Il 1° maggio si è giustamente manifestato contro fenomeni quali la precarietà, lo sfruttamento, i salari da fame, il gender gap…ma nessuno si è reso conto che a marzo abbiamo raggiunto il record di occupazione italiana al 62%, un “contentino” per economisti che puntavano sul diritto al lavoro come Caffè, ma comunque un po’ di ottimismo (indipendentemente dal colore del governo in carica) fa bene all’Italia che affoga in molteplici e gravi problemi strutturali storici che sembrano irrisolvibili.
Un goccia nell’oceano, anzi che logora lentamente la roccia dell’inefficienza e dell’inerzia italica.
Osservazione 1:
Ci mancano 3-4 milioni di posti di lavoro per tendere alla media europea, quasi tutti al Sud. Il contrasto al lavoro nero deve essere più incisivo. In molti casi, si tratta di rapporti regolarizzabili e che sfuggono al fisco e all’Inps per una sotto-cultura diffusa in molte aree. Per il resto si tratta di sostenere l’occupazione femminile e giovanile, tra l’altro combattendo la cultura del poltrire all’università. Basta con questi eterni studenti.
Osservazione 2:
Il comunicato Istat va letto TUTTO. Gli occupati stabili salgono soprattutto tra gli over 50, ovvero tra quelli che non possono più andare in pensione e i lavoratori in Cig (che per l’Istat sono occupati), e salgono pure gli inattivi, ossia quelli che il lavoro hanno smesso di cercarlo. Bisogna aspettare i dati trimestrali per capire quanti sono i part time e i lavori poveri.
E’ vero, il fenomeno è ampio e complesso da analizzare però meglio vedere il bicchiere mezzo pieno che sempre mezzo vuoto. Altri dati:
1) Gli occupati, in termini di forza lavoro, sono tornati a valori che non si vedevano dal 2008, quasi al 93%.
Occupati/Forza Lavoro
Fonte: Istat
2) I lavoratori “Permanenti” sono ormai arrivati a 16 mln di unità mentre i “Dipendenti” sfiorano i 19 mln di unità. Stabili quelli “A termine” e crollo degli “Indipendenti” passati dagli oltre 6 mln dei primi anni 2000 agli attuali 5 mln.
Tipologie contrattuali
Fonte: Istat
3) Il tasso di inattivi è sceso al 33% dal quasi 39% del 2010, però l’unico tasso di inattività che è salito è quell
Tasso di inattività
Fonte: Istat
o dei giovani, nella fascia di età 15-24 anni.
Tasso di inattività
Fonte: Istat
4) I numeri però rappresentano una “vittoria di Pirro”, considerando che siamo ancora lontani dai valori di almeno il 70% della media dei paesi OCSE.
Employment rate
Fonte: Ocse
C’è ancora molto da fare e i nostri miglioramenti sono spesso più lenti e vischiosi rispetto a quelli degli altri paesi ma, con un briciolo di ottimismo della serie “eppur si muove!” riferito all’economia italiana, la speranza continua a sopravvivere.