Come la debolezza del dollaro sta ridisegnando i mercati globali?

Redazione Money Premium

31 Marzo 2025 - 06:38

Nei periodi di difficoltà sui mercati finanziari, il dollaro ha rappresentato un asset rifugio. Ma nel 2025 questa dinamica si è interrotta.

Come la debolezza del dollaro sta ridisegnando i mercati globali?

L’instabilità politica ed economica negli Stati Uniti sta avendo ripercussioni significative sui mercati globali.

Se da un lato il dollaro sembra indebolirsi come auspicato da alcune teorie su una possibile strategia di svalutazione, dall’altro questa dinamica sta mettendo sotto pressione gli asset statunitensi, con effetti che vanno ben oltre il semplice deprezzamento della valuta.

Il ribasso dei mercati azionari USA e la perdita di valore del dollaro stanno colpendo duramente gli investitori stranieri, in particolare quelli europei, per i quali l’effetto combinato delle due tendenze ha reso gli investimenti in titoli americani molto più rischiosi rispetto al passato.

Tradizionalmente, nei periodi di difficoltà sui mercati finanziari, il dollaro ha rappresentato un asset rifugio, con un apprezzamento che ha compensato le perdite per gli investitori stranieri. Tuttavia, nel 2025 questa dinamica si è interrotta. Le perdite dell’S&P 500 nel primo trimestre si attestano intorno al 6% in dollari, ma per gli investitori europei privi di copertura valutaria il calo si avvicina al 12%, a causa del rafforzamento dell’euro di circa il 5% rispetto al biglietto verde. Lo stesso fenomeno si registra per i titoli del Tesoro statunitense: fondi ETF su bond governativi USA, che hanno registrato perdite marginali in termini nominali, hanno visto i loro rendimenti scendere di oltre il 5% per chi investe in euro.

Questa nuova correlazione tra il deprezzamento del dollaro e il calo dei mercati azionari americani rappresenta un segnale d’allarme. Se la divisa statunitense perde il suo ruolo protettivo durante le fasi di stress finanziario, gli investitori globali potrebbero rivedere in modo significativo la loro esposizione agli asset denominati in dollari. Questo scenario potrebbe innescare un ridimensionamento della centralità del mercato statunitense nei portafogli internazionali, con effetti ancora difficili da quantificare sul lungo termine.

L’origine di questa instabilità è legata in larga parte alle incertezze politiche ed economiche negli Stati Uniti. Il riallineamento delle alleanze commerciali e strategiche promosso dall’amministrazione Trump sta avendo un impatto concreto sui mercati. Le nuove tariffe imposte su importazioni europee e cinesi, che entreranno in vigore nel secondo trimestre dell’anno, stanno alimentando i timori di una guerra commerciale su vasta scala. L’Europa, dal canto suo, sta reagendo con un’espansione della spesa pubblica, in particolare nel settore della difesa, in risposta al disimpegno militare statunitense. Questo ha rafforzato l’euro e ha reso più attraenti gli investimenti nei mercati europei, che nel primo trimestre hanno registrato un rialzo medio del 10%, in netto contrasto con le difficoltà di Wall Street.

A preoccupare gli investitori è anche la possibilità che questa situazione non sia frutto del caso, ma di una strategia deliberata da parte dell’amministrazione statunitense per indebolire il dollaro e stimolare la competitività dell’industria nazionale. Alcuni economisti ipotizzano che la svalutazione della valuta possa essere parte di un tentativo di riequilibrare l’economia globale, riducendo la dipendenza del mondo dal dollaro e incoraggiando una maggiore domanda interna negli altri paesi. In questo contesto, la corsa dell’Europa alla spesa pubblica potrebbe essere vista come un risultato positivo per gli Stati Uniti, nella misura in cui riduce il ruolo di Washington come “banchiere del mondo”.

Tuttavia, questa trasformazione ha un costo elevato. Il deficit patrimoniale netto degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo ha raggiunto i 24 trilioni di dollari, una cifra che suggerisce che qualsiasi riduzione della fiducia negli asset americani potrebbe avere conseguenze profonde e di lunga durata. La crescita nominale del PIL USA, che negli ultimi cinque anni è aumentata del 50%, è in parte dovuta all’afflusso di capitali esteri. Se questi dovessero ridursi in modo significativo, il mercato finanziario statunitense potrebbe subire un riaggiustamento molto più drastico di quanto finora ipotizzato.

La Casa Bianca è convinta che l’imposizione di dazi doganali e altre misure protezionistiche porterà a un aumento degli investimenti produttivi negli Stati Uniti, creando posti di lavoro e aumentando le entrate fiscali. Tuttavia, questo approccio richiederebbe un massiccio riassetto dell’economia mondiale, un processo che potrebbe richiedere anni e non necessariamente garantire il successo sperato.