Le guerre non sono mai state davvero il problema per le azioni. Ma possono trasformarsi in una condanna silenziosa per le obbligazioni.
Il motivo? Non è solo la paura, ma qualcosa di molto più subdolo: il deficit pubblico.
Quando uno Stato si prepara alla guerra, la spesa esplode. E per coprirla, si emettono obbligazioni. Tante obbligazioni. L’effetto? I rendimenti salgono. Ma se i rendimenti salgono, i prezzi delle obbligazioni che hai in portafoglio scendono. Silenziosamente. Con un danno che spesso si ignora, ma che può compromettere l’intero rendimento atteso.
E ora, nel 2025, potremmo essere davanti a una delle situazioni più critiche mai viste negli ultimi decenni.
Petrolio, guerra e rendimenti: il triangolo letale per le obbligazioni
Se segui i mercati, avrai notato un pattern chiaro: il prezzo del petrolio sale.
Ma c’è un aspetto più sottile, che sfugge anche a molti investitori istituzionali: l’insolita correlazione positiva tra il prezzo del petrolio e i rendimenti obbligazionari, che si intensifica nei momenti di instabilità geopolitica.
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Non si tratta solo di correlazione spuria. Studi quantitativi dimostrano come, durante fasi di tensione militare globale, i picchi nel prezzo del greggio portano con sé aspettative inflazionistiche e, di conseguenza, pressioni al rialzo sui rendimenti nominali.
Con l’ingresso (più o meno diretto) degli Stati Uniti in un nuovo potenziale fronte in Iran, questa dinamica rischia di esplodere. E mentre il mercato azionario può anche ignorare tutto questo, il mercato obbligazionario non dimentica mai.
TLT, 1W
Grafico a candele settimanali del TLT. Fonte: baha.com
1. Il deficit militare americano: l’elefante nella stanza
Gli Stati Uniti hanno già un problema con il debito. Ma un conto è gestirlo con tassi bassi, un altro è farlo con un Fed Funds Rate sopra il 4.25%.
Con politiche fiscali espansive promosse da Trump e un ritorno del riarmo, ci si attende un ulteriore aumento del fabbisogno pubblico. Il Tesoro sarà costretto a emettere più Treasury.
Quante? Difficile dirlo, ma le aste ci daranno presto una risposta concreta. Tuttavia, il punto è un altro: il mercato sa leggere tra le righe, e inizia a scontare oggi quello che avverrà domani.
Più offerta = più rendimento richiesto = prezzi in calo per chi detiene titoli oggi.
2. L’Europa è (forse) messa anche peggio
La Germania ha ufficializzato nel 2025 un piano massiccio di riarmo, rompendo con la dottrina postbellica di spesa difensiva contenuta.
Con l’Europa sempre più esposta a conflitti (Ucraina, Iran), l’area euro potrebbe dover accelerare la spesa militare.
Ma in un’Unione Europea ancora fragile a livello fiscale, dove i margini di bilancio sono risicati, la risposta sarà una sola: più debito pubblico.
E, di conseguenza, rendimenti in salita anche nei Paesi core.
3. La spirale del debito è il vero nemico
Non si tratta solo di obbligazioni che perdono valore. Il punto è sistemico.
Più aumentano i rendimenti, più diventa costoso rifinanziare il debito.
Ma le spese belliche non generano crescita immediata, né entrate fiscali. Al contrario: drenano risorse e aumentano il fabbisogno netto.
Questo porta il mercato a chiedere ancora più rendimento, perché percepisce un rischio crescente. Ed è così che si innesca la spirale del debito.
E no, Powell non può aiutare: se l’inflazione resta alta, la Fed non taglierà i tassi.
Quindi, chi ha obbligazioni a lunga durata in portafoglio potrebbe restare impantanato in perdite non realizzate per anni.
Quindi: azioni e obbligazioni parlano due lingue diverse
I mercati azionari possono anche ignorare la guerra nel breve.
Ma i mercati obbligazionari no: non dimenticano il deficit, non dimenticano il debito, non dimenticano la storia.