La crescita economica degli Stati Uniti sembra solida a prima vista. A giugno, il mercato del lavoro ha battuto le attese, l’inflazione è apparsa sotto controllo e l’indice S&P 500 ha chiuso ai massimi storici. Tuttavia, un’analisi più attenta rivela segnali preoccupanti di fragilità strutturale, oscurati dai buoni risultati aziendali e dall’ottimismo dei mercati finanziari.
Dal febbraio scorso, l’economia americana ha creato 671.000 nuovi posti di lavoro. Ma circa due terzi provengono da settori meno dinamici come sanità, pubblica amministrazione e istruzione. La diffusione occupazionale nel settore privato è in calo: l’indice del Bureau of Labor Statistics è sceso sotto quota 50, un’anomalia storicamente associata alle recessioni.
Secondo Peter Berezin, stratega di BCA Research, il mercato del lavoro è vicino a un punto di rottura: se la domanda calasse ulteriormente, il tasso di disoccupazione potrebbe salire rapidamente. I lavoratori licenziati oggi faticano di più a trovare nuove opportunità, mentre i dati ufficiali sull’occupazione rischiano di essere sovrastimati, con revisioni al ribasso che passano quasi inosservate.
Il settore immobiliare, tradizionalmente uno dei primi a risentire dei cicli restrittivi della politica monetaria, mostra segnali di sofferenza. I tassi sui mutui a 30 anni restano elevati, e i mutui a tasso variabile sono sempre meno diffusi, ritardando ma non evitando l’impatto sui bilanci familiari. Gli acquirenti alla prima casa spendono una quota di reddito maggiore rispetto al picco della bolla del 2006, mentre le scorte di case nuove invendute sono ai massimi dal 2009.
La spesa dei consumatori, che ha alimentato la ripresa post-pandemica, è in contrazione da dicembre 2024. Le famiglie a basso reddito sono state le prime a ridurre i consumi, colpite da tassi elevati e inflazione da dazi. Finora, i redditi più alti hanno sostenuto il mercato, ma anche tra i benestanti si registra maggiore cautela.
Secondo Moody’s Analytics, il 20% più ricco degli americani è responsabile di oltre il 60% delle spese personali. Ma anche questa fascia di popolazione inizia a frenare. Inoltre, i risparmi accumulati durante la pandemia si stanno esaurendo, riducendo il cuscinetto che ha finora protetto la domanda interna.
L’ottimismo di Wall Street si basa sempre più su fattori speculativi, come l’euforia per l’intelligenza artificiale, piuttosto che su solidi fondamentali. L’S\&P 500 è trainato dal peso sproporzionato dei grandi titoli tech, poco rappresentativi della realtà economica locale. Al contrario, l’indice S\&P 600 delle piccole imprese — più esposto all’economia interna — è in calo dall’inizio del secondo mandato di Trump.
Molte aziende del settore manifatturiero e dei servizi che dipendono da importazioni segnalano una contrazione dei profitti netti, penalizzate dai dazi. E questo nonostante l’intera agenda tariffaria dell’amministrazione Trump non sia ancora pienamente attiva.
Il livello medio dei dazi USA salirà al 20,6% dal primo agosto. Le imprese stanno esaurendo le scorte pre-tariffarie, il che significa che gli effetti inflattivi si manifesteranno con maggiore intensità nei prossimi mesi. Anche se Trump dovesse ritardare ulteriormente l’attuazione dei dazi, il danno è ormai innescato: le aziende rallentano gli investimenti e le famiglie, incerte sul futuro, stringono la cinghia.
L’ottimismo dei mercati si basa anche sull’idea che “Trump Always Chickens Out” (TACO trade), cioè che il presidente minacci dazi senza poi applicarli. Ma se questa volta la retorica si traducesse in azioni concrete, le conseguenze per l’economia americana potrebbero essere gravi.
La combinazione di mercato del lavoro stagnante, immobiliare debole, consumi in calo e incertezza politica crea un quadro preoccupante. Il sostegno monetario è assente — la Fed è paralizzata dal timore di agire in un contesto così volatile — e quello fiscale appare inefficace: la recente legge di spesa ridurrà il reddito netto delle famiglie meno abbienti, mentre i benefici per i più ricchi non si tradurranno in maggiore consumo.
Dietro i titoli trionfalistici, l’economia USA si comporta come una rana nell’acqua che si scalda lentamente: ignara del pericolo, finché non è troppo tardi. Se la politica commerciale non cambia rotta, la ripresa americana rischia di rivelarsi una mera illusione destinata a svanire.