L’Unione europea invita l’Italia a rivedere il suo sistema fiscale, partendo dall’imposizione di patrimoni e successioni.
È esplosa, di nuovo, la polemica politica sulla patrimoniale. Mentre è stata presentata una proposta di legge ad hoc, anche l’Unione europea si rivolge all’Italia consigliando una riforma della tassazione di patrimoni e successioni. L’obiettivo è chiaramente quello di garantire entrate più consistenti nei conti pubblici, senza gravare ulteriormente sul carico fiscale imposto alla generalità della cittadinanza. Sarebbe di fatto una soluzione efficace per sostenere i servizi pubblici in favore della collettività.
Il prezzo da pagare, però, sarebbe imporre una seconda tassazione su beni già sottoposti all’imposizione fiscale, circostanza che i contrari alla riforma ritengono profondamente ingiusta, o un aumento della stessa per quanto riguarda le successioni. La questione divide la politica da anni ormai e il governo Meloni non sta di certo facendo eccezione, ma tra la proposta di iniziativa popolare e il consiglio europeo la strada verso la decisione potrebbe essere già tracciata.
Cosa sappiamo sulla riforma consigliata dall’Unione europea
La Commissione Ue ha fornito all’Italia un’attenta valutazione del suo sistema fiscale, condividendo svariate osservazioni per migliorarlo nei documenti allegati al semestre europeo. L’esercizio di coordinamento delle politiche sociali ed economiche dell’Unione europea mantiene l’Italia sotto osservazione. Secondo Bruxelles la materia fiscale continua a mostrare segni di squilibrio, anche le misure attuate hanno impedito un aggravamento.
Le criticità da risolvere secondo la Commissione Ue passano attraverso il sistema fiscale adottato dal Belpaese, soprattutto perché ampiamente basato sulla tassazione del lavoro. Quest’ultimo continua a rappresentare la fonte principale di entrata fiscale, in modo non conveniente secondo l’analisi europea. Bruxelles ritiene infatti che l’Italia possa adottare un sistema più equo e vantaggioso, spostando una parte del carico fiscale “relativamente elevato” su basi imponibili oggi non sfruttate adeguatamente, soprattutto patrimoni e successioni.
Di fatto, l’Italia non si distingue da tanti altri Paesi europei in cui la ricchezza è fortemente concentrata in una piccola fetta della popolazione. Basti pensare che se la ricchezza fosse distribuita in parti uguali ogni cittadino avrebbe quasi 200.000 euro, invece il 60% della ricchezza nazionale complessiva è nelle mani del 10% della popolazione. La metà più povera della cittadinanza, invece, si divide appena il 7,4%. Lo squilibrio è ancora più evidente se i dati si guardano più nel dettaglio: lo 0,1% più ricco degli italiani detiene il 9,4% della ricchezza totale del Paese.
In quest’ottica la previsione dell’imposta patrimoniale è vista non soltanto come una soluzione di natura erariale, ma anche come uno strumento di giustizia sociale, una forma di parziale redistribuzione della ricchezza in favore della collettività. Ciò però non cancella il fatto che il patrimonio accumulato, anche quando corrispondente a cifre stratosferiche, sia composto da redditi già tassati a tempo debito. Per la tassa di successione, tuttavia, va detto che la doppia imposizione è giustificata dal cambiamento di soggetto destinatario dell’obbligo.
Successioni e patrimoniale nella proposta di legge
Gli economisti hanno da tempo spiegato perché l’imposta patrimoniale è efficace, ma non mancano neanche di sollevare i rischi per l’imprenditoria e in generale sulle modalità di gestione dei risparmi. Osservazioni che l’Italia è chiamata a eseguire tenendo conto del consiglio di Bruxelles, che comunque non ha un valore impositivo. D’altra parte, la posizione europea potrebbe incidere sul dibattito pubblico e soprattutto sulla proposta di legge popolare presentata dal comitato 1% Equo.
Quest’ultimo sta raccogliendo le firme per l’introduzione di un’imposta patrimoniale su patrimoni superiori a 2 milioni di euro con un’aliquota dell’1%, aumentata all’1,7% per i patrimoni di oltre 5 milioni, del 2,1% sui patrimoni superiori a 8 milioni e infine del 3,5% sui patrimoni superiori a 20 milioni di euro. Contestualmente, viene proposto di rivedere la tassa di successione, introducendo un’aliquota dell’8% per eredità fino a 500.000 euro fino al 15% per lasciti di oltre 1 milione, mantenendo le franchigie ma abolendo le agevolazioni per il trasferimento di aziende e partecipazioni familiari. Un maggiore sfruttamento delle successioni, come suggerito dall’Ue, che contribuirebbe ad alleggerire il peso fiscale sulla stragrande maggioranza dei cittadini.
L’iniziativa non è direttamente collegata, ma bisogna notare che introdurrebbe un sistema allineato a quello mediamente vigente in Europa. L’Italia ha di fatto un’imposta di successione particolarmente bassa rispetto agli altri Stati membri, perciò questi valori sono potenzialmente compatibili con il cambiamento consigliato dalla Commissione europea.
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