Come (e perché) il soft power Made in Japan sta travolgendo il Soft power Usa

Federico Giuliani

13 Novembre 2025 - 06:35

Il soft power giapponese, trainato dagli anime, sta superando quello statunitense, trasformando Tokyo in una nuova potenza culturale globale

Come (e perché) il soft power Made in Japan sta travolgendo il Soft power Usa

Cosa succede quando l’allievo supera il maestro? Nelle storie raccontate da film e serie televisive di solito finisce molto male. Il più delle volte, infatti, i due vecchi amici sono costretti a scontrarsi in una lotta all’ultimo sangue che premierà l’esperienza del più anziano o la tenacia del più giovane.

E nella realtà geopolitica? Dipende dalle casistiche, e cioè chi sono i Paesi coinvolti e quali temi vengono presi in considerazione. Il nostro caso di studio chiama in causa il braccio di ferro di due soft power contrapposti: quelli degli alleati Stati Uniti e Giappone, con Washington a vestire i panni del maestro e Tokyo a fare l’allievo.

Negli ultimi anni, infatti, l’ondata culturale nipponica sta letteralmente offuscando la vecchia leva geopolitica morbida a Stelle e Strisce, la stessa che aveva consentito alle varie presidenze statunitensi – repubblicane o democratiche che fossero – di proiettare la potenza nazionale nell’intero globo terracqueo.

Nel momento in cui scriviamo si stima che ci siano circa 800 milioni di fan dell’animazione giapponese – i cosiddetti anime – in tutto il mondo, con proiezioni che si avviano verso il miliardo.

Nel suo ultimo rapporto sulle tendenze del mercato, la Association of Japanese Animations ha fatto sapere che il mercato estero degli anime giapponesi ha ora quasi le stesse dimensioni di quello nazionale, e che cresce più rapidamente.

Soft power giapponese

Cosa significa tutto questo? Semplice: che la produzione degli studi di animazione giapponesi sarà consumata principalmente all’estero. Il Financial Times ha raccontato che gran parte dell’evangelizzazione globale degli anime è affidata a Crunchyroll, il servizio di streaming che è diventato una sussidiaria di Sony nel 2021 e che distribuisce oltre 1.400 titoli in più di 200 Paesi e regioni.

Gli analisti di Jefferies citano proiezioni del settore secondo cui il mercato globale degli anime quasi raddoppierà, passando da 31,2 miliardi di dollari nel 2023 a 60 miliardi di dollari entro il 2030. Il motivo è semplice: quello che un tempo era un genere prevalentemente giapponese si è ormai ampiamente trasformato nella cultura mainstream di Stati Uniti ed Europa.

Non parliamo soltanto di soft power, ossia di influenza culturale che il governo giapponese può trasformare in altri ambiti geopolitici ma anche di una vera e propria miniera d’oro. Tokyo ha infatti fornito dati sul valore delle esportazioni del suo settore dei contenuti, un paniere enorme che include anime, videogiochi, film e fumetti. Ebbene, nel 2022 queste esportazioni ammontavano a circa 30 miliardi di dollari, quasi quanto i 34 miliardi di esportazioni dell’industria siderurgica e i 38 miliardi del settore dei semiconduttori.

Un settore in crescita

Il New York Times ha scritto che ricavi internazionali rappresentano ormai più della metà degli attuali 37 miliardi di dollari stimati dell’industria dell’animazione giapponese, e che il Nord America è il mercato più grande al di fuori dell’Asia.

Gli americani più appassionati fanno parte della Generazione Z, persone comprese tra gli adolescenti e i ventenni per le quali gli anime sono sinonimo di animazione, proprio come Walt Disney lo era per i baby boomer.

Insomma, se il maestro americano ha insegnato a Hollywood come parlare al mondo, oggi è l’allievo giapponese a dettare le nuove regole del linguaggio globale dell’intrattenimento. Una trasformazione che non è solo culturale ma anche strategica: chi conquista l’immaginario collettivo, infatti, esercita un’influenza profonda e duratura. Tokyo è in vantaggio. Washington appare costretta all’irrilevanza, o al massimo, a inseguire.

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