Dal blocco del 1902 a oggi. Perché il Venezuela è di nuovo l’epicentro del disordine globale?

Guido Giaume

04/01/2026

Ciò che oggi colpisce maggiormente è il progressivo svuotamento della capacità di influenza della comunità internazionale

Dal blocco del 1902 a oggi. Perché il Venezuela è di nuovo l’epicentro del disordine globale?

Come ampiamente noto, gli Stati Uniti hanno appena condotto un’operazione militare in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Maduro e l’annuncio di un controllo temporaneo sul Paese e sulle sue risorse petrolifere.
Molti analisti interpretano questo intervento anche come un messaggio diretto a Cina e Russia: un segnale che il mondo sta tornando alla logica delle sfere di influenza e all’uso della forza come strumento di risoluzione dei conflitti.

Non è la prima volta che il Venezuela si trova al centro di una crisi internazionale. Tra il 1902 e il 1903, Regno Unito, Germania e Italia imposero un blocco navale per costringere il governo venezuelano a saldare debiti e risarcimenti dovuti a cittadini europei.
Fu una dimostrazione di forza in difesa di interessi economici, esercitata da potenze che operavano in assenza di regole multilaterali condivise.

Nel 1902 non esistevano le Nazioni Unitestrumenti comunemente accettati per la gestione dei conflitti. Le controversie tra Stati venivano risolte attraverso l’uso diretto della forza o con accordi bilaterali imposti dal più forte. Il blocco del Venezuela fu uno degli ultimi esempi classici della cosiddetta diplomazia delle cannoniere.

Quel periodo storico è passato alla storia come Belle Époque: un’epoca di prosperità economica, progresso tecnologico e fiducia nel futuro. Ma sotto quella superficie serena si nascondevano rivalità crescenti tra potenze, tensioni coloniali e una corsa agli armamenti che sfociarono nella Prima guerra mondiale. L’illusione di stabilità si ruppe di colpo, mostrando quanto fosse fragile quell’equilibrio.

L’intervento attuale presenta analogie evidenti. Ancora una volta una grande potenza impone unilateralmente la propria volontà su uno Stato più debole, invocando motivazioni strategiche e di sicurezza.

Ma ciò che oggi colpisce maggiormente è il progressivo svuotamento della capacità di influenza della comunità internazionale: una difficoltà crescente a mediare, contenere o sanzionare efficacemente i comportamenti delle potenze più assertive. Le regole del gioco sembrano via via più opache, meno condivise, più fragili.

Ci troviamo, forse, al termine di una lunga fase di stabilità apparente iniziata dopo la Guerra Fredda. Un mondo che fino a ieri ci appariva connesso, razionale, orientato alla cooperazione. Ma sotto quella superficie sono maturate tensioni economiche, crisi ambientali, instabilità politiche e una sfiducia crescente nei meccanismi multilaterali.

L’intervento in Venezuela non è un episodio isolato: è un segnale. Un punto di rottura che potrebbe aprire una fase storica più instabile e meno prevedibile.

In questo scenario, non è irragionevole immaginare che l’oro — pur essendo già considerato “caro” — possa tornare ad assumere il ruolo di asset rifugio per eccellenza.
Non per motivi speculativi, ma perché rappresenta qualcosa di tangibile e solido in un mondo percepito come sempre più vulnerabile. L’oro non dipende da banche centrali, non è soggetto a default sovrani, non richiede fiducia nella controparte.

In tempi di disordine sistemico, l’oro è forse il miglior ansiolitico disponibile.
Non a caso, da tempo, banche centrali e grandi investitori istituzionali hanno iniziato ad aumentare le riserve auree. Quando la fiducia nel sistema vacilla, l’oro non cambia natura: resta lì, riconosciuto ovunque, immune da guerre, sanzioni e fallimenti politici.

È vero che nel breve termine potremmo assistere a qualche turbolenza tecnica legata, ad esempio, alle dinamiche del CME, ma ciò non cambia la tendenza di fondo.
Il ritorno dell’oro come bene rifugio non è solo un fatto economico: è un indicatore storico.

Ogni volta che l’ordine globale entra in crisi, si riattiva la memoria profonda dei mercati. La storia insegna che quando le istituzioni vacillano e le regole saltano, la corsa all’oro non è mai casuale. È il riflesso di un mondo che non si sente più al sicuro.