Crollano le criptovalute, travolte da una valanga di liquidazioni scatenata da un ribasso del 2% del Nasdaq. In poche ore l’effetto domino ha spazzato via parte dei guadagni accumulati durante l’anno. Bitcoin è scivolato per la prima volta da giugno sotto la soglia psicologica dei 100.000 dollari, mentre Ethereum, Solana e la maggior parte delle altcoin hanno seguito la scia, amplificando per cinque le perdite dell’indice americano.
Da giorni, tra gli operatori, aleggia la sensazione che qualcosa si è incrinato nel mondo tech. Valutazioni troppo alte, rally sempre più concentrato attorno a pochi nomi e quel sentore di déjà-vu che riporta alla mente i tempi della bolla dot-com.
Nel giro di 24 ore il mercato ha «bruciato» oltre 700 miliardi di dollari di capitalizzazione - anche se, più correttamente, si dovrebbe dire che quel valore si è spostato altrove. Quasi 2 miliardi di dollari di posizioni sono state liquidate in un solo giorno, per lo più long: la scommessa di chi credeva che la corsa fosse destinata a durare ancora. Dopo un “Red October” da manuale, il panico ha fatto il resto, diffondendosi a macchia d’olio.
Effetto domino amplificato, dal Nasdaq alle criptovalute
Quando gli investitori americani iniziano a ridurre l’esposizione al rischio, il primo settore a pagare il conto è quello delle criptovalute. È successo di nuovo. Stavolta la miccia è partita dal Nasdaq, dove colossi come Palantir, Intel e AMD hanno riportato trimestrali solide ma non abbastanza brillanti da giustificare valutazioni sempre più tirate.
È bastato un -2% sull’indice tecnologico per far scattare la fuga dai titoli più speculativi. E il mondo crypto, da sempre più sensibile al sentiment che ai fondamentali, ha reagito con un effetto leva che ha trasformato un semplice scivolone in una valanga.
Eppure il contesto macroeconomico non racconta una storia di crisi. L’economia americana continua a sorprendere per la sua resilienza, mentre la Federal Reserve, dopo sette tagli consecutivi, ha portato i tassi su livelli che molti definiscono finalmente “normali”. In teoria, più liquidità dovrebbe tradursi in una nuova spinta per gli asset rischiosi. In pratica, però, la propensione al rischio sembra essersi spenta.
Gli investitori istituzionali, che fino a poche settimane fa erano la linfa del mercato Bitcoin grazie agli ETF spot, hanno rallentato gli acquisti. E le cosiddette “balene” (i grandi possessori di BTC) hanno iniziato a muoversi in senso opposto, spostando migliaia di monete verso gli exchange.
Secondo i dati di CryptoQuant, nelle ultime quattro settimane i detentori di lungo periodo hanno venduto circa 405.000 Bitcoin, per un valore di oltre 43 miliardi di dollari. Non è la prima volta che succede, era già accaduto tra dicembre e marzo, ma stavolta il tempismo pesa di più. Il mercato è fragile, e il minimo segnale di debolezza basta a far cedere gli argini.
Long-Term Holders have offloaded 405,000 BTC in the past 30 days 🧯 pic.twitter.com/6QPo8BE8YC
— Maartunn (@JA_Maartun) November 2, 2025
Nel frattempo, i flussi verso gli ETF di Bitcoin si sono quasi prosciugati. L’iShares Bitcoin Trust di BlackRock, che fino a poco tempo fa macinava record, ha registrato meno di 600 BTC di afflussi netti a settimana, il livello più basso degli ultimi sette mesi.
Un nuovo inverno crypto o una pausa prima di un ciclo al rialzo?
Ogni volta che il mercato vacilla, la parola “winter crypto” torna a farsi sentire con prepotenza. Ma forse, più che di gelo, dovremmo parlare di assestamento. Il 2025 è stato un anno di euforia, alimentato dall’ingresso dei fondi istituzionali e dalla corsa agli ETF su Bitcoin. Oggi quella stessa spinta sembra rallentare, ma non per questo scomparire.
Molti analisti leggono le recenti vendite come parte naturale del ciclo, una fase fisiologica di qualsiasi bull market, un respiro profondo dopo una lunga corsa.
La differenza rispetto al passato è che il mondo crypto non è più isolato. È diventato un ingranaggio della finanza globale, influenzato dalle stesse paure che agitano i mercati tradizionali: inflazione, tassi, utili, geopolitica. Oggi Bitcoin reagisce come un titolo tech, amplificando gli umori del Nasdaq e le decisioni della Fed.
Ecco perché parlare di “apocalisse” è eccessivo. Il mercato, nonostante il tonfo, resta sopra i 3.200 miliardi di dollari di capitalizzazione. Le aziende legate alla blockchain continuano ad attrarre investimenti e i progetti sull’intelligenza artificiale integrata alla finanza decentralizzata si moltiplicano. Il rischio, semmai, è psicologico: dopo mesi di rialzi, anche una correzione fisiologica viene percepita come un crollo.
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