Dazi e tensioni: la Cina sfida Trump e punta sull’Asia

Federico Giuliani

20 Aprile 2025 - 07:25

L’Asia, coordinata dalla Cina, si sta unendo in un solo blocco economico. Ed è pronta a sfidare le tariffe di Trump.

Dazi e tensioni: la Cina sfida Trump e punta sull’Asia

La decisione di Donald Trump di imporre dazi sulla quasi totalità dell’Asia ha generato un mix tra preoccupazione e apprensione nell’intero continente.

Il presidente statunitense, infatti, non ha colpito soltanto la Cina, ma anche gli altri Paesi della regione – dal Vietnam alla Cambogia - utilizzati da Pechino come back door per esportare i prodotti made in China negli Usa bypassando le tariffe. Il rischio, ora, è che tutto questo possa stravolgere il sistema globale del commercio senza che sia pronta un’alternativa.

Già, perché intanto non è affatto scontato né automatico – come pensa Trump – che le aziende occidentali mollino i mercati asiatici per tornare ad investire nel territorio americano. E poi, a differenza di quanto poteva valere una cinquantina di anni fa, oggi Washington deve condividere lo status di superpotenza economica con altri attori (e in futuro la rivalità crescerà sempre di più se guardiamo come crescono i Paesi in via di sviluppo).

In sintesi: quello di Trump è un vero e proprio azzardo. È già costato svariati miliardi di dollari, ma altrettanti potranno essere bruciati dalle Borse se la nuova ondata di dazi dovesse dare il via ad una vera e propria guerra commerciale senza esclusioni di colpi con la Cina. Per capire meglio cosa potrà succedere, dunque, vale la pena rivolgere lo sguardo a Pechino.

La risposta della Cina all’azzardo di Trump

La Cina, che pare fosse pronta ad intavolare negoziati con la Casa Bianca e che sia stata ignorata dall’amministrazione Trump, ha appena imposto una tariffa generalizzata del 34% sulle importazioni dagli Stati Uniti, in aggiunta a nuove restrizioni all’esportazione di una serie di Terre Rare e a sanzioni contro 11 aziende americane.

Sul fronte interno, invece, i decisori cinesi si concentreranno su misure volte ad incrementare la spesa dei consumatori, il tasso di natalità e i sussidi per alcune esportazioni (presumibilmente quelle più colpite dai dazi). I regolatori avrebbero anche discusso i dettagli di un fondo di stabilizzazione per sostenere il mercato azionario. In definitiva, fonti pechinesi confermano la versione secondo cui la Cina avrebbe a disposizione un arsenale di strumenti sufficiente a sostenere la propria economia e a superare l’attuale crisi.

Per meglio riuscire nell’obiettivo Xi Jinping scoccherà un’altra freccia: rafforzerà sempre di più le relazioni economiche con gli altri leader asiatici. Nelle prossime settimane il presidente cinese dovrebbe effettuare un viaggio nel cuore dell’Asean, toccando Vietnam, Cambogia e Malesia, mentre i suoi emissari hanno già rinforzato i legami con Corea del Sud e Giappone. Il trait d’union tra questi e altri Paesi locali? La Rcep, ovvero la Regional Comprehensive Economic Partnership, il maxi accordo di libero scambio che coinvolge gran parte dell’Indo-Pacifico, e che include anche Australia e Nuova Zelanda (ma non l’India). L’Asia, quindi, si sta unendo in un solo blocco economico – al netto di profonde divergenze politiche – pronta a sfidare Trump.

Chi ci rimette?

Comunque vada a finire la guerra commerciale tra Trump e il resto del mondo, prima o poi qualcuno dovrà pagare le conseguenze di dazi e azzardi. Quel qualcuno, è facile, coinciderà con i consumatori. Le tariffe a pioggia degli Usa cercano infatti di invertire la globalizazzione, ma così facendo c’è veramente il rischio di provocare un massiccio aumento dei prezzi dei prodotti delle grandi multinazionali statunitensi.

Le uniche che hanno saputo surfare l’onda del fenomeno globalizzatore – investendo, tra gli anni ’70 e ’90 - nell’Asia low cost - a discapito della classe medio-bassa. I “ricchi” dovrebbero sostanzialmente accettare di diventare un po’ più “poveri” per riportare le persone a basso reddito nella classe media così da bilanciare il tutto: accetteranno di ridimensionarsi? Difficile che la risposta sia affermativa.

In Cina, invece, Xi ha da tempo chiesto sforzi per «liberare completamente» il potenziale di consumo del Paese e stimolare la crescita. Rivitalizzare i consumi, espandere la domanda interna e migliorare l’efficienza degli investimenti siano in cima all’agenda del Partito Comunista Cinese, che non a caso ha puntato forte anche sugli imprenditori privati. Saranno giorni di fuoco.