Dai porti ai minerali: ecco la nuova strategia della Cina in Africa

Federico Giuliani

7 Maggio 2025 - 07:51

Negli ultimi due decenni Pechino ha investito massicce quantità di denaro nel continente africano. Oggi il Dragone vuole raccogliere i frutti del suo lavoro

Dai porti ai minerali: ecco la nuova strategia della Cina in Africa

Sono cambiate le priorità economiche della Cina in Africa.

Se negli ultimi due decenni Pechino ha investito massicce quantità di denaro nel continente africano, oggi per il Dragone sembrerebbe essere arrivato il momento di raccogliere i frutti fin qui seminati.

Il motivo è presto detto. Il gigante asiatico ha bisogno di alimentare lo sviluppo dell’elettronica hi-tech, delle energie rinnovabili, dei veicoli elettrici e dei sistemi di difesa. E ha bisogno di farlo in fretta per non perdere la sfida diretta con gli Stati Uniti.

Il governo cinese giocherà dunque di sponda con il Global South e i Paesi in via di sviluppo per dimostrare a Washington di essere in grado di camminare con le proprie gambe e, soprattutto, di dettare la linea a livello globale in determinate aree strategiche. L’Africa è dunque un partner imprescindibile per il Dragone. Giusto per fare un esempio, dalla Repubblica Democratica del Congo (Rdc) al Botswana, senza dimenticarsi dello Zimbabwe, i cinesi hanno speso più di 10 miliardi di dollari per acquisire attività minerarie e minerali essenziali da questo continente.

Come ha spiegato la Brookings Institution, negli ultimi anni post pandemici la Cina ha gradualmente ma costantemente ripreso il suo impegno economico con l’Africa, compiendo un notevole passo avanti verso l’acquisizione di attività minerarie e risorse minerali chiave.

Fame di minerali

Costruite le strade e le ferrovie, gli aeroporti e i porti - tutti aspetti necessari per rafforzare la presenza cinese in Africa a colpi di soft power – il Dragone sta adesso passando all’incasso. Di cosa? Dei minerali, innanzitutto. La Rdc, il più grande produttore mondiale di cobalto e una fonte fondamentale di rame, nel solo 2023 ha attratto circa 1 miliardo di dollari da investitori cinesi. Il Financial Times ha scritto inoltre che sarebbero in corso «colloqui esplorativi» tra i due Paesi in merito ad un accordo che dovrebbe garantire l’accesso ai minerali essenziali del Dragone in cambio di supporto militare.

La più grande acquisizione cinese del 2024, ha spiegato il South China Morning Post, è stata in Botswana: qui la società mineraria MMG, sostenuta dalla statale China Minmetals Corporation, ha comprato la miniera di rame di Khoemacau per 1,9 miliardi di dollari. MMG prevede di raddoppiare la capacità produttiva del sito, portandola a 130.000 tonnellate all’anno entro il 2028.

In totale, nel 2023 le aziende cinesi hanno investito 7,9 miliardi di dollari in vari progetti minerari e metallurgici in tutta l’Africa, acquisendo partecipazioni in impianti di lavorazione del litio in Mali e Zimbabwe, e ampliando la loro presenza in Sudafrica, Zambia, Guinea, Angola e Nigeria. Il motivo, come anticipato, è semplice: l’acquisizione di attività minerarie garantisce una fornitura costante di minerali critici per le industrie cinesi, riduce la dipendenza da fonti esterne e mitiga i rischi della catena di fornitura del Dragone.

Porti e gas

Secondo un report dell’Africa Centre for Strategic Studies della National Defence University di Washington, su un totale di 231 porti in 32 Paesi africani, la Cina ha investito in 78 strutture. La maggiore concentrazione si trova nell’Africa occidentale, a sottolineare l’importanza strategica della regione per le ambizioni commerciali globali di Pechino. Detta altrimenti, le aziende statali cinesi hanno costruito, finanziato o attualmente gestiscono più di un quarto dei porti del continente africano. Da quanto fin qui emerso, per ogni dollaro investito nei porti locali la Cina guadagna fino a 13 dollari in entrate commerciali.

Il piano quinquennale seguito dal Dragone considera del resto l’Africa come un collegamento fondamentale nella rete commerciale globale nazionale. Due forze hanno guidato l’ondata di investimenti nel continente: la Belt and Road Initiative e la Go Out Policy, un’iniziativa governativa che fornisce sostegno statale alle società che desiderano avventurarsi nei mercati esteri come quello africano.

C’è infine da aprire il capitolo riguardante le risorse energetiche. Le importazioni di petrolio sono diminuite drasticamente negli ultimi anni, ma gli investimenti delle aziende cinesi nel gas naturale liquefatto sono in forte espansione. Quasi vent’anni fa, infatti, il petrolio africano rappresentava quasi un terzo delle importazioni cinesi. Ora questa cifra è scesa a circa il 10%, visto che la Cina si rifornisce di petrolio in misura maggiore dal Medio Oriente e dalla Russia. In Africa, semmai, le aziende del Dragone si stanno orientando sempre più verso gli investimenti nel GNL, sia per aiutare la Cina a soddisfare la crescente domanda, sia per ridurre la sua dipendenza dal gas australiano.

In particolare, il Mozambico è emerso come un punto caldo per la produzione mondiale di gas naturale in seguito alla scoperta di oltre 5 trilioni di metri cubi (176 trilioni di piedi cubi) di riserve di gas naturale nel bacino di Rovuma, al largo della costa nord-orientale del Paese. La China National Petroleum Corporation (CNPC) detiene una quota del 20% nel progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari, che prevede la costruzione di un impianto offshore da 18 milioni di tonnellate all’anno. E questa è soltanto la punta dell’iceberg...