Dazi alla Cina per nascondere il declino dell’Impero Americano: l’Occidente sotto scacco

Guido Salerno Aletta

28/05/2024

L’Occidente difende la finanziarizzazione della propria economia}}, al cui centro ci sono Wall Street e la City e non la produzione industriale, la speculazione e la rendita e non il profitto d’impresa.

Dazi alla Cina per nascondere il declino dell’Impero Americano: l’Occidente sotto scacco

La straordinaria forza economia e finanziaria degli Usa su cui si fonda la Pax Americana, enfatizzata dalla dissoluzione dell’URSS, è sempre più precaria: dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008, la sua ripresa economica non è riuscita a colmare il deficit strutturale dei suoi conti con l’estero.
C’è una contraddizione intrinseca, però, tra questo riequilibrio, su cui Donald Trump ha incentrato la sua Presidenza, ed il ruolo imperiale che comporta l’assorbimento del surplus delle “periferie” in cambio della protezione che viene loro assicurata non solo in termini militari come avviene per l’Europa con la Nato, ma anche di garanzia apprestata ai traffici commerciali come è accaduto per la Cina, arricchitasi anno dopo anno.

Per di più, dopo la Grande Crisi Finanziaria, i due Paesi leader per surplus commerciale, Germania e Cina, hanno smesso di finanziare il deficit americano: mentre la Germania, che aveva subìto perdite gigantesche sugli investimenti sulle cartolarizzazione dei mutui sub-prime delle famiglie americane, si è dedicata a sviluppare le sue relazioni con la Russia e con la Cina, quest’ultima si è data la strategia della Belt & Road Initiative per rendersi indipendente dalla tutela statunitense dopo il violentissimo contraccolpo sul commercio internazionale che era stato determinato dalla Grande Crisi Finanziaria del 2008, riducendo costantemente i propri acquisti di titoli del Tesoro americano.
L’Impero americano ha ora due grandi avversari, la Russia e la Cina: per contrastarli, agisce innanzitutto sul piano economico perché deve salvaguardare il proprio sistema.
E così come le sanzioni alla Russia, decise per punirla per l’invasione della Ucraina che ha seguito l’annessione della Crimea, hanno lo scopo di farne collassare l’economia, anche i dazi che vengono ora imposti alla Cina servono per soffocarla: una volta privata dell’export in Occidente nei settori della Green Economy, falliranno irrimediabilmente tutte le sue imprese che si sono indebitate enormemente per investire in queste nuove tecnologie.

C’è però una questione di fondo: è la scelta di finanziarizzare l’economia americana, a discapito della produzione industriale, ad essere arrivata ad un punto di non ritorno: anche la strategia di ricominciare da capo, il “Build Back Better” che ha ispirato il generosissimo finanziamento con fondi federali della Green Economy, sembra destinato al fallimento, vista la concorrenza insostenibile dei prodotti cinesi.
La Green Finance ha preso infatti il sopravvento sulla componente industriale: il denaro che è affluito a fiumi da tutto il mondo su Wall Street ha creato una bolla azionaria, facendo crescere in modo stratosferico il valore di Tesla, che ha superato per capitalizzazione quello di aziende che vendono milioni di autovetture l’anno, arricchendo in modo spropositato il suo fondatore Elon Musk che ha investito in tutt’altri settori, dai satelliti all’acquisto di Twitter.

Per difendere Tesla, che paradossalmente ha impianti anche in Cina, il Segretario al tesoro americano, Janet Yellen, ha stigmatizzato questa “sovrapproduzione” cinese nel settore della Green Economy che sta devastando le imprese occidentali, non solo quelle americane, per i prezzi più bassi a cui viene venduta: per difenderla da questa concorrenza sleale, derivante dai consistenti aiuti di Stato che le imprese cinesi avrebbero ricevuto, sono stati imposti dazi elevatissimi: 100% sulle vetture elettriche (EVs); 50% sui pannelli solari ed i semiconduttori, 25% su acciaio, alluminio, batterie al litio, magneti ed altro ancora.
A questo punto, diverrebbe decisivo il ruolo dell’Europa, che deve scegliere se seguire l’esempio americano, volto a soffocare l’economia cinese mettendo dazi elevatissimi, oppure proseguire nel tentativo di fare sempre nuovi accordi industriali con la Cina, come hanno fatto di recente sia il Cancelliere tedesco Scholtz recandosi a Pechino, che il Presidente Macron ricevendo Xi Jinping in visita ufficiale a Parigi.

Sulla stampa inglese è apparso un appello accorato all’Europa, a quella stessa Unione europea tanto clamorosamente snobbata con la Brexit, affinchè si unisca agli Stati Uniti nell’imporre dazi durissimi nei confronti di Pechino, colpevole di continuare a praticare uno sfrenato mercantilismo che devasta le economia occidentali: se non lo farà, l’Europa rimarrà dunque sola in questo impari confronto e verrà inevitabilmente schiacciata dal sistema cinese che è caratterizzato dalla sovrapproduzione industriale cinese, tutta finanziata a debito, che deve essere fatta fallire.
L’Occidente non deve dunque ripetere gli errori che ha commesso ammettendo la Cina nel Wto, a partire dal 2001, quando le concesse vantaggi inusitati per consentirle di partecipare al commercio internazionale: Pechino ne ha approfittato brutalmente, determinando la desertificazione industriale di Stati Uniti ed Europa per via di un bassissimo costo del lavoro che rendeva imbattibili i prezzi dei suoi prodotti.

C’è infatti uno squilibrio strutturale enorme tra la produzione industriale ed i consumi interni cinesi: la prima è destinata prevalentemente alle esportazioni, che fanno da traino ad una crescita economica abnorme rispetto agli standard occidentali, mai inferiore al 5% annuo dall’inizio del secolo.
Bisogna dunque accelerare, per fare fallire la Cina, con uno shock che colpisca le sue aziende imponendo dazi elevatissimi sulle sue esportazioni, così come accadde nel 2009 a seguito della Grande Crisi Finanziaria americana: in realtà, così facendo, l’Occidente difende la finanziarizzazione della propria economia, al cui centro ci sono Wall Street e la City e non la produzione industriale, la speculazione e la rendita e non il profitto d’impresa.