà per condizionare per caso la politica monetaria dell’istituzione, concepita in realtà per essere indipendente?

Non è esclusa una guerra fredda tra Donald Trump - favorevole a tassi di interesse più bassi - e Jerome Powell, il timoniere della banca centrale americana.

L’outlook di JPMorgan su effetto dazi Trump su inflazione. Attenti anche a Goldman Sachs

Tra l’altro il rialzo dell’inflazione USA non è un semplice spauracchio: è stata una stessa analisi recente di JPMorgan ad avvertire che l’imposizione di dazi contro le importazioni USA di prodotti cinesi potrebbe avere l’effetto di far salire il tasso di inflazione addirittura di 2,5 punti percentuali, facendo ripiombare sui mercati anche la paura relativa alla possibile decisione di Powell & Co. di tornare ad alzare i tassi. Altro che tagli.

A condividere questa preoccupazione anche Jan Hatzius, responsabile economista di Goldman Sachs, che ha avvertito che le misure di politica fiscale espansiva che Trump annuncerà da presidente potrebbero far tornare l’inflazione core al di sopra del 3% nel 2025, ben oltre il target del 2% della Fed: ciò significa che il rafforzamento dei prezzi “potrebbe davvero rappresentare una ragione per ritardare quei tagli dei tassi che, altrimenti, potrebbero manifestarsi più velocemente”.

Tagli dei tassi, insomma, a rischio.

Ma in quel caso, fino a che punto una dichiarazione di guerra lanciata da Trump contro Jerome Powell potrebbe tradursi dalle parole ai fatti?

In realtà, alcuni economisti affermano che, visto che il mandato di Powell scade a maggio del 2026, è improbabile che il tycoon tiri troppo la corda, cercando addirittura di estromettere il banchiere centrale un anno prima della fine del suo mandato.

Piuttosto, secondo Stephen Brown, economista di Capital Economics, “Trump potrebbe tentare di avviare un rimpasto della Fed condizionando le future nomine dei governatori” dell’istituzione.

Guardando anche al 2025, dal dot plot del FOMC - il braccio di politica monetaria della Fed - emerge che, in media, l’outlook degli esponenti della Fed è di tassi in discesa fino al range compreso tra il 3,25% e il 3,5% alla fine di dicembre del 2025.

Tuttavia, le previsioni individuali sono ampie, e vanno da tassi tagliati fino al 2,5% a tassi che rimangono addirittura ancora al di sopra del 4%.

Sulla base di queste proiezioni, i mercati del reddito fisso puntano così a tassi sui fed funds poco al di sotto del 3,5% alla fine dell’anno prossimo.

Hatzius di Goldman Sachs ha detto qualche giorno fa di prevedere ancora quattro tagli consecutivi dei tassi nella prima metà del 2025 fino a un tasso terminale compreso tra il 3,25% e il 3,5%, ammettendo tuttavia che c’è ancora incertezza sia sulla destinazione finale che sulla velocità delle riduzioni dei tassi, nel corso del 2025.

C’è chi ha sottolineato che, in caso di rallentamento significativo del mercato del lavoro USA, i tassi potrebbero scendere, ex Trump, anche al di sotto del 3% nel 2025.

Se invece l’occupazione USA dovesse confermarsi solida, i tassi potrebbero rimanere ancora vicini al 4%.

La vittoria di Trump rende però questo outlook soggetto a diverse revisioni, anche a causa dell’altra piaga che assillerà molto probabilmente la Fed: quella del debito-deficit USA.

L’impatto economico di questa nuova presidenza di Trump sarà probabilmente volatile”, ha così messo in guardia anche Lindsay James, strategist della divisione di investimenti di Quilter Investors, continuando:

Sebbene il tycoon, così come chi lo circonda come Elon Musk, afferma di voler ridurre l’intervento dello Stato, la spesa pubblica rimarrà probabilmente molto alta, a fronte di tasse che rimarranno basse. Molte delle sue misure saranno inflazionistiche, traducendosi probabilmente in un aumento dei rendimenti dei Treasury (cosa che si sta già verificando da un po’) e mettendo così sotto pressione il piano della Fed di abbassare i tassi”.

Presenta un outlook sui tassi Usa anche James Knightley, responsabile economista della banca olandese Dutch ING, prevedendo, entro la seconda metà del 2025, un calo con Trump al 3,5%.

Se fosse stata invece la candidata democratica Kamala Harris a vincere, secondo Knightley i tassi avrebbero potuto scendere fino al 3%.