Nel 2010 l’Irlanda è diventata il secondo Paese dell’eurozona a richiedere un salvataggio internazionale, dopo il collasso del suo sistema bancario sotto il peso della crisi finanziaria globale. Diciotto anni dopo il crollo che ha trasformato l’economia e la politica del Paese, l’Irlanda registra oggi avanzi di bilancio per miliardi di euro, vanta una delle economie a più rapida crescita d’Europa ed è ormai considerata un apparente modello di successo fiscale. Eppure, dietro questi numeri impressionanti si cela una domanda scomoda: quanto è sostenibile la prosperità dell’Irlanda quando una parte così consistente di essa dipende da un ristretto numero di multinazionali?
Nel primo articolo della nostra serie dedicata all’eredità della crisi finanziaria del 2008, l’Irlanda rappresenta un esempio emblematico di come un Paese possa riprendersi da una profonda crisi economica. Allo stesso tempo, però, dimostra anche i rischi derivanti dal sostituire una vecchia vulnerabilità con una nuova.
L’eredità della crisi
Quando la bolla immobiliare scoppiò nel 2008, il sistema bancario irlandese iniziò rapidamente a sgretolarsi. La decisione del governo di garantire le passività delle banche trasformò una crisi finanziaria in una crisi del debito sovrano, costringendo infine Dublino a richiedere un pacchetto di salvataggio da 85 miliardi di euro all’Unione europea e al Fondo Monetario Internazionale nel 2010.
Le conseguenze furono pesanti. Il debito pubblico aumentò vertiginosamente, la disoccupazione raggiunse livelli a due cifre e migliaia di giovani irlandesi emigrarono in cerca di lavoro. Seguirono anni di consolidamento fiscale, con tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte finalizzati a ristabilire la fiducia nelle finanze del Paese.
Entro la metà del decennio successivo, tuttavia, l’Irlanda aveva già iniziato a imporsi come una delle economie a più rapida crescita dell’intera eurozona.
Il motore delle multinazionali
Uno dei fattori principali alla base della ripresa irlandese è stato il successo del Paese nell’attrarre investimenti multinazionali, in particolare da parte di aziende tecnologiche e farmaceutiche statunitensi. Il regime fiscale favorevole per le imprese, una forza lavoro anglofona e l’accesso al mercato unico europeo hanno reso l’Irlanda una base particolarmente attraente per le grandi aziende internazionali.
A questo si è aggiunto, negli anni successivi alla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea, il trasferimento o il rafforzamento della presenza di numerose multinazionali in Irlanda per continuare a beneficiare dell’accesso al mercato unico.
Il conseguente aumento del gettito derivante dall’imposta sulle società ha profondamente trasformato le finanze pubbliche irlandesi. Negli ultimi anni il Paese ha registrato consistenti avanzi di bilancio e continua a generare entrate che sarebbero sembrate impensabili nei momenti più bui della crisi.
Per la classe politica irlandese ciò ha creato nuove opportunità di investimento in infrastrutture, pensioni e fondi strategici di lungo periodo, mantenendo al tempo stesso conti pubblici relativamente solidi.
Una nuova vulnerabilità fiscale
Eppure proprio il successo di questo modello sta diventando motivo di crescente preoccupazione.
L’Irish Fiscal Advisory Council ha avvertito che la spesa pubblica sta aumentando a un ritmo che potrebbe non essere sostenibile e che le finanze dello Stato dipendono in misura sempre maggiore da una fonte di entrate estremamente concentrata. Una quota significativa del gettito derivante dall’imposta sulle società proviene infatti da un numero molto ristretto di grandi multinazionali, esponendo il bilancio pubblico a cambiamenti nelle strategie aziendali, nelle regole fiscali internazionali o nell’andamento dell’economia globale.
Il Consiglio ha inoltre evidenziato che una parte crescente di queste entrate straordinarie viene utilizzata per finanziare la spesa corrente anziché essere accantonata per affrontare le sfide future. Pur essendoci fondi sovrani destinati a sostenere pensioni, infrastrutture e investimenti legati alla transizione climatica, rimangono dubbi sulla capacità degli attuali avanzi di bilancio di garantire tali obiettivi nel lungo periodo.
In altre parole, l’Irlanda ha sostituito una forma di rischio fiscale con un’altra: dalla dipendenza da un sistema bancario eccessivamente esposto alla dipendenza da un piccolo gruppo di multinazionali straordinariamente redditizie.
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Lezioni per il resto d’Europa
In un momento in cui molte economie europee affrontano una crescita debole, livelli elevati di debito pubblico e il rischio di stagflazione, l’Irlanda si distingue come un apparente caso di successo. La sua ripresa dimostra i vantaggi di una crescita trainata dalle esportazioni, dagli investimenti diretti esteri e da una gestione fiscale rigorosa dopo una grave crisi.
L’esperienza irlandese ricorda tuttavia che gli avanzi di bilancio, da soli, non eliminano necessariamente le vulnerabilità strutturali. La sfida per Dublino nel prossimo decennio sarà quella di trasformare l’attuale straordinario gettito fiscale in una resilienza economica duratura, preparandosi al contempo alle pressioni demografiche, alle esigenze infrastrutturali e all’incertezza del contesto fiscale internazionale.
Il percorso dell’Irlanda, da Paese salvato dai creditori internazionali a protagonista delle finanze pubbliche europee, è senza dubbio impressionante. Resta però da capire se rappresenti un modello economico destinato a durare o piuttosto una fase di eccezionale fortuna. È una delle questioni più importanti non solo per l’Irlanda, ma per l’intero continente europeo.
Articolo pubblicato su Money.it edizione internazionale il 2024-10-09 20:41:23. Titolo originale: How Ireland went from eurozone crisis to fiscal powerhouse, and why economists are still worried?