Crypto e tech nel mirino. Perché gli investitori stanno cambiando rotta ora?

Redazione Money Premium

23 Febbraio 2026 - 07:35

Il mito della crescita infinita si incrina: chi pagherà il conto? Non tutte le azioni tech sopravviveranno. La selezione è iniziata.

Crypto e tech nel mirino. Perché gli investitori stanno cambiando rotta ora?

Il recente scossone ai titoli tecnologici sta assumendo i contorni di un vero e proprio cambio di regime nei mercati finanziari globali. Dopo anni in cui la liquidità abbondante e l’entusiasmo per l’innovazione digitale hanno sostenuto quasi ogni asset rischioso, oggi gli investitori iniziano a distinguere con più severità tra vincitori e vinti. In questo contesto, anche il mondo delle criptovalute — spesso beneficiario indiretto dell’euforia tech — mostra crepe profonde.

Il segnale più visibile di questo riassetto è arrivato da Bitcoin, che ha registrato un calo marcato: circa -30% dall’inizio dell’anno e fino a -50% rispetto ai massimi storici toccati nell’ottobre scorso. La discesa ha riportato la principale criptovaluta sotto i livelli che aveva al momento della rielezione di Donald Trump, evento che molti nel settore avevano salutato come potenzialmente favorevole.

Al di là delle spiegazioni cicliche — inflazione, beni rifugio, sfiducia nelle valute tradizionali — il motore principale resta lo stesso di sempre: il grado di appetito per il rischio nei mercati, in particolare verso la tecnologia. Quando l’euforia si ritira, Bitcoin e affini tendono a soffrire più di altri.
Anche l’azionario tradizionale mostra segnali di stanchezza. L’indice S&P 500 ha perso circa il 3% dai massimi annuali, mentre il tecnologico Nasdaq Composite è sceso di circa il 6%. Non sono crolli drammatici, ma indicano turbolenze sotto la superficie.

L’analista di Goldman Sachs Sharon Bell ha definito questa fase un vero e proprio “tech wreck”, un naufragio tecnologico che colpisce in modo selettivo i titoli più esposti alle aspettative di crescita futura.

Paradossalmente, il problema non sembra essere lo scoppio di una bolla dovuta a tecnologie deludenti. Al contrario, in alcuni ambiti l’intelligenza artificiale funziona fin troppo bene. Il lancio di nuovi strumenti di produttività da parte di Anthropic ha alimentato il timore che molte attività oggi svolte da aziende software, di data services, editoria e informazione finanziaria possano essere automatizzate o rese meno profittevoli.
Vendite diffuse hanno colpito società di software, servizi dati, editori, fornitori di informazioni finanziarie, gestori di asset alternativi e persino titoli del gaming, tutti esposti al rischio di disruption da AI. Il settore software sarebbe in calo di circa il 16% da inizio anno.

Il confronto con l’Europa è istruttivo: l’indice Stoxx Europe 600, ricco di utility, industriali, finanziari e produttori di materie prime — settori considerati “noiosi” — risulta invece in rialzo. È un segnale di rotazione verso comparti più tradizionali e con valutazioni meno tirate.

Per anni, il cosiddetto eccezionalismo americano ha dominato le scelte di portafoglio globali: sovrappeso su Stati Uniti, soprattutto tecnologia. Oggi questo modello mostra segni di affaticamento. Politiche geopolitiche ed economiche percepite come erratiche da parte dell’amministrazione Donald Trump stanno già inducendo alcuni investitori non statunitensi a ribilanciare l’esposizione.
Ma il reset tecnologico va oltre la politica. Non è qualcosa che un presidente può invertire con dichiarazioni ottimistiche sul raddoppio dei listini o con stimoli fiscali come quelli previsti dal One Big Beautiful Bill Act. È un processo di mercato legato a utili, produttività e valutazioni.

Da mesi molti grandi gestori sostenevano che, prima o poi, la leadership sarebbe passata dai produttori e abilitatori di AI alle aziende capaci di beneficiarne davvero in termini di produttività. Questa rotazione sembra ora anticipata.
Il mercato è passato dall’idea che “ogni titolo tech sia un vincitore” a un panorama molto più brutale di veri vincitori e veri perdenti. In modo quasi cannibalistico, la tecnologia starebbe “mangiando sé stessa”.

Negli ultimi anni, la “marea crescente” dei mercati ha sollevato anche asset altamente speculativi, incluse le criptovalute. Ora che la marea si ritira, queste aree risultano particolarmente esposte.
Le difficoltà non riguardano solo i token, ma anche le società che li acquistano e detengono in bilancio. Strategy, ad esempio, ha riportato una perdita operativa trimestrale di 17 miliardi di dollari. Il titolo, che era arrivato vicino all’inclusione nell’S&P 500, è crollato ulteriormente, risultando in forte ribasso rispetto ai picchi successivi alla rielezione di Donald Trump.

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Per chi ha investito risparmi significativi nelle criptovalute, il colpo è duro. Tuttavia, i segnali di rischio erano visibili da tempo. Chi ha scelto di investire lo ha fatto, in larga parte, consapevolmente.

La fase attuale potrebbe segnare un ritorno a una maggiore disciplina: capitale indirizzato verso attività produttive, valutazioni più legate ai fondamentali e meno alla narrativa. Dopo il “tech wreck”, i mercati sembrano entrare in una stagione più sobria, dove non tutto sale insieme e la selezione torna centrale.

Per gli investitori, il messaggio è chiaro: l’era in cui bastava “comprare tecnologia” o “comprare cripto” potrebbe lasciare spazio a un periodo in cui capire cosa si compra farà di nuovo la differenza.