I mercati finanziari francesi stanno attraversando una fase di forte incertezza, segnata dalla crisi politica che ha portato alla sfiducia del premier François Bayrou. Il tentativo di introdurre un bilancio più severo, volto a contenere i deficit crescenti, ha incontrato un rifiuto parlamentare che ha messo a nudo la fragilità della maggioranza guidata dal presidente Emmanuel Macron. Bayrou è il secondo capo del governo a cadere in un anno, segno che la capacità di gestire le finanze pubbliche è diventata terreno di scontro insanabile.
Al suo posto, Macron ha nominato Sébastien Lecornu, considerato un uomo di dialogo e compromesso, con l’obiettivo di stabilizzare l’esecutivo. Tuttavia, i mercati hanno reagito con scetticismo: gli investitori percepiscono un Paese incapace di intraprendere un percorso credibile di riduzione del debito. Non a caso, i rendimenti dei titoli di Stato francesi a 10 anni hanno registrato una crescita significativa, arrivando a eguagliare — e in alcuni casi superare — quelli di paesi tradizionalmente classificati come “periferici”, come Italia, Grecia e Spagna. Si tratta di un cambiamento profondo nella percezione del rischio sovrano europeo.
In realtà, la fragilità delle finanze pubbliche francesi non è un fenomeno improvviso. Da oltre un decennio il rapporto debito/PIL si avvicina a quello delle economie mediterranee, senza che siano state introdotte riforme strutturali in grado di invertire la rotta. Per anni, Parigi ha beneficiato di quello che gli analisti definiscono un privilegio esorbitante: in quanto pilastro della coppia franco-tedesca e membro centrale dell’Unione Europea, la Francia ha potuto evitare le dure misure di contenimento fiscale imposte invece ai partner più fragili. Questo vantaggio implicito le ha consentito di rinviare decisioni scomode, accumulando però squilibri sempre più difficili da correggere.
La vera novità risiede nell’erosione di questo privilegio. La crisi politica interna, aggravata dalle elezioni anticipate dello scorso anno, ha reso evidente l’impossibilità di procedere a una riforma fiscale di ampio respiro. Il problema non è tanto l’ammontare assoluto del debito, quanto la governabilità: senza la capacità di prendere decisioni coerenti e durature, i mercati non possono più considerare Parigi un porto sicuro.
Il confronto con gli Stati Uniti apre prospettive interessanti. Anche Washington affronta debito e deficit in costante aumento, con un clima politico caratterizzato da forti divisioni. Eppure, grazie al ruolo centrale del dollaro nei mercati internazionali, gli Stati Uniti continuano a godere di un margine di fiducia che permette alle Treasuries di mantenere un’attrattiva elevata. I rendimenti hanno mostrato solo oscillazioni contenute, mentre la borsa americana ha continuato la sua crescita.
Questa differenza evidenzia un punto cruciale: i privilegi finanziari non sono eterni. Se la Francia ha potuto godere di un trattamento di favore all’interno dell’UE, la sua esperienza dimostra che la pazienza dei mercati ha un limite. Allo stesso modo, pur con una posizione di forza incomparabile, anche gli Stati Uniti non sono immuni. Il rischio di una progressiva erosione della fiducia potrebbe materializzarsi qualora la polarizzazione politica sfociasse in paralisi istituzionale o instabilità prolungata.
La lezione francese è chiara: i mercati guardano non solo ai numeri di bilancio, ma anche alla capacità politica di trovare compromessi credibili. La stabilità delle istituzioni e la coerenza delle decisioni contano quanto gli indicatori economici. Senza governabilità, anche i Paesi che un tempo godevano di un’aura di affidabilità possono essere rapidamente riclassificati come vulnerabili.