Uno dopo l’altro, i colossi industriali europei sono venuti giù, uno dopo l’altro, tra l’indifferenza generale.
“E’ il mercato, bellezza!”: per una impresa che fallisce ce ne sono mille pronte a rimpiazzarla, si diceva.
Una fandonia, una dopo l’altra.
Ed ora non basta la “Bussola per la competitività”, il programma di cui si è appena parlato a Bruxelles per rimediare a mezzo secolo di errori: è aria fresca, anzi aria fritta.
Servirebbe molto più coraggio per leggere gli errori colossali che hanno segnato la Storia del Continente europeo: un esercizio che nessuno vuole compiere perché dovrebbe ammettere il fallimento di tutta l’architettura e della politica dell’Unione europea decisa a partire dal Trattato di Maastricht: era il 1992, il Muro di Berlino era finalmente caduto, mentre l’URSS si era dissolta ed i regimi comunisti dei Paesi d’oltre Cortina cadevano in silenzio l’uno dopo l’altro.
Un mondo nuovo e felice ci si prospettava davanti, con la fine della Guerra Fredda: ma la realtà è stata diversa.
L’Europa, che sembrava un’isola felice, si è trasformata in un inferno, con la crescita ai minimi, i debiti pubblici incombenti, e l’industria massacrata.
Caduto il Muro, finalmente ognuno poteva fare come meglio credeva: “Liberi tutti!”, ma alla fine, in realtà, siamo ormai tutti prigionieri e sconfitti.
La verità è che in giro c’è aria di disincanto, di silenziosa rassegnazione: sono mesi e mesi che la produzione italiana segna il rallentamento, complice l’aumento stratosferico dei costi dell’energia che da noi viene prodotta principalmente usando turbine a gas, a causa della riduzione delle esportazioni verso la Germania e per la crisi del comparto automobilistico, arrivato ai minimi di produzione dagli anni Cinquanta.
Pezzo dopo pezzo, azienda dopo azienda, mentre i grandi fondi di investimento americani presidiano quote non indifferenti delle poche società quotate in Borsa, in Italia, Francia a Germania il sistema industriale pencola tra le chiusure definitive degli impianti e la loro cessione ai gruppi cinesi che si dichiarano pronti a subentrare nella proprietà: è una mossa reattiva, volta ad evitare l’imposizione dei dazi di ritorsione per gli aiuti di Stato di cui beneficerebbero in patria.
Nessuno sembra avere in tasca la ricetta risolutiva, per questa che è una crisi non solo italiana. Non si ode un solo grido di allarme, quel “Fate presto!” con cui la Confindustria tambureggiava sulla stampa, chiedendo al governo dell’epoca di prendere decisioni drastiche per evitare il collasso dei titoli di Stato sui mercati finanziari. Blocco delle pensioni, tagli drastici alla spesa pubblica ed aumenti delle imposte erano l’unico rimedio possibile: politiche draconiane, che hanno distrutto la domanda interna, abbattuto i salari e le importazioni.
Una gloria passeggera, perché oggi non c’è più mercato, né all’interno né all’estero: i dazi americani, per ora dolo minacciati, ci taglieranno le gambe.
Mettiamoli in fila gli errori, per non perdere tempo:
In primo luogo, c’è il divieto di aiuti di Stato alle imprese che risale già al Trattato di Roma istitutivo della CEE, ma che ha avuto un irrigidimento col Trattato di Maastricht: l’Italia aveva goduto di una deroga amplissima, a favore del Mezzogiorno che aveva lentamente intrapreso la via dell’industrializzazione. La Cassa per il Mezzogiorno aveva tanti nemici, già in Italia, perché ribaltava il verso della crescita e delle correnti di migrazione interna. Se la ragione era quella di evitare le distorsioni della concorrenza, in realtà è venuto meno un volano immenso per gli investimenti a lungo termine e più rischiosi: quelli che hanno consentito alla Cina di industrializzarsi e che sono stati rivendicati in America come indispensabili per riportare il lavoro indietro.
Il secondo disastro è stato determinato dalla estensione a nord est dell’Unione: i Paesi ex comunisti, senza strutture di protezione sociale e con i costi del lavoro irrisori, sono stati ampiamente finanziati dai Paesi “ricchi” per infrastrutturarsi. Il risultato è che con i Fondi europei di Coesione abbiamo finanziato, anche noi Italiani, le delocalizzazioni delle nostre imprese ad Est.
Come se non bastasse, la politica europea ha combattuto i monopoli pubblici, fondamentali nei settori come le Telecomunicazioni, i servizi postali e l’Energia: nuovi gestori sono entrati sul mercato, immaginando profitti colossali. Le gare si susseguivano l’una dopo l’altra mentre gli investimenti diventavano insostenibili. In Italia, dopo il ritiro di IPSE che pure aveva vinto la gara per il 5G, ed il break-up di BLU, il consolidamento è andato avanti senza soste: prima tra Wind e Tre, e poi ancora tra Vodafone e Fastweb. Di Telecom, scorporata la rete, non rimane molto: ora, una fusione con Iliad e Poste si approssima.
Nel settore dell’energia, sono entrati decine di operatori: la gran parte ha una taglia insufficiente per fronteggiare gli approvvigionamenti di lungo periodo sul mercato estero, con la conseguenza che siamo sempre a rimorchio con le emergenze.
Ma l’errore più grave è stato l’ingresso della Cina nel WTO, deciso nel 2001 senza alcuna cautela: abbiamo dato retta agli Usa che con Clinton si erano fissati sulla necessità di abbandonare la Old Economy. La manifattura era roba del passato, da Paesi poveri: ed invece, dopo appena dieci anni, al Cina ha surclassato tutti.
Inutile parlare, a questo punto, del Green Deal, del Fit-for-35, del sistema delle aste per le emissioni della CO2, delle penalizzazioni per i costruttori di auto che continuano a vendere modelli a combustione, delle normative che hanno messo fuori servizio gli impianti siderurgici e le centrali elettriche a carbone: una furia iconoclasta che ha distrutto capitali produttivi per migliaia di miliardi di euro.
E’ ridotta ad un cimitero industriale l’Europa: ma i responsabili europei e nazionali di questo disastro si proclamano ancora Salvatori.