Cina, una bolla sportiva chiamata calcio

Francesco Nasato

30 Marzo 2024 - 06:56

Prima dell’Arabia Saudita anche la Cina ha tentato un’imponente operazione economico-sportiva con il calcio che però non ha portato risultati di prestigio e si è sgonfiata rapidamente.

Cina, una bolla sportiva chiamata calcio

Nel 2015 la Cina fece diventare il calcio una questione di Stato. Un concetto che soprattutto negli ultimi 20 anni è stato associato a diversi paesi situati a latitudini diverse da quelle che il calcio è stato normalmente abituato a frequentare. Dal cuore dell’Europa infatti lo spostamento è stato sempre più verso est, non solo a livello di investimenti, ma anche di strategia complessiva di utilizzo del calcio per scopi che allargassero, e di molto, i confini del senso sportivo della disciplina. In principio fu la Russia, ma più o meno una decina d’anni fa fu la Cina a fare notizia per un piano imponente voluto dal governo per rendere il calcio cinese migliore e nuova frontiera dello sport mondiale.

A 10 anni di distanza fa una certa impressione notare come di tutti quei piani ambiziosi sia rimasto ben poco. La Nazionale cinese continua ad avere un ruolo piuttosto marginale nella mappa calcistica mondiale, il campionato è tornato ad essere scarsamente affollato di nomi altisonanti, o quanto meno conosciuti dalle nostre parti. Molti che avevano fatto il salto in Oriente, attratti da contratti e cifre eccezionali, sono tornati indietro mentre qualcuno è rimasto, ma non è stato in grado di tracciare una strada percorsa anche da altri. E così il piano in 50 punti annunciato da Xi Jinping nel 2015 è rimasto solo un progetto tanto ambizioso, quanto solamente abbozzato nei suoi primi passaggi.

L’annuncio del piano, poi il dietrofront

«Rivitalizzare il calcio è un must per trasformare la Cina in una potenza sportiva come parte del sogno cinese. È anche ciò che la gente desidera», affermava il gruppo dirigente centrale delle riforme cinese nel 2015 all’annuncio del piano. Investimenti non solo interni, ma anche esterni: imprenditori e fondi statali investono oltre 2,5 miliardi di dollari nelle squadre europee e tra il 2015 e il 2017 finiscono in mani cinesi nomi come Milan e Inter che in quegli anni addirittura giocano un derby alle 12:30 per favorire la visione televisiva sul mercato cinese, con le due dirigenze orientali dei club presenti in tribuna. I dollari invadono anche il mercato interno del campionato in Cina e così gli arrivi di nomi importanti si susseguono. Nomi come Tevez e Oscar, ma anche gli italiani El Shaarawy e Pellè. Durante la stagione 2016/17 la Chinese Super League diventa la lega più spendacciona nel calciomercato internazionale, con 388 milioni di euro sborsati complessivamente in solo due mesi. Marcello Lippi diventa allenatore della Nazionale cinese e altri volti noti come Donadoni e Cannavaro fanno esperienza sulle panchine di squadre del campionato cinese.

L’investimento però non porta i frutti desiderati e rapidamente come era stato promosso, il piano viene sgretolato attraverso due mosse: il regime ordina lo stop della fuga dei capitali in Paesi stranieri e impone una gigantesca tassa sui trasferimenti dei calciatori. Le spese del campionato in Cina così evaporano rapidamente e la Nazionale rimane avviluppata in una spirale di mediocrità e sostanziale irrilevanza internazionale. La posizione nel ranking FIFA è ferma a quella di 10 anni fa e di recente un tribunale della provincia di Hubei ha condannato l’ex presidente della Federcalcio all’ergastolo, alla perdita permanente dei suoi diritti politici e alla confisca di tutti i suoi beni personali per aver intascato tangenti per circa 10,5 milioni di euro.

Possibili prospettive per il calcio e la Cina

Provando ad andare oltre il fallimento dell’esperimento di Xi e del suo regime, la Cina conserva comunque alcuni elementi che non possono che stuzzicare le fantasie economiche dei grandi club europei, ancora oggi centro geografico e sportivo del calcio. In primis la suggestione di un enorme mercato di popolazione da provare a intercettare il più possibile per potenziali ricavi economici come minimo significativi. Nelle ultime settimane, per esempio, Chelsea e Bayern Monaco hanno esplicitato le loro visioni rispetto al mercato cinese. «Abbiamo circa 50 milioni di fan in Cina. Ciò che pensiamo e speriamo che seguirà è un maggiore livello di attivazioni sul mercato con partner nuovi ed esistenti” ha detto Ben Wiggins, responsabile strategico delle partnership per l’Asia-Pacifico del Chelsea.»Stiamo cercando di portare qui in Cina le nostre iniziative, sia che siano per i tifosi o le partnership", ha rincarato Matthias Brosamer, responsabile dello sport in Asia del Bayern Monaco. “Vogliamo essere in contatto con le persone qui in Cina”. Attenzione poi ai nuovi numeri post Covid: si prevede infatti che il mercato sportivo cinese crescerà del 5,2% annuo nei prossimi tre-cinque anni, raggiungendo i 5mila miliardi di yuan (695 miliardi di dollari) entro il 2035, ha spiegato Harrison Liu, partner di PwC China, citando l’ultimo sondaggio di settore dell’azienda. Insomma, l’ottimismo non sembra mancare. Da capire se verrà gestito come una bolla pronta nuovamente a scoppiare o verrà fatto poggiare su basi più solide che seguano logiche di mercato e di business.

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