Con la previdenza complementare è possibile alzare l’importo della pensione ricevuta dall’INPS. Come garantirsi, però, almeno €3.000 al mese?
Siamo in molti a guardare al futuro con una domanda carica di ansia: «Quanto prenderò di pensione?». Con il passaggio definitivo al sistema contributivo, la risposta è (apparentemente) semplice: prenderai esattamente in base a quanto avrai versato.
Ma oggi andiamo oltre i dubbi teorici e ci chiediamo quanto bisogna guadagnare e in che modo sfruttare la previdenza complementare per assicurarci un’entrata mensile di 3.000 euro netti. Perché sì, per alcuni fortunati è un obiettivo raggiungibile, con un’attenta ottimizzazione delle entrate, delle spese e dei vantaggi fiscali.
Quanto devi guadagnare per andare in pensione con 3.000 euro al mese
Lo ribadiamo, con questo nostro esempio numerico vogliamo mostrare in che modo la pensione pubblica e quella complementare possano sinergicamente creare un flusso di entrate nette pari a 3.000 euro al mese.
Il primo «motore» è l’INPS. Per aspirare a una base solida, la tua carriera deve essere caratterizzata da una RAL (Reddito Annuo Lordo) media di circa 50.000 euro. Con uno stipendio lordo di circa 3.800 euro al mese (che si traduce in circa 2.700 euro netti in busta paga durante la vita lavorativa), verserai ogni anno circa 16.500 euro di contributi.
Ipotizzando, anche piuttosto semplicisticamente, lo ammettiamo, di aver avuto una RAL media di 50.000 durante l’intera vita lavorativa, dopo 40 anni di contributi avrai accumulato un «tesoretto»: il tuo montante contributivo. Una volta andato in pensione, tale cifra ti potrebbe garantire circa 2.050 euro netti al mese.
Attenzione: qualora volessi garantirti una pensione INPS pari a 3.000 euro netti al mese solo ed esclusivamente grazie al montante contributivo, quindi senza ricorrere alla pensione integrativa, la tua RAL media per tutta la vita lavorativa dovrebbe essere approssimativamente di circa 75.000-80.000 euro.
Il ruolo della previdenza complementare
Tornando al nostro esempio, mancano ancora circa 950 euro per raggiungere l’obiettivo dei 3.000 euro. È qui che entra in gioco la previdenza complementare. Una delle scelte più diffuse per garantirsi una rendita dopo la vita lavorativa, come molti sapranno, ricade sui fondi pensione. Ma quanto versare ogni mese?
Per generare una rendita vitalizia di circa 1.000 euro lordi, devi arrivare al momento del pensionamento con un capitale accumulato nel fondo di circa 230.000 euro. Anche qui, si tratta di una stima approssimativa, che non tiene conto di età, tipo di rendita e aspettativa di vita.
Se inizi a 30-35 anni, dovresti versare circa 400 euro al mese, ipotizzando un rendimento medio compreso tra il 3 e il 4%. Sappi che, grazie alla deducibilità fiscale, una parte consistente di questi versamenti ti viene restituita ogni anno dallo Stato in occasione del conguaglio fiscale in dichiarazione dei redditi, occasione in cui dovrai pagare meno tasse.
L’Italia offre uno degli incentivi fiscali più potenti d’Europa per chi risparmia per la pensione, grazie ad una deducibilità fino a 5.300 euro, stando alle novità 2026. In altre parole, ogni euro che versi nel fondo pensione (fino a questo limite annuo) viene sottratto dal tuo reddito imponibile ogni anno. Se hai una RAL di 50.000 euro, versando 5.000 euro nel fondo, pagherai le tasse solo su 45.000 euro, per un risparmio di circa 2.000 euro di IRPEF ogni anno.
Ricordiamo anche che, mentre gli investimenti “normali” sono tassati al 26%, i rendimenti del fondo pensione sono tassati al 20% (o 12,5% se il fondo investe in Titoli di Stato).
In più, quando vai in pensione, la rendita integrativa non si somma agli altri redditi e viene tassata con un’aliquota che va dal 15% fino a un minimo del 9% se resti nel fondo per più di 35 anni.
Ma attenzione: per accumulare un capitale di circa 230.000 euro non basta semplicemente versare soldi ogni mese, ma serve una strategia mirata alla ricerca di un rendimento ottimizzato. In base agli obiettivi e al relativo profilo di rischio, molti gestori consigliano di prediligere l’azionario nei primi 20 anni di adesione al fondo, perché storicamente rendono di più e hai il tempo per recuperare eventuali oscillazioni. A questa fase di crescita può seguirne una di consolidamento nei 10 anni successivi, dove si passa a comparti bilanciati in cui il rischio azionario è mitigato da una quota parte di obbligazionario. Infine, negli ultimi 5 anni circa della vita lavorativa si tende a prediligere esclusivamente i comparti obbligazionari al fine di mettere al sicuro il capitale prima della rendita. È la fase di protezione.
Nota bene: il presente contenuto ha finalità esclusivamente divulgative e informative. Gli esempi numerici, i calcoli e i ragionamenti riportati sono stati volutamente semplificati per rendere i concetti più chiari e accessibili a tutti i lettori, e non devono essere interpretati come simulazioni personalizzate, previsioni certe o consulenza finanziaria, previdenziale o fiscale.
In particolare, le stime presentate si basano su alcune assunzioni semplificative, tra cui una carriera lavorativa lineare e continua, senza interruzioni, una retribuzione media costante nel tempo (RAL), coefficienti pensionistici e regole fiscali invariati nel tempo, rendimenti medi ipotizzati per la previdenza complementare, che non tengono conto della volatilità dei mercati né delle differenze tra strumenti, costi di gestione e scelte individuali.
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