L’embargo dell’Unione europea sul petrolio russo, nonostante la contromossa di bloccare le esportazioni in Occidente, sta mettendo in crisi Mosca. Insieme al price cap del G7 l’effetto è un abbattimento del prezzo del greggio degli Urali e una diminuzione dei volumi esportati dalla Russia. Il rublo si sta svalutando e il deficit si sta allargando. Ma anche gli effetti in alcuni Paesi europei sembrano duri e lo dimostra il piano su cui sta ragionando la Germania per aggirare i divieti e continuare in qualche modo a rivolgersi al Cremlino.
L’idea di Berlino è sostanzialmente quella di puntare sul petrolio del Kazakistan, attraverso un sistema di oleodotti russo. Nel frattempo va concretizzandosi la strategia di politica economica della Germania contro la crisi energetica, con quell’iniezione monstre da 200 miliardi di euro nell’economia del Paese che tanto ha fatto discutere.
La minaccia concreta è di minare alla concorrenza europea, mentre lo stesso governo di Berlino, dopo il sofferto ok al tetto europeo al prezzo del gas, blocca qualsiasi iniziativa per un fondo comune contro la nuova crisi. Insomma, niente nuovo Recovery Fund, con il pressing della Commissione Ue che però si fa sempre più forte.
Gas, cosa sta facendo la Germania contro la crisi energetica
La Germania si sta muovendo molto per tentare di risolvere la crisi energetica in patria. La sua storica enorme dipendenza dal gas russo è nota, così come le difficoltà iniziali nel sostituirlo con nuovi accordi (a differenza dell’Italia).
Per questo il governo di Olaf Scholz ha accelerato. Una settimana prima di Natale è stato inaugurato un rigassificatore di Gnl a Wilhelmshaven. Altri due dovrebbero essere inaugurati entro primavera e poi ancora altri tre entro la fine del 2023. La nuova capacità di trattamento del gas naturale liquefatto, così, dovrebbe coprire oltre la metà del metano fornito dai russi lo scorso inverno.
Il piano di Berlino per avere il petrolio tramite l’oleodotto russo
Nel frattempo l’esecutivo guarda al Kazakistan e ai suoi barili di petrolio, che sono pochi e passano dalla Russia. Secondo l’agenzia di stampa di Mosca, Ria Novosti, l’operatore KazTransOil del Kazakistan avrebbe richiesto una capacità ulteriore all’oleodotto russo Druzhba per 300mila tonnellate di petrolio nel primo trimestre 2023 e 1,2 milioni di tonnellate per l’intero anno. La richiesta dovrà essere approvata dal ministero dell’energia russo.
L’obiettivo sarebbe facilitare, già a gennaio, spedizioni extra di petrolio verso la Germania. Formalmente l’oleodotto Druzhba, che pompa tra i 750.000 e gli 800.000 barili di greggio al giorno, è rimasto fuori dalle sanzioni contro Mosca. Il carburante che arriva da lì viene raffinato nelle aziende europee per la produzione di diesel, nafta, benzina, lubrificanti e altri prodotti che vengono venduti in Europa.
Insomma, è un vero e proprio fulcro del settore energetico dell’Europa centrale, al centro di un ecosistema con migliaia di posti di lavoro. Per questo Paesi come Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia si sono opposti all’inclusione dell’infrastruttura all’interno dei vari pacchetti di sanzioni.
Tuttavia la Germania aveva detto di non ordinare più gas russo, con le raffinerie di Leuna e Schwedt che avevano bloccato gli ordini. Non comprare più petrolio dalla Russia, ma da un Paese che utilizza le tubature russe, è quindi un’evidente forzatura, che in parte va contro l’orientamento politico generale trovato in Europa.
Come funzionerebbe l’accordo Germania-Kazakistan
A dare la notizia ai giornalisti sarebbe stato l’operatore russo dell’oleodotto Transneft, che sottolinea come il petrolio alla fine verrebbe fornito dal giacimento kazako di Karachaganak, passando anche tramite la Polonia. Per ora il ministero dell’energia kazako ha rifiutato di commentare e lo stesso ha fatto la compagnia del Paese KPO, che gestisce questo giacimento “finale”.
Secondo alcune fonti dell’azienda citate da alcune testate internazionali, però, il Kazakistan starebbe valutando di esportare il petrolio tramite vari oleodotti verso la Germania, utilizzando altri produttori. D’altronde dall’esplosione della guerra in Ucraina i rapporti tra i due Paesi si sono molto intensificati.
Al centro di questa partnership rafforzata c’è la German Kazakistan Society, ma anche Michael Harms, direttore della German Eastern Business Association ed ex numero uno della Camera di commercio russo-tedesca (nonché sostenitore del progetto del gasdotto Nord Stream 2).
Crisi energetica, il duello Italia-Germania in Europa
Come detto, poi, Berlino sta concretizzando il piano da 200 miliardi di euro per affrontare in patria gli effetti della crisi energetica. Una mossa che ha mostrato come il Paese è pronto a tutto per uscire dalle difficoltà sugli approvvigionamenti delle fonti fossili, anche andando contro l’esigenza dell’Ue di muoversi compatta.
I Paesi del Sud, tra cui l’Italia, ma anche la Spagna e la Francia, spingono per istituire un nuovo fondo comune europeo, che vada oltre il RePower Eu, sulla scia degli strumenti ideati nella stagione Covid. Quindi o un nuovo fondo Sure o un nuovo Recovery Fund. Su questo il commissario all’Economia Paolo Gentiloni si è detto ottimista, spiegando che entro la fine del 2023 qualcosa si muoverà in tal senso.
La Germania va contro le regole europee?
Tuttavia il governo di Scholz continua ad opporsi, ritenendo un nuovo fondo comune troppo oneroso per le finanze dei Paesi Ue, a partire dalla stessa Germania, che già difficilmente diede il via libera agli strumenti anti-Covid. Nel frattempo gli aiuti onerosi dati a famiglie e soprattutto alle imprese tedesche, non equiparabili dalle altre nazioni, economicamente meno forti e con meno spazi di bilancio, può portare a degli squilibri nella concorrenza Ue. Sfavorendo anche le aziende italiane.
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In tal senso i commissari Gentiloni e Dombrovskis hanno chiesto a Berlino di non andare contro le regole comunitarie. Lo stesso ha detto la commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager, aggiungendo che chi può spendere non deve alterare l’equità della concorrenza, punto.
Per il resto, però, nessuno stop al piano di Berlino, che per ora la “passa liscia”. Insomma, la Germania può continuare ad essere rigida sugli standard europei, ma anche a pensare molto all’interesse nazionale, contraddicendo così il senso politico ed etico di quelle stesse regole.