In guerra, si sa, la prima vittima è la verità. Nei casi a noi più vicini – Vietnam, Iraq, Afghanistan – la gestione dell’informazione è sempre stata parte integrante della strategia militare. Non fa eccezione il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran.
Negli ultimi giorni un’ipotesi ha iniziato a circolare soprattutto nei media alternativi e nei circuiti di analisi geopolitica: quella che i media occidentali stiano minimizzando o ignorando i danni provocati dai missili iraniani.
Tra coloro che hanno esplicitamente sollevato il tema c’è il giornalista americano Tucker Carlson nel suo podcast di ieri, con un’intervista all’ex colonnello dell’esercito statunitense Douglas Macgregor. Secondo quest’ultimo, alcune delle informazioni diffuse sui risultati degli attacchi iraniani sarebbero incomplete, e l’efficacia dei sistemi di difesa israeliani verrebbe presentata come più infallibile di quanto non lo sia nella realtà.
La sua tesi non è che Israele sia stato devastato dai bombardamenti — una narrazione che, allo stato, non trova riscontro nei fatti — ma che alcuni attacchi iraniani avrebbero comunque prodotto danni molto più significativi di quanto non emerga nel racconto mediatico dominante.
Gestione delle notizie di guerra
Nel caso israeliano il controllo sull’informazione in ambito bellico è particolarmente ferreo. Israele applica da decenni una rigida censura militare sulle informazioni che riguardano infrastrutture strategiche, basi, radar o sistemi di difesa. Non è una teoria del complotto: è una norma ufficiale dello Stato.
Ciò significa che i media israeliani e internazionali non possono pubblicare liberamente immagini o dettagli su obiettivi sensibili colpiti da attacchi missilistici. Il risultato è che, quando un missile riesce a superare le difese antimissile e colpisce un’area sensibile, le informazioni diffuse pubblicamente sono spesso assai parziali o ritardate.
Limiti delle difese antimissile
Israele possiede probabilmente la rete di difesa più sofisticata al mondo, composta da sistemi come Iron Dome, David’s Sling e Arrow.
Questi sistemi sono estremamente efficaci, ma non sono infallibili. Del resto, nessun sistema di difesa antimissile lo è. La loro efficacia dipende da vari fattori: numero di missili lanciati, traiettorie, saturazione del sistema e tipo di vettore utilizzato.
In altre parole, è plausibile che alcuni missili iraniani riescano a penetrare la difesa e colpire obiettivi sul territorio israeliano. E in effetti alcune esplosioni nell’area di Tel Aviv sono state documentate.
Non sarebbe la prima volta se il grado di efficacia reale dei sistemi di difesa emergesse solo anni dopo il conflitto. Un rapido sguardo alla storia recente dimostra che durante la Guerra del Golfo del 1991, l’efficacia dei sistemi antimissile Patriot fu inizialmente presentata come quasi totale, salvo essere ridimensionata anni dopo da analisi indipendenti del MIT e del General Accounting Office statunitense. Episodi simili si sono verificati anche negli attacchi missilistici degli Houthi contro l’Arabia Saudita e nel clamoroso raid del 2019 contro gli impianti petroliferi di Saudi Aramco. In tutti questi casi la realtà operativa emerse solo gradualmente, man mano che dati e analisi più approfondite diventavano disponibili. È quindi possibile che qualcosa di simile stia accadendo anche oggi nella guerra tra Iran e Israele: non necessariamente, o non solo, una grande cospirazione mediatica, ma il riflesso di protocolli consolidati che vedono la gestione dell’informazione come parte integrante della strategia militare.
Propaganda e contro-propaganda
Naturalmente il problema non riguarda solo l’Occidente. Anche l’Iran conduce una massiccia guerra informativa.
Teheran tende a presentare ogni attacco come un successo strategico, spesso parlando di obiettivi militari distrutti o basi neutralizzate senza che queste affermazioni trovino conferme indipendenti.
La verità sta probabilmente nel mezzo: gli attacchi iraniani non hanno cambiato l’equilibrio militare del conflitto, ma neppure sono stati irrilevanti.
Di sicuro, ridurre la questione a una narrazione di difese perfette da un lato e di bombardamenti devastanti dall’altro significa cedere alla propaganda, qualunque sia la bandiera.
La guerra delle percezioni
C’è poi un fattore più politico che militare. La percezione di invulnerabilità è parte della deterrenza.
Per Israele è fondamentale che l’opinione pubblica interna e internazionale continui a considerare il Paese come protetto da uno “scudo” quasi impenetrabile. Ammettere apertamente vulnerabilità sistemiche avrebbe conseguenze strategiche.
Allo stesso modo, per l’Iran è essenziale dimostrare di poter colpire Israele e le infrastrutture militari americane nella regione.
Il risultato è ovviamente una guerra delle percezioni, in cui la battaglia per il controllo della narrativa è quasi importante quanto quella combattuta con missili e droni.
Il ruolo dei media occidentali
Qui si inserisce la critica avanzata da Carlson. Non è necessario immaginare una censura coordinata per spiegare alcune distorsioni informative.
Spesso il meccanismo è più semplice: i media occidentali dipendono largamente da fonti ufficiali — governi, eserciti, servizi di intelligence — per ottenere informazioni rapide e verificabili. Questo crea inevitabilmente una certa asimmetria narrativa.
Le versioni ufficiali diventano la base del racconto, mentre le informazioni che le contraddicono richiedono verifiche molto più lunghe e complesse.
Trasparenza e scetticismo
In un conflitto come quello in corso, la prudenza informativa è comprensibile. Ma prudenza non dovrebbe significare assenza di domande.
Il punto sollevato da Carlson e Macgregor, al di là delle polemiche, merita almeno di essere discusso: quanto sappiamo realmente dei danni provocati dagli attacchi iraniani?
La risposta più onesta, oggi, è probabilmente questa: molto meno di quanto non pensiamo.