Cosa votare al referendum sulla giustizia 2026? Le ragioni del Sì e del No

Simone Micocci

25 Febbraio 2026 - 12:55

Referendum giustizia, cosa cambia con Sì o No? Le ragioni a confronto di De Marinis e de Gioia nella terza puntata di Money Talks. Analisi tecnica su separazione carriere, Csm e Alta Corte.

Cosa votare al referendum sulla giustizia 2026? Le ragioni del Sì e del No

Cosa votare al referendum sulla giustizia?

A meno di un mese dall’appuntamento con le urne, i dubbi su votare Sì o votare No restano numerosi, così come le incertezze sulle conseguenze tecniche e politiche di una vittoria dell’uno o dell’altro fronte. Il dibattito pubblico, sempre più polarizzato e spesso ridotto a slogan, non sta aiutando a comprendere davvero cosa cambierebbe con la riforma: separazione delle carriere, doppio Csm, Alta Corte disciplinare e sorteggio sono temi complessi che meritano un approfondimento tecnico, lontano dalle tifoserie.

Per questo nella terza puntata di Money Talks abbiamo scelto di affrontare il referendum sulla giustizia con due magistrati dalle posizioni opposte, ma accomunati da un approccio rigoroso: Nicola De Marinis, professore di diritto del Lavoro e magistrato della Corte di Cassazione (sezione Lavoro), che sul referendum dichiara di votare No, e Valerio de Gioia, magistrato della prima sezione penale del Tribunale di Roma, che invece annuncia il suo .

Un confronto tecnico ma accessibile, che vi invitiamo a guardare per farvi un’idea consapevole su cosa votare al referendum sulla giustizia. Perché votare informati resta il caposaldo di ogni democrazia.

Anche perché, se i sondaggi politici mostrano oggi un sostanziale equilibrio - con un leggero vantaggio del No sul - è altrettanto vero che la quota di indecisi rimane molto alta. E saranno proprio loro, probabilmente, a determinare l’esito finale.

Perché votare Sì al referendum

Nel confronto andato in onda a Money Talks, le ragioni del Sì sono state ricondotte a un punto centrale: rafforzare la percezione - oltre che la sostanza - dell’imparzialità del giudice. Secondo Valerio de Gioia, la separazione delle carriere rappresenta “un enorme passo avanti” perché rende più netto il confine tra chi accusa e chi giudica, attuando fino in fondo il principio del giudice terzo e imparziale già inscritto nell’articolo 111 della Costituzione.

Oggi esiste già una separazione delle funzioni, ma con la riforma si introdurrebbero concorsi distinti e due percorsi professionali autonomi. Per de Gioia, questo passaggio servirebbe a eliminare anche il rischio - “alle volte anche inconscio” - di una vicinanza culturale tra pubblico ministero e giudice. Il punto non è sostenere che vi siano condizionamenti sistematici, ma evitare che possano anche solo essere percepiti: “Io ho una serenità maggiore”, ha spiegato, mettendosi nei panni del potenziale imputato, sapendo che giudice e pm non hanno condiviso lo stesso percorso concorsuale e formativo.

Un altro argomento a favore del Sì riguarda il correntismo all’interno della magistratura. Il sistema del sorteggio per la composizione del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare vengono letti come strumenti per ridurre il peso delle correnti nelle nomine e nei procedimenti disciplinari. “Il problema delle correnti è un problema che noi abbiamo”, ha riconosciuto de Gioia, sottolineando come la riforma possa rappresentare un tentativo di riequilibrio dopo gli scandali che hanno colpito il sistema di autogoverno.

C’è poi il tema dell’indipendenza del pubblico ministero. Nel dibattito è stato chiarito che la riforma non prevede alcun assoggettamento del pm al potere esecutivo: “Per assoggettare il pm all’esecutivo ci vuole un’altra riforma costituzionale”, ha precisato de Gioia, respingendo l’idea che il referendum sia il primo passo verso una subordinazione alla politica.

In questa prospettiva ritiene che votare Sì significa sostenere una riforma che, pur non risolvendo tutti i problemi della giustizia, interviene su nodi strutturali - separazione delle carriere, correntismo, percezione di imparzialità - con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la fiducia dei cittadini nel sistema. “Non bisogna votare per appartenenza politica, ma con consapevolezza”, è stato l’appello finale: documentarsi e leggere il testo della riforma, così da scegliere in modo informato.

Perché votare No al referendum

Nel confronto di Money Talks, le ragioni del No sono state ricondotte alla difesa dell’equilibrio costituzionale tra i poteri e all’unitarietà culturale della magistratura. In particolare, Nicola De Marinis ha spiegato che la separazione delle carriere oltre a essere una questione organizzativa incide sull’identità stessa della funzione giudiziaria. Oggi giudici e pubblici ministeri condividono una formazione comune e un riferimento unitario alla legge: rompere questa “unitarietà culturale” significherebbe, secondo lui, indebolire quel terreno condiviso che garantisce equilibrio tra accusa e giudizio.

Per De Marinis, la separazione rischia di trasformarsi in una frattura strutturale che non aggiunge reali garanzie al cittadino, ma modifica l’assetto di un potere costituzionale senza intervenire sui problemi reali della giustizia, quali tempi dei processi, carichi di lavoro, risorse. La distinzione tra funzioni, ha ricordato, già esiste; il salto verso carriere totalmente separate potrebbe alterare un equilibrio costruito proprio per assicurare che il pubblico ministero resti ancorato alla cultura della giurisdizione e non diventi una parte “pura” in senso accusatorio.

Un altro nodo centrale riguarda il sorteggio e l’Alta Corte disciplinare. L’autogoverno della magistratura - ha sostenuto - è espressione diretta della sua autonomia costituzionale. Introdurre meccanismi esterni nella gestione disciplinare significa limitare quella che è, in tutti i poteri dello Stato, una forma di autodichia. “Qualunque potere costituzionale ha l’autogoverno”, ha osservato, evidenziando il rischio che la responsabilità disciplinare, se sottratta all’organo interno, possa diventare uno strumento di pressione indiretta.

Il punto più sensibile, per il fronte del No, è proprio questo: evitare che la riforma produca un clima di condizionamento. Anche senza un formale assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo, il timore è che si crei una dinamica di progressiva emarginazione del potere giudiziario. “Il potere ha bisogno di limiti”, è stata la sintesi del suo appello finale: in uno Stato di diritto l’equilibrio tra politica e magistratura si fonda sulla possibilità per i giudici di applicare la legge senza pressioni, né dirette né indirette.

Votare No, in questa prospettiva, significa difendere l’assetto attuale dell’ordine giudiziario, ritenuto coerente con la Costituzione e con il principio di separazione dei poteri. Non si tratta quindi di un voto di appartenenza, ma una scelta orientata a preservare - secondo questa lettura - l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come presidio fondamentale della democrazia.

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