Negli ultimi anni, l’economia globale ha messo in evidenza una contraddizione strutturale: gli Stati occidentali hanno accumulato un livello di debito tale da limitare la loro capacità di manovra. La crescita economica stenta a ripartire, mentre i governi devono fronteggiare pressioni sociali che rendono politicamente insostenibile qualsiasi politica di austerità. In questo contesto, la tentazione di affidarsi all’inflazione come meccanismo implicito di riduzione del peso reale del debito diventa fortissima.
Il primo baluardo teorico contro l’inflazione è l’indipendenza delle banche centrali. Tuttavia, la storia dimostra che tale autonomia è spesso più formale che sostanziale. Presidenti statunitensi come Lyndon Johnson, Richard Nixon e più recentemente Donald Trump hanno esercitato pressioni esplicite sui governatori della Federal Reserve, spingendoli verso politiche monetarie più accomodanti. La conseguenza è chiara: mantenere tassi d’interesse alti per contenere i prezzi non è solo una scelta economica, ma anche un rischio di carriera per chi guida le istituzioni monetarie.
Un impegno più stringente dei governi è rappresentato dall’emissione di titoli di Stato legati all’inflazione. Il Regno Unito, ad esempio, ha introdotto già negli anni ’80 i cosiddetti “linkers”, i cui rendimenti crescono al crescere dei prezzi. Questo strumento avrebbe dovuto imporre disciplina fiscale, scoraggiando l’uso dell’inflazione come via di fuga. Tuttavia, l’esperienza recente dimostra il contrario: a giugno 2025 Londra ha speso quasi 11 miliardi di sterline in interessi solo per coprire questi titoli, pari al 63% del totale dei costi di servizio del debito. Seppur in parte episodico, il dato mostra come anche un meccanismo pensato per frenare l’erosione monetaria possa trasformarsi in un fardello aggiuntivo.
In prospettiva, i governi possono persino manipolare gli strumenti stessi. Il passaggio nel Regno Unito dal vecchio indice RPI al più contenuto CPIH per il calcolo degli interessi sulle obbligazioni ne è un chiaro esempio: un modo tecnico per ridurre gli oneri, senza intaccare il principio formale dell’impegno anti-inflazione.
Nella storia economica, i vincoli più duri all’inflazione sono stati il gold standard e i cambi fissi. Questi sistemi obbligavano gli Stati a mantenere una disciplina estrema, impedendo il ricorso a svalutazioni competitive. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia è stata spesso devastante: la Germania degli anni ’30, il Messico nel 1994 e l’Argentina nel 2001 mostrano come la rigidità valutaria possa trasformarsi in una trappola che precipita i Paesi nella deflazione, nelle crisi bancarie e infine nel default.
L’euro, al momento della sua nascita, è stato visto da alcuni come un “gold standard moderno”: una moneta unica che avrebbe impedito agli Stati membri di inflazionare via il debito. Ma la crisi greca degli anni 2010 ha dimostrato la durezza di tale vincolo: senza il sostegno della BCE, Atene sarebbe stata spinta fuori dal sistema.
Oggi il caso più delicato in Europa è quello della Francia, seconda economia della zona euro. Con un alto livello di debito, un clima sociale instabile e una crescita economica debole, Parigi rischia di trovarsi in una posizione simile a quella dell’Argentina di inizio millennio. La differenza sostanziale, però, è l’esistenza di un’istituzione come la BCE, che dal famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012 si è trasformata in un attore attivo nel contenimento delle crisi sovrane. La Germania non potrà permettersi di lasciare la Francia al proprio destino, vista la necessità di cooperazione in materia di difesa e sicurezza.
Nonostante i vari strumenti di difesa, non esistono barriere insormontabili che impediscano ai governi di scegliere la via dell’inflazione. Attraverso strumenti come la repressione finanziaria – ossia il mantenimento di tassi reali negativi e la canalizzazione forzata del risparmio privato verso il debito pubblico – gli Stati possono ridurre il peso reale dei propri obblighi. È una strategia meno visibile e politicamente più sostenibile rispetto all’austerità, ma che erode lentamente la fiducia dei mercati e la ricchezza dei cittadini.