Perché le telefonate internazionali potrebbero convincere Draghi a rimanere al governo e l’ipotesi scissione bis nei 5 Stelle

Giacomo Andreoli

16 Luglio 2022 - 09:50

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Il presidente del Consiglio non vuole andare avanti senza i 5 Stelle, ma il pressing internazionale potrebbe spingerlo a restare, magari anche con una parte dei grillini e convincendo la Lega.

Perché le telefonate internazionali potrebbero convincere Draghi a rimanere al governo e l'ipotesi scissione bis nei 5 Stelle

Non solo il pressing nazionale quasi bipartisan, ora anche le telefonate internazionali. Il pressing sui giornali di mezzo Occidente per far rimanere Draghi a Palazzo Chigi è evidente, con le maggiori testate europee che parlano di rischi molto forti non solo per l’Italia, ma per l’intera Europa.

Non è solo una questione economica, con il Pnrr da portare avanti assieme a una serie di misure straordinarie da fare entro l’autunno a favore di famiglie, lavoratori e imprese. Ma è anche e soprattutto una questione geopolitica, con il presidente del Consiglio italiano visto come un leader in Europa in questa fase convulsa animata dalla guerra in Ucraina, le tensioni con la Russia e la necessità di non rimanere schiacciati sulle posizioni degli Stati Uniti.

Da Washington alle principali cancellerie europee i primi segnali sono già arrivati, ma è nei prossimi giorni che dovrebbero intensificarsi, probabilmente a ridosso di quella “parlamentarizzazione” della crisi attesa con il discorso di fronte a Camera e Senato di mercoledì. La prima conversazione, con il leader francese Emmanuel Macron, era già in lista e forse c’è stata nelle ultime ore. Secondo fonti di Palazzo Chigi citate da Il Corriere della Sera, Draghi non starebbe rispondendo a nessuno dei leader politici italiani e alle loro iniziative, ma tiene acceso il suo cellulare per possibili contatti con i partner internazionali.

La Russia festeggia per la possibile caduta di Draghi

A preoccupare l’Unione europea e anche la Casa Bianca sono i festeggiamenti di Putin e degli altri esponenti di governo in Russia per la crisi di governo dopo quella di Boris Johnson nel Regno Unito. Intanto altre fonti di Palazzo Chigi parlano a Repubblica di un Draghi “irremovibile” nella sua scelta di dimettersi, ma non insensibile alle condizioni esterne. “Ci sono buone ragioni per andarsene e buone ragioni per restare”, avrebbe confidato a qualcuno, senza specificare altro, forse convinto a riflessioni forzate anche da Sergio Mattarella.

Di certo nelle ultime ore si fanno più concrete le condizioni per un Draghi bis anche senza i 5 Stelle più oltranzisti, guidati da quello che nelle ultime ore è stato chiamato «il triumvirato» (Giuseppe Conte, Paola Taverna e Riccardo Ricciardi).

Buona parte dei grillini sarebbe pronta ad andare con Luigi Di Maio o altri gruppi in caso di strappo definitivo, mentre la Lega ieri, nella nota congiunta con Forza Italia, è sembrata aprire a un governo che va avanti anche senza i pentastellati.

I travagli del centrodestra

L’opzione non piacerebbe a Matteo Salvini, che sta scontando una fortissima emorragia di consensi e due giorni fa aveva invitato a tornare al voto, ma la posizione del suo numero due Giancarlo Giorgetti sembra aver ancora una volta cambiato le carte in tavola. Il ministro dello Sviluppo economico e leader dell’ala governista e nordista del partito ha parlato di una crisi difficile da risolvere, ma ha invitato tutti alla responsabilità, sulla scia di Forza Italia e dei centristi.

Anche per questo la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, con fare stizzito ha invitato gli alleati di centrodestra a non perdere tempo e prepararsi al voto, considerando “grave” ogni tentativo di mandare avanti la legislatura.

Addio temporaneo al campo largo

Nel frattempo anche Enrico Letta sembra andare verso la convinzione che è meglio un Draghi bis senza una parte dei 5 Stelle piuttosto che tornare ad elezioni, con tutti i problemi politici ed economici del caso. La campagna elettorale, infatti, potrebbe essere dominata dalla protesta di Meloni e portare a una facile vittoria del centrodestra, anche grazie alla legge elettorale per un terzo maggioritaria.

L’idea del Pd, quindi, sarebbe di sacrificare temporaneamente il campo largo esteso a tutti i 5 Stelle e prendere tempo. Ma per questo va convinto Draghi, che pare molto scettico, per usare un eufemismo. Nel frattempo Conte si mostra non intimorito di fronte alle telecamere. “Noi rispondiamo dei nostri comportamenti, Draghi dei suoi”, ha detto ieri sera, rimanendo sulla linea dura, anche se la sua capogruppo al Senato, Mariolina Castellone, ha aperto a un voto di fiducia se Draghi si dovesse presentare in Parlamento con un programma più forte su transizione ecologica e lavoro.

Rimane in campo, intanto, l’ipotesi del ritiro dei ministri 5 Stelle, con quello dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, che rimane quantomeno scettico. L’opzione, di cui si sta discutendo in queste ore, velocizzerebbe la crisi, come confermato dal ministro degli Esteri Di Maio, che polemizza parlando di un “Movimento che non c’è più, trasformato nel partito di Conte”.

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