Deroghe e divisioni: perché le sanzioni contro la Russia non funzionano?

Andrea Muratore

19/11/2025

Appare chiaro che i Paesi che sostengono l’Ucraina non hanno le idee chiare su come concordare manovre politiche future per ridimensionare la macchina bellica di Mosca.

Deroghe e divisioni: perché le sanzioni contro la Russia non funzionano?

Le sanzioni occidentali contro la Russia proseguono tra grandi incertezze e prospettive sempre più erratiche mentre appare chiaro che i Paesi che sostengono l’Ucraina non hanno le idee chiare su come concordare manovre politiche future per ridimensionare la macchina bellica di Mosca. Le ultime settimane sono state connotate da un vero e proprio caos.

Andiamo con ordine. Innanzitutto, la grande novità è stata legata al fatto che il 22 ottobre gli Stati Uniti hanno sanzionato Lukoil e Rosneft, colossi russi del petrolio. Si è trattato delle prime sanzioni decise dalla seconda amministrazione di Donald Trump, ufficialmente mirate a escludere le due aziende dai mercati internazionali del greggio. Ma tutto questo con deroghe: Trump ha concesso all’Ungheria l’esenzione dopo la visita di Viktor Orban alla Casa Bianca, la filiale tedesca di Rosneft è stata a sua volta esentata per sei mesi dalle sanzioni su accesso ai pagamenti in dollari e inserimento nei mercati internazionali e su Lukoil si è giunti al teatro dell’assurdo.

“Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha rilasciato delle licenze che consentiranno a Lukoil di continuare a gestire molte delle sue attività in tutto il mondo fino al 13 dicembre (e fino ad aprile 2026 per la sua raffineria in Bulgaria), mentre l’azienda cerca di vendere le sue attività estere”, nota Politico.eu. Washington accetta che Lukoil possa comodamente fare cassa vendendo le sue attività: strana forma di pressione sanzionatoria con misure “enormi” come le aveva definite Trump.

Insomma, non c’è coerenza strutturale all’interno del piano americano. Le sanzioni o si fanno con convinzione e con tempi certi, con un obiettivo politico chiaro, o rischiano di apparire come un guscio vuoto. “L’efficacia complessiva dipenderà da un mix di fattori esterni: le posizioni dei principali partner statali, la capacità della Russia di manovrare nel nuovo contesto e gli effetti collaterali delle sanzioni”, nota Janes Intelligence, aggiungendo che “i primi effetti sul bilancio di Mosca si vedranno probabilmente entro tre-sei mesi”, anche se chiaramente lasciare spazio adattivo alla Russia ne depotenzia la proiezione.

Parimenti si può dire lo stesso del grande dilemma europeo sul sequestro degli asset russi congelati e i cui profitti servono oggi per alimentare gli aiuti e gli acquisti di armi destinate all’Ucraina. Ursula von der Leyen preme da tempo perché Bruxelles prenda posizione a favore della confisca di almeno 135 miliardi di euro di asset russi nell’Ue, la metà dei circa 260 miliardi tra riserve pubbliche e private e una quota paragonabile al totale degli asset sovrani della banca centrale russa presenti nel blocco. Euroclear, la società che ha in gestione 193 miliardi di euro di asset congelati, si è però opposta a una mossa che ritiene possa seriamente pregiudicare le prospettive di mercato nell’Unione Europea e creare un precedente sul piano del rispetto del principio del pacta sunt servanda e delle logiche di mercato. Mentre la Commissione Ue è aperta all’idea, sostenuta da Paesi nordici e baltici e fuori fomentata dal Regno Unito, molti Stati hanno rotto il fronte. Il no è arrivato da Germania, Francia, Italia, dal Lussemburgo e dal Belgio dove ha sede Euroclear, il cui premier Bart de Wever ha definito la possibile confisca «un atto di guerra», da evitare.

Questo combinato disposto permette di leggere da un’altra prospettiva le sanzioni alla Russia, che prima ancora di essere uno strumento punitivo per l’aggressione all’Ucraina o una somma di manovre politiche finalizzate a disaccoppiare Occidente e Mosca appaiono un “termometro” della volontà degli Stati di posizionarsi su questo dossier. Spesso presentate come atto dovuto, le sanzioni sembrano mancare di una ratio politica: la realtà è che spesso vengono imposte con condizionalità e distinguo, mentre la Russia continua ad avanzare. Il logoramento dell’esercito ucraino si riflette in quello dei decisori che non sanno più come tenere assieme i diversi stimoli al rapporto con Mosca. Finendo per produrre più divisioni che unità nell’approccio al Cremlino.