Cos’è la tanto temuta sovracapacità della Cina?

Violetta Silvestri

23/05/2024

La sovracapacità della Cina spaventa Usa ed Europa. Ma cosa si intende per eccesso di capacità industriale del dragone e quanto è reale la sua pericolosità?

Cos’è la tanto temuta sovracapacità della Cina?

La sovracapacità industriale della Cina è lo “spauracchio” di Usa e Unione Europea, che invocano a gran voce dazi, misure di ritorsione e una comune strategia per fermare la quantità di beni cinesi a basso costo che minaccia di riempire i mercati occidentali e di deprimere le industrie nazionali.

Il timore del dominio cinese in settori ormai cruciali, come quello delle auto elettriche e in generale della transizione energetica, è davvero fondato? Pechino è accusata di “inondare i mercati globali con esportazioni artificialmente a basso prezzo” attraverso “ampi sussidi” e altre “politiche non di mercato” e non manca occasione di consesso economico internazionale in cui questo allarme non venga lanciato.

Non a caso, il segretario al Tesoro americano Janet Yellen ha appena dichiarato giovedì 23 maggio che i ministri delle Finanze del G7 discuteranno delle loro preoccupazioni sull’eccesso di capacità industriale del dragone e sulle possibili risposte, aggiungendo che senza cambiamenti politici a Pechino le loro economie saranno colpite da un’inondazione di prodotti cinesi a buon mercato.

Come spiegare, allora, questo pericolo di eccesso di beni cinesi in settori così strategici? Analizzare il concetto di sovracapacità industriale della potenza asiatica - e individuarne gli impatti tangibili - significa focalizzarsi su come sta cambiando il mondo commerciale, l’economia cinese e quanto il concetto di sicurezza economica per i singoli Stati, sia diventato prioritario nel definire con quali partner relazionarsi.

Cos’è la sovracapacità cinese temuta dall’Occidente?

La Cina sta producendo troppi beni non assorbiti dal mercato interno e quindi destinati all’estero. Inoltre, li sta producendo attraverso pratiche distorsive che, se non affrontate, minacciano di decimare le economie statunitense ed europea e le loro industrie: così viene spiegata la sovracapacità cinese dalle alte cariche politiche di Washington e Bruxelles.

Per capire meglio cosa realmente sta accadendo al sistema economico del dragone, occorre ripercorrere la politica di Xi Jinping dal dopo pandemia. Nonostante l’accento posto sulla necessità di rilanciare i consumi, quindi la domanda interna, schiacciata dai pesanti lockdown del periodo di Covid, in realtà la strategia di crescita cinese ha puntato sulla produzione industriale.

E, nello specifico, sui settori considerati oggi fondamentali per lo sviluppo futuro: quelli legati alla transizione energetica, che includono veicoli elettrici, batterie, pannelli solari. E, in generale, beni a elevato contenuto tecnologico.

Dinanzi alla crisi del settore immobiliare, che ha sempre rappresentato una quota rilevante di Pil per la Cina, Xi ha optato per il sostegno alla manifattura, con investimenti mirati a vantaggio della produzione industriale piuttosto che sul real estate.

Come ha fatto notare l’analista Ispi Filippo Fasulo, oggi si parla sempre più spesso di China Shock 2., “in riferimento a quanto avvenuto dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 che comportò la concorrenza delle merci cinesi alle industrie americana ed europee, causando processi di deindustrializzazione i cui effetti sono percepibili ancora oggi per le economie coinvolte.”

Con due differenze rispetto a quegli anni: la prima è che precedentemente i beni coinvolti erano a basso valore aggiunto, mentre ora sono ad alto contenuto tecnologico a testimonianza di uno sviluppo di qualità dell’industria cinese. La seconda riguarda la condizione economica propria della Cina: la domanda interna è debole e la produzione industriale è rivolta al mercato estero. In sostanza, il dragone sta rafforzando le esportazioni. E, nell’ottica occidentale, influenzando negativamente commercio ed economia globale.

Non solo. Usa e Unione Europa accusano Pechino di favorire la produzione in eccesso di questi beni attraverso politiche incentrate su sussidi e quindi anti-concorrenziali. Il riferimento, per esempio, è sulla strategia Made in China 2025 che mira proprio a supportare la svolta industriale tecnologica cinese con politiche precise e sussidi. Qui si fonda la slealtà del dragone secondo i Paesi occidentali.

Usa ed Europa contro la Cina, tra accuse reciproche

Il tema della sovracapacità industriale cinese è alla base dell’altissima tensione tra Pechino e Washington, allargata anche all’Ue. Le accuse occidentali al dragone, in realtà, svelano diverse sfaccettature di una questione molto complessa su come affrontare gli epocali cambiamenti in corso a livello globale.

La prima conseguenza tangibile di questo clima di rivalità è il ritorno del protezionismo. La Casa Bianca ha annunciato tariffe elevate su una serie di importazioni cinesi, compresi veicoli elettrici e pannelli solari, per proteggere l’economia americana dalle “pratiche commerciali sleali” di Pechino.

L’eccesso di capacità è stata la ragione dichiarata dietro la decisione della Commissione Europea di avviare un’indagine anti-sovvenzioni sui veicoli elettrici cinesi lo scorso anno. “Il mondo non può assorbire la produzione eccedente della Cina”, ha affermato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen dopo un incontro con il leader cinese Xi Jinping a Parigi settimane fa. “Pertanto, ho incoraggiato il governo cinese ad affrontare queste sovraccapacità strutturali”.

Non sono mancate le risposte minacciose di Pechino, con l’avvertimento di nuovi dazi sull’import di auto europee di grandi dimensioni (una mossa che preoccupa soprattutto la Germania).

Secondo il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, “gli Stati Uniti stanno essenzialmente usando la narrativa della ’sovracapacità’ per mettere in ginocchio le industrie forti di altri Paesi e praticare il protezionismo e calpestare i principi del mercato e le regole del commercio internazionale in nome della ’concorrenza leale”.

Si potrebbe osservare che gli Usa non stiano proprio nascondendo questo obiettivo, ovvero di fermare lo sviluppo tecnologico cinese. Qualcuno fa notare inoltre che il CHIPS and Science Act, ad esempio, con sussidi per 280 miliardi di dollari per incentivare la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti oppure l’Inflation Reduction Act con 1,2 trilioni di dollari per promuovere la produzione di tecnologie verdi, compresi veicoli elettrici e pannelli solari, rientrino nella stessa categoria di sussidi considerati sleali se cinesi.

José Gusmão, un eurodeputato del gruppo di sinistra che ricopre il ruolo di vicepresidente della commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo, ha recentemente dichiarato a Euractiv che preoccuparsi della sovrapproduzione potrebbe essere fuori luogo. “Se non altro, stiamo producendo sottoproduzione”, ha detto, riferendosi agli obiettivi globali di lotta al cambiamento climatico.

L’unica certezza sulla pericolosità della sovracapacità cinese è che la questione sta declinando in arroganza, protezionismo, rivalità, conflittualità, nazionalismo. L’esperienza negativa della guerra in Russia, che ha portato a ripensare la dipendenza da un solo Paese nel campo energetico, sta convincendo Usa ed Europa che staccarsi dalla Cina è necessario per evitare brutte sorprese. Produrre sul territorio nazionale e scambiare merci con Paesi amici e vicini è la strategia. Intanto, però, in alcuni settore il dragone è in vantaggio.