Il presidente Usa Joe Biden, intervenuto nei giorni scorsi dallo Studio Ovale in merito alla della guerra tra Hamas e Israele, ha recentemente rispolverato il concetto di “Destino Manifesto” degli Stati Uniti intesi «nazione indispensabile» per garantire l’ordine internazionale. Collegando Hamas alla Russia e alla guerra in Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha rimarcato la retorica dello scontro in atto tra le democrazie liberali e i regimi autoritari. Di fatto, il presidente degli Stati Uniti ha dato ragione a Papa Francesco e alla sua tesi della “Terza Guerra Mondiale combattuta a pezzi”, rimarcando la natura globale del conflitto tra democrazie e autocrazie, spiegando che gli Usa si trovano dinanzi a un “punto di svolta”. Hamas e il presidente russo Vladimir Putin, ha continuato Biden, sono “minacce diverse” ma condividono un obiettivo comune: “Entrambi vogliono annientare completamente una democrazia vicina”.
I 100 miliardi per la guerra mondiale
Trattasi di minacce che la Casa Bianca non vuole affrontare inviando soldati americani al fronte. No, le Endless Wars degli Stati Uniti degli ultimi 30 anni, dall’Iraq passando all’Afghanistan, hanno causato già troppi morti e l’opinione pubblica - già riluttante a sostenere economicamente guerre lontane migliaia di chilometri da Washington - non approverebbe mai. No Boots on the ground: le guerre - che fanno l’interesse dell’America, almeno secondo Biden - devono essere combattute dagli altri. Come nota RealClearPolitics, la Casa Bianca inoltrerà al Congresso una richiesta di ben 100 miliardi di dollari in aiuti bellici, collegando in questo modo l’assistenza militare all’Ucraina, che molti repubblicani sono riluttanti ad approvare, con i fondi per le munizioni che i deputati del Partito Repubblicano sono invece ansiosi di inviare a Israele. In questa fase di caos politico nel Gop, mentre il partito si confronta sull’elezione di un nuovo speaker della Camera, sarà difficile per i repubblicani non approvare la richiesta della Casa Bianca.
La propaganda di Biden
“La storia ci ha insegnato che quando i terroristi non pagano un prezzo per il loro terrore, quando i dittatori non pagano un prezzo per la loro aggressione, causano più caos, morte e distruzione”, ha sottolineato Biden. “Continuano ad andare avanti. E i costi e le minacce per l’America e per il mondo continuano ad aumentare”. Se il discorso di Joe Biden è stato apprezzato dai neocon e dagli interventisti, Donald Trump ha invece accusato l’inquilino della Casa Bianca di aver dimostrato “una combinazione mortale di incompetenza, radicalismo e debolezza”, spiegando che il presidente americano “è Neville Chamberlain che cerca di atteggiarsi a Winston Churchill”. Ciò che Biden non dice, è che la guerra in Ucraina, con il fallimento della controffensiva di Kiev, passa definitivamente in secondo piano. Nonostante le smentite di rito, infatti, secondo Axios, gli Stati Uniti intendono fornire a Israele decine di migliaia di colpi di artiglieria inizialmente destinati all’Ucraina.
Tre funzionari israeliani anonimi a conoscenza della situazione hanno riferito alla testata americana, secondo un rapporto pubblicato la scorsa settimana, che il Pentagono intende inviare a Israele una fornitura di proiettili di artiglieria da 155 mm nelle prossime settimane. Il presidente del Comitato militare della Nato ha avvertito nelle scorse settimane che le scorte di munizioni si stanno avvicinando al fondo del barile poiché i pesanti scambi di fuoco di artiglieria in Ucraina mettono a dura prova le scorte. E la situazione militare è deludente per Kiev. Come sottolinea Stephen Bryen su Asia Times, “Bakhmut è stata la prima grande sconfitta dell’esercito ucraino. La fallita controffensiva ucraina conta come la seconda sconfitta. Non è noto se l’Ucraina riuscirà a sopportare una terza sconfitta ad Avdiivka: probabilmente potrà lottare per un po’, ma il prezzo potrebbe essere fatale”. Ciò che è noto, spiega l’esperto di Difesa, è che Zelensky “sta affrontando una crisi che crescerà man mano che i combattimenti si espandono ad Avdiivka e altrove”.
Un favore al complesso militar-industriale in vista delle elezioni
Gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina più di 44 miliardi di dollari in assistenza militare a Kiev da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, nel febbraio 2022, fornendo carri armati M1A1 Abrams, Bradley, sistemi di difesa aerea Patriot, sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità (Himars) e obici M777. La verità è che quello di Joe Biden è l’ennesimo favore, in vista delle elezioni del 2024, al complesso industrial-militare statunitense: come hanno stabilito diverse inchieste giornalistiche, tra le quali quelle di Greenwald e altri giornalisti, la stragrande maggioranza dei soldi stanziati dagli Stati Uniti finisce infatti nelle casse dei produttori di armi come Raytheon, Lockheed Martin, Boeing. Raytheon, in particolare, ha fatto pressioni sui deputati degli Stati Uniti affinché il Congresso approvasse dei contratti pluriennali a favore dell’assistenza militare all’Ucraina. Ora Joe Biden vuole continuare a sostenere tale complesso di industrie affinché garantiscano al presidente uscente il loro sostegno in vista delle elezioni presidenziali del 2024. Produttori di armi che sicuramente punteranno su un presidente che può fornire loro delle sicurezze e guadagni sicuri. Sul fronte dell’informazione, non c’è da stupirsi, poi, se la narrazione rimane sostanzialmente a senso unico dato che, come ha appurato il Quincy Institute, la stragrande maggioranza dei media che menzionano i think tank negli articoli sulle armi statunitensi e sulla guerra in Ucraina provengono da think tank i cui finanziatori traggono profitto dalle spese militari statunitensi, dalla vendita di armi e, in molti casi, direttamente dal coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina. Insomma, la guerra rimane un business per tanti, tranne che per i cittadini comuni.