Quando si parla di conflitti, la reazione istintiva di molti è sperare in una risoluzione pacifica, basata sul dialogo e sul compromesso. Tuttavia, questa visione può rivelarsi ingenua perché non è affatto scontato che gli interessi di una popolazione coincidano con quelli della sua classe dirigente.
E’ prassi diffusa in politica, ma non solo, che i leader non proclamino quello che pensano, ma invece dicano quello che piace e che genera consenso.
Quindi i gruppi dirigenti potrebbero non essere realmente interessati alla pace (o a realizzare veramente quanto dichiarano pubblicamente), poiché il mantenimento di uno stato di tensione può stabilizzare o rafforzare la propria posizione.
Un conflitto, reale o minacciato, tende a unire la popolazione, a scoraggiare il dissenso e a consolidare il potere delle élite. Al contrario, la pace incoraggia il desiderio di migliorare la propria condizione, e questo potrebbe rappresentare una minaccia per chi detiene il potere.
In altre parole, mantenere alta la tensione è un affare.
Ma come viene creata e mantenuta questa tensione? Attraverso la narrazione.
Le narrazioni sono strumenti potenti, utilizzati per plasmare l’opinione pubblica. Le élite manipolano la percezione della realtà attraverso la costruzione di un «nemico unico», attribuendo a un avversario la responsabilità di tutti i mali. Generalizzazioni come «tutti gli israeliani sono sionisti» o «tutti gli arabi sono terroristi» sono esempi di questo tipo di manipolazione.
Senza nemici, la classe al comando, specie se di cattiva qualità, rischierebbe di perdere la propria posizione: cosa sarebbe di Hamas senza Israele da annientare? E Netanyahu non sarebbe già sotto processo senza Hamas?
E il governo iraniano pur desiderando evitare un’escalation totale in Medio Oriente, almeno per motivi economici, potrebbe continuare ad esercitare la sua influenza su Siria e Yemen, e continuare ad essere antagonista dell’Arabia Saudita senza l’esistenza di uno stato di tensione?
Inoltre un conflitto a bassa intensità è preferibile ad una pace duratura ma anche ad una guerra totale. Quest’ultima potrebbe essere vinta o persa, ma con un conflitto latente si può continuare a governare per lunghissimo tempo perché serve a nascondere la debolezza delle proprie posizioni. Si può “salvare la faccia” e continuare a perseguire i propri interessi.
Ecco quindi la mia interpretazione del recente attacco ucraino in territorio russo: potrebbe essere un tentativo di mettere in discussione la narrazione di Putin secondo cui «la Russia non perde mai una guerra». Le operazioni militari diventano uno strumento non per piegare fisicamente l’avversario ma per indebolire il suo fronte interno e far cadere il gruppo dirigente.
E’ interessante notare che queste considerazioni sulle narrazioni hanno ricadute significative anche per gli investitori.
Gli investitori devono essere consapevoli che, proprio come nei conflitti geopolitici, esistono conflitti di interesse anche nel mondo degli investimenti. E quello principale non è la concorrenza tra banche, ma tra banca e cliente.
Una guerra totale tra banche sarebbe un vantaggio per i clienti, ma porterebbe ad una riduzione dei profitti del sistema: meglio quindi una certa tensione, ma mai un duello all’ultimo sangue tra competitor.
Cosa può fare un cliente per migliorare il rendimento del proprio patrimonio?
Il nodo essenziale sta nel comprendere che esiste una narrazione che mimetizza il conflitto di interesse tra banca e cliente. Viene cioè rappresentata una inesistente alleanza tra la banca e l’investitore, anche se questo rapporto è in realtà conflittuale.
Proclamare di avere da offrire 1000 fondi comuni di case differenti sembra implicare una imparzialità e di conseguenza una alleanza tra consulente e cliente.
Ma se il cliente sapesse che dietro a questa facciata ci sono retrocessioni differenziate tra i fondi?
Ovvero che è possibile per la banca indirizzare la scelta del consulente veros un fondo o un’altro modulando la sua remunerazione in base al prodotto? Il fondo X sulle azioni americane rende al consulente una retrocessione del 1% mentre il fondo Y gemello, ma di un’altra casa, rende al consulente lo 0,5%. Quale verrà consigliato in genere?
A questo punto in molti di noi scatta l’emotività che ci fa dire “Sarà anche vero, ma non nel mio caso perché il mio consulente è un mio amico”. Ecco che la narrazione vi ha ingabbiato!
Oppure perché le banche continuano a fare campagne sui media offrendo ai nuovi clienti buoni Amazon o tassi “privilegiati” fuori mercato?
Anche se tutti noi - in teoria – sappiamo che “non esiste il pranzo gratis” siamo sempre tentati da quell’offerta pensando di poter mettere a frutto una occasione eccezionale.
Vedete che, scoprendo queste dinamiche, le persone più riflessive possono intuire quali spazi di miglioramento ci possano essere nella gestione del proprio patrimonio.
Quindi proclamare di “volere la pace” o di “essere amici del cliente” potrebbe essere parte di una narrazione volta ad influenzare una certa platea e intanto continuare a perseguire i propri interessi.
Solo la comprensione e la successiva delimitazione dei conflitti di interesse permette di neutralizzare le narrazioni. E questo esercizio è cruciale sia per capire il mondo sia per investire bene.
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