Cosa cambia per gli italiani dopo il risultato del referendum giustizia 2026?

Simone Micocci

16 Marzo 2026 - 11:46

Referendum giustizia, cosa cambia per gli italiani? Il risultato avrà conseguenze tanto sul piano tecnico quanto su quello politico. Ecco perché.

Cosa cambia per gli italiani dopo il risultato del referendum giustizia 2026?

Il 23 e il 24 marzo si vota per il referendum sulla giustizia, un appuntamento elettorale che molti italiani percepiscono come distante. La ragione principale è che la materia - così come il quesito sottoposto agli elettori - è particolarmente tecnica e, in alcuni casi, difficile da comprendere pienamente.

Per questo motivo molti cittadini non hanno chiaro cosa può cambiare dopo il risultato del referendum giustizia 2026, ed è anche per questa ragione che si prevede un tasso di astensione elevato. Anche tra coloro che si recheranno alle urne, la percentuale di elettori davvero consapevoli delle conseguenze della scelta appare limitata: in molti casi il voto per il Sì o per il No sembra orientato più dalle proprie convinzioni politiche che dalla valutazione nel merito della riforma. Tanto che è opinione diffusa che il Sì possa raccogliere soprattutto il consenso degli elettori di centrodestra, mentre il No sia sostenuto prevalentemente da chi esprime una posizione critica nei confronti del governo guidato da Giorgia Meloni.

Si tratta quindi di un referendum che rischia di essere fortemente personalizzato sul piano politico, con il contenuto della riforma destinato a passare in secondo piano. Del resto, il tema della giustizia è spesso percepito come lontano dalla vita quotidiana: solo una parte limitata della popolazione ha avuto un rapporto diretto con i tribunali o teme di averlo in futuro, e questo contribuisce a ridurre il coinvolgimento emotivo e l’interesse verso la consultazione.

Guardare al referendum anche sotto il profilo politico, tuttavia, non è del tutto sbagliato. Il risultato potrebbe infatti incidere sugli equilibri attuali e sul clima del confronto tra maggioranza e opposizione. Allo stesso tempo non va però trascurata la dimensione tecnica della riforma, che resta rilevante per il ruolo centrale che la magistratura svolge nel nostro ordinamento e per le possibili ricadute che le scelte istituzionali in materia di giustizia possono avere, direttamente o indirettamente, nella vita dei cittadini.

In una puntata di Money Talks, il podcast di Money.it, abbiamo intervistato due magistrati, uno a favore del Sì e uno per il No. GUARDA ORA su YouTube.

Cosa cambia sul piano tecnico per gli italiani dopo il risultato del referendum giustizia

Se ci limitiamo a un’analisi tecnica della riforma, ci sarebbero conseguenze soltanto in caso di vittoria del Sì. Se invece la maggioranza dei votanti dovesse esprimersi per il No, la riforma costituzionale non entrerebbe in vigore e l’assetto attuale della magistratura resterebbe di fatto invariato.

In caso di vittoria del Sì, invece, cambierebbe in modo significativo l’architettura costituzionale della giustizia italiana. Ricordiamo, infatti, che la riforma interviene su diversi articoli della Costituzione e introduce, come elemento centrale, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. Questo significa che chi entra in magistratura dovrà scegliere fin dall’inizio se intraprendere la carriera di giudice o di pubblico ministero, senza più la possibilità di passare da una funzione all’altra nel corso della vita professionale. La distinzione diventerebbe così un principio costituzionale, non più soltanto una scelta organizzativa rimessa al legislatore.

Un’altra novità rilevante riguarderebbe il sistema di autogoverno della magistratura. L’attuale Consiglio superiore della magistratura verrebbe sostituito da due organi distinti: uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri appunto. Entrambi continuerebbero a essere presieduti dal presidente della Repubblica, ma avrebbero competenze autonome sulle nomine, sui trasferimenti, sulle valutazioni di professionalità e sull’organizzazione delle rispettive carriere. Cambierebbe anche il meccanismo di selezione dei componenti, con l’introduzione del sorteggio - totale o parziale - da elenchi predisposti dal Parlamento e dalle magistrature, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti interne.

La riforma prevede inoltre l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare, un organo autonomo chiamato a giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati. Questa funzione verrebbe sottratta ai Consigli superiori, segnando una separazione più netta tra gestione delle carriere e responsabilità disciplinare. Sul piano organizzativo cambierebbero anche alcune regole relative all’accesso alla Corte di Cassazione, con l’estensione della possibilità di nomina anche ai pubblici ministeri con una lunga esperienza professionale.

Per i cittadini, dunque, le conseguenze non sarebbero immediate nella vita quotidiana, ma riguarderebbero il funzionamento complessivo della giustizia, potendo così incidere nel medio-lungo periodo sulla struttura del sistema giudiziario e sul rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni della giustizia.

Cosa cambia sul piano politico per gli italiani dopo il risultato del referendum giustizia

Cosa cambia sul piano politico per gli italiani dopo il risultato del referendum giustizia

Ma inevitabilmente conseguenze ci saranno anche per gli attuali equilibri politici. Non al pari di quanto accaduto con Matteo Renzi - che aveva pubblicamente legato il proprio futuro politico all’esito del referendum sulla riforma del bicameralismo - ma comunque una vittoria del Sì o del No potrebbe incidere in modo significativo sul quadro politico.

Una sconfitta al referendum rappresenterebbe infatti un duro colpo per l’immagine del governo guidato da Giorgia Meloni, probabilmente il più importante dall’inizio della legislatura. In quel caso l’esecutivo potrebbe trovarsi nella necessità di reagire sul piano politico e comunicativo. Se vi state chiedendo cosa potrebbe accadere al governo nel caso in cui dovesse prevalere il No, va detto che al momento non esistono certezze: le intenzioni della presidente del Consiglio non sono mai state esplicitate proprio per evitare una personalizzazione dello scontro politico e per non trasformare il referendum in un giudizio diretto sull’operato dell’esecutivo.

Non mancano tuttavia indiscrezioni e letture politiche secondo cui Meloni potrebbe scegliere di rafforzare la propria posizione anche attraverso una mossa forte, come la possibilità di rimettere il mandato e aprire la strada a elezioni anticipate. Un ritorno alle urne che - almeno alla luce degli attuali sondaggi - potrebbe consentirle di ottenere una nuova legittimazione politica e garantire continuità all’azione di governo per i prossimi anni, evitando il rischio di arrivare indebolita alla scadenza naturale della legislatura prevista nel 2027.

Diverso lo scenario in caso di vittoria del Sì. In questo caso non si profilerebbero particolari scossoni sul piano politico, ma la posizione della presidente del Consiglio ne uscirebbe sicuramente rafforzata. Paradossalmente, proprio un risultato favorevole potrebbe rendere teoricamente più conveniente capitalizzare il consenso con un voto anticipato. Tuttavia il governo sembra orientato a evitare mosse che possano apparire incoerenti, proseguendo invece fino alla fine del mandato per portare a compimento il proprio programma, a partire dall’approvazione di una nuova legge elettorale che dovrebbe mettere in sicurezza una futura rielezione.

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