Non c’è pace per Christine Lagarde, presidente della BCE, paladina della stabilità dei prezzi dell’Eurozona, ossessionata dalla missione di riportare il tasso di inflazione dell’area al target del 2%.
La storia di questi ultimi tre anni della politica monetaria decisa dalla Banca centrale europea, a partire dai rialzi incessanti dei tassi di interesse lanciati nel biennio 2022-2023 fino ai quattro tagli del 2024 - questi ultimi considerati da molti economisti fin troppo timidi - è stata tutta forgiata dalla medesima paura che, in modi e tempi diversi, non ha mai smesso di assediare l’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale: la paura di tornare a macchiarsi di quell’errore che ha leso forse irrimedialmente la sua reputazione, come anche quella del collega e timoniere della Federal Reserve Jerome Powell. Ovvero, la paura di tornare anche solo a dire che un eventuale balzo dell’inflazione possa avere una natura “in gran parte transitoria”.
Ma ora c’è un altro grande incubo che assilla Lagarde, ancora più grande della semplice inflazione. E no, non si tratta dell’imminente ascesa alla Casa Bianca del presidente eletto Donald Trump, vicino a prestare giuramento e a guidare gli Stati Uniti almeno per i prossimi quattro anni.
La grande paura di Lagarde non si spiega solo con l’inflazione e seconda amministrazione Trump
Certo, Lagarde non ha fatto mistero, ancora prima dell’Election Day del 5 novembre scorso, del fatto di non gradire una seconda amministrazione americana nelle mani di Trump.
Ma il suo terrore non porta né il semplice nome del tycoon repubblicano né quello del fenomeno semplice, se così si può dire, dell’inflazione, che pur sta risalendo la china.
La grande paura si riassume in un vocabolo più complesso presente nel dizionario dell’economia: stagflazione.
L’inflazione dunque c’entra: ma certo, affiancata alla stagflazione, emerge come il male minore.
La stagflazione è un fenomeno infatti molto più difficile da combattere, in quanto accompagna all’ascesa dei prezzi la stagnazione dell’economia, mettendo all’angolo la politica monetaria di una qualsiasi banca centrale che voglia da un lato evitare la crescita incontrollata dei prezzi e, allo stesso tempo, scansare la stagnazione dell’economia.
In caso di stagflazione, la banca centrale si ritrova in un vicolo cieco, almeno in apparenza, orfana di qualsiasi bacchetta magica che possa risolvere il doppio problema: alzando i tassi, rischia infatti di acuire l’erosione dei fondamentali del Paese o dell’area considerata; abbassando i tassi, rischia di fomentare ulteriormente l’inflazione.
L’economista suona campanello d’allarme stagflazione
Il rischio di una stagflazione nell’area euro non è certo una doccia fredda per gli esperti di economia e di finanza.
Già prima dell’ultimo atto sui tassi del 2024, ovvero della quarta riduzione del costo del denaro che è stata annunciata dalla BCE il 12 dicembre dello scorso anno, qualche economista aveva lanciato l’avvertimento della stagflazione, proferendo la parola che riassume il grande spettro che aleggia sulla Banca centrale europea.
Cyrus de la Rubia, responsabile economista di Hamburg Commercial Bank, aveva chiaramente parlato di “stagflazione”, nel commentare il trend degli indici PMI pubblicati nel mese di dicembre, facendo notare che dai numeri era emerso come, a fronte della contrazione dell’economia, le componenti dei prezzi fossero salite per il secondo mese consecutivo.
“Le pressioni inflazionistiche rimangono alte, supportate in gran parte dal settore dei servizi, e la debolezza dell’euro alimenta i timori di una crescita dei prezzi alle importazioni nei prossimi mesi”, aveva scritto. Economia dunque traballante, a fronte di un trend rialzista dei prezzi.
La debolezza dell’economia si è manifestata poi subito in Italia nei primissimi giorni di questo anno nuovo qualche giorno fa, con la pubblicazione del PMI manifatturiero italiano di dicembre, ancora in fase di contrazione, che ha sconfessato l’ottimismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
E anche gli indici PMI dell’area euro non hanno presentato certo un quadro che lascia sperare in una ripresa solida dell’economia del blocco.
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No panic da Goldman Sachs
Certo, la buona notizia che arriva direttamente dagli analisti di Goldman Sachs, è che l’Eurozona dovrebbe riuscire comunque a sventare una recessione, nel corso del 2025.
Gli analisti della divisione di ricerca del colosso di Wall Street prevedono per l’area euro una crescita del PIL al ritmo annuo dello 0,8% nel 2025, mostrandosi più pessimisti del consensus degli esperti interpellati da Bloomberg (outlook di una espansione pari a +1,2%), ma comunque non paventando il peggio.
Il grande malato dell’Europa, The Sick Man of Europe, ovvero la Germania, dovrebbe tornare a crescere, sebbene continuando a sottoperformare il resto dell’area, con una crescita del PIL pari a +0,3% nel 2025, stando alle stime di Goldman Sachs Research.
Goldman Sachs non teme dunque una stagflazione, tutt’altro, ritenendo che sia l’inflazione headline che l’inflazione core centreranno il target del 2% della BCE nel corso di questo anno.
Eurozona: inflazione e indici PMI, un quadro che rinfocola timori stagflazione
Detto questo, economisti che parlano del rischio di stagflazione nell’area euro, già di per sé caratterizzata da una crescita del PIL nel migliore dei casi da zero virgola, non mancano, e i dati di oggi relativi all’inflazione hanno sicuramente fatto scattare alcuni esperti sull’attenti.
Nel mese di dicembre, l’inflazione dell’Eurozona è salita a un ritmo superiore al target del 2% della BCE per il terzo mese consecutivo, alimentando nuovi dubbi sulla reale capacità dell’Eurotower di continuare a tagliare i tassi.
Nel migliore dei casi, le prospettive sono di altri ennesimi tagli pari a 25 punti base, in un contesto in cui il sospetto che tuttavia si sta insinuando nei mercati in questi primi giorni del 2025 è se Lagarde rischi di non riuscire a sotterrare l’ascia di guerra contro il trend dei prezzi neanche quest’anno, al contempo ritrovandosi con le mani legate per non dare il colpo di grazia a un’economia già in chiara difficoltà, che quest’anno sarà martellata anche dai dazi di Trump.
I numeri sono chiari: nel mese di dicembre, il PMI manifatturiero preliminare dell’Eurozona noto come indice HCOB Eurozone Manufacturing PMI, è addirittura sceso, scivolando ancora di più in fase di contrazione, attestandosi a quota 45,1 punti, rispetto ai 45,2 di novembre, deludendo le attese del consensus.
La fase di contrazione dell’attività manifatturiera, che dura almeno da due anni, la più intensa degli ultimi tre mesi a dicembre, è dimostrata dal fatto che il dato è rimasto al di sotto dei 50 punti, linea di demarcazione tra fase di contrazione (valori al di sotto) e fase di espansione (valori al di sopra).
Dall’altro lato, oggi sono stati resi noti per l’appunto altri dati che hanno messo in evidenza l’accelerazione dell’inflazione, in Italia e nel blocco.
Addirittura, in Eurozona, l’indice dei prezzi al consumo è salito a dicembre del 2,4%, stando a quanto riportato da Eurostat, in linea con le attese, ma al di sopra dei livelli di novembre e del target del 2% della BCE: stavolta a far salire l’inflazione sono stati i prezzi energetici, che sono aumentati per la prima volta dal mese di luglio.
L’inflazione core, depurata dai prezzi delle componenti più volatili come i prezzi dei carburanti e dei beni alimentari, è avanzata del 2,7%: livello che, come ha commentato Michael Field, strategist dei mercati europei di Morningstar, “rimane al di sopra del target su cui punta la BCE, pari al 2%, in modo significativo”.
Come non avere paura, in questa situazione, del fenomeno della stagflazione? E cosa potrebbe fare in questo caso la BCE di Christine Lagarde?
Inflazione Germania ben oltre il 2% della BCE, e non smette di crescere nonostante la crisi
In realtà, nel commentare nello specifico il trend dell’inflazione della Germania, che tra l’altro è in fase di recessione, Carsten Brzeski, responsabile della divisione macro di ING, ha affermato di ritenere che lo spettro della stagflazione non impedirà alla Banca centrale europea di tagliare i tassi, almeno nel prossimo meeting di gennaio.
L’inflazione tedesca, si è appreso ieri, è salita il mese scorso al ritmo annuo del 2,6%, più veloce delle stime, stando ai dati preliminari, in accelerazione dello 0,4% rispetto al mese di novembre, sulla scia di un calo dei prezzi dell’energia che è stato pari a -1,7% su base annua e di un rialzo dei prezzi dei beni alimentari pari a +2%.
E il punto è che l’inflazione in Germania, a dispetto di una crescita negativa del PIL, continua a salire almeno dal mese di settembre.
Ancora peggio l’inflazione core, balzata del 3,1% a dicembre, dopo il +3% di novembre, il +2,9% di ottobre e il +2,7% di settembre.
Inquietante anche ricordare che di minaccia di stagflazione in Eurozona si parla almeno dal 2023, come dimostra l’editoriale che venne pubblicato su Bloomberg alla fine di ottobre di quell’anno: “Europe Has Yet to Solve Half the Stagflation Puzzle”:
“Certo, l’inflazione sta rallentando. Ma l’Europa fa fronte a una recessione ”, scriveva l’editorialista Marc Ashworth.
La domanda è la seguente: cosa è cambiato da allora, a dispetto dei tagli dei tassi annunciati da Lagarde?