Cina costretta a mollare i suoi bond. Ansia fuga capitali-maxi bolla lega le mani alla banca centrale

Laura Naka Antonelli

14/01/2025

Che fine ha fatto quella svolta storica annunciata poco più di un mese fa? Cosa significa la mossa anti titoli di Stato della Cina?

Cina costretta a mollare i suoi bond. Ansia fuga capitali-maxi bolla lega le mani alla banca centrale

A mali estremi estremi rimedi: e così, a causa di uno yuan troppo debole, la People’s Bank of China è stata costretta ad annunciare a sorpresa che non acquisterà più i titoli di Stato emessi dal governo di Pechino.

Nuovo capitolo della strategia del governo di Pechino imperniata sul controllo sui capitali: a dispetto della svolta storica annunciata lo scorso 9 dicembre dal Politburo cinese, che ha deciso per la prima volta in 14 anni di trasformare la politica monetaria della People’s Bank of China da prudente a moderatamente accomodante - al fine di contrastare la deflazione e la stagnazione in cui l’economia cinese continua a languire - la Banca centrale del Paese non solo non ha sfoderato ancora alcun bazooka monetario, ma ha annunciato a sorpresa lo stop agli acquisti dei titoli di Stato.

L’alt ha scioccato, in quanto contrastante con il piano delle autorità cinesi di blindare e sostenere la crescita dell’economia cinese: inoltre, in situazioni di debolezza economica, le banche centrali cercano di dare di solito una sferzata al PIL acquistando i titoli di Stato, allo scopo preciso di iniettare maggiore liquidità nel sistema finanziario. E’ questa la prassi che ha caratterizzato altre banche centrali del mondo, in primis la Fed, che agì in tal senso, facendo shopping di Treasury, quando l’esplosione della crisi finanziaria globale mondiale mise KO il PIL USA. Stessa cosa ha fatto per molti anni la BCE, in particolare all’epoca in cui a guidarla era l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi (idem Lagarde, che ha staccato poi la spina sia al QE tradizionale che a quello pandemico PEPP-QE pandemico).

Perché la People’s Bank of China ha annunciato lo stop a shopping titoli di Stato?

Perché, dunque, la Cina ha decretato la fine degli acquisti per i suoi titoli di Stato? Le ragioni sono diverse, a fronte dell’impegno che la People’s Bank of China ha voluto comunque ribadire nei giorni precedenti lo stop allo shopping dei suoi bond: Pechino “darà attuazione a una politica monetaria moderatamente accomodante, in modo da creare un contesto monetario e finanziario appropriato che assicuri una crescita economica stabile”.

Dunque, a quanto pare la banca centrale non ha alcuna intenzione di abbassare la guardia nei confronti della minaccia di una ulteriore erosione della sua economia.

Ma allora, di nuovo, perché una mossa del genere contro i bond sovrani?

Intanto, nessuna paura. Nel fare l’annuncio dello stop, la PBOC ha rassicurato i mercati, scrivendo che “le operazioni (di acquisto) saranno ripristinate in un momento appropriato, a seconda delle condizioni dell’offerta e della domanda nel mercato dei bond governativi”.

Non si tratta dunque di una scelta definitiva, ma di una decisione presa per arginare in particolare due pericoli: quello di una caduta eccessiva dello yuan, sulla cui stabilità la Cina punta per evitare una fuga di capitali - anche se la debolezza della valuta ovviamente dà un sostegno alle sue esportazioni, che già inondano il mondo - e quello di evitare una bolla dei bond di casa.

Rischio bolla sui titoli di Stato made in China, fuga capitali con fattore Fed

Secondo quanto ha riportato un articolo del New York Times, la verità, infatti, è che Pechino teme che i prezzi dei titoli di Stato cinesi stiano crescendo troppo velocemente, e che rischino di finire in una fase di bolla.

Smettendo di acquistare i bond sovrani, la speranza della People’s Bank of China è anche quella di reagire prontamente a chi sta scaricando troppo velocemente la sua moneta, ovvero lo yuan, preferendo fare acquisti di dollari: una dinamica pienamente giustificata dal fatto che, a fronte del rischio che la Fed, invece di continuare a tagliare i tassi finisca addirittura per alzarli, il dollaro è oggetto di acquisti, mentre le attese di una politica monetaria più accomodante portano i trader a vendere, come è normale fare in questi casi, lo yuan: yuan che, ovviamente, prezza anche la minaccia che le nuove scelte di politica economica della seconda amministrazione di Donald Trump si traducano nell’imposizione di maxi dazi contro i prodotti che gli Stati Uniti importano dalla Cina che finisca per azzoppare ulteriormente l’economia del Paese.

Se è vero che uno yuan basso ha sempre fatto comodo alle esportazioni cinesi, è altrettanto vero che l’allargamento del differerenziale tra i tassi di interesse cinesi e quelli degli Stati Uniti decisi dalla Fed di Jerome Powell rischia di provocare una fuga di capitali dagli asset cinesi da parte della stessa popolazione: in effetti, proprio la crescita di questo spread ha già portato diverse aziende e famiglie cinesi a vendere yuan e ad acquistare dollari, che rendono decisamente di più.

Tangibile ovviamente anche il rischio di una fuga di capitali generalizzata, che coinvolga l’intera comunità degli investitori internazionali.

Con divergenza politica monetaria occhio a spread tra rendimenti titoli Stato Cina e Treasury USA

Interpellato dalla CNBC Zhiwei Zhang, capo economista di Pinpoint Asset Management, ha fatto notare - numeri alla mano - l’ampliamento dello spread tra i rendimenti dei titoli di Stato cinesi e dei Treasury.

Basti pensare che, a fronte di rendimenti dei Treasury a 10 anni che oscillano al 4,68%, i rendimenti dei titoli di Stato cinesi sono pari ad appena l’1,64%.

Il rischio di una fuga di capitali dalla Cina è dunque reale e lo yuan onshore oscilla a livelli non lontani dai minimi degli ultimi 16 mesi testati nei confronti del dollaro venerdì scorso, a quota 7,3328.

Da segnalare che non è solo la prospettiva di una politica monetaria più accomodante da parte della People’s Bank of China - le cui scommesse, dopo lo stop agli acquisti di titoli di Stato, si stanno già smorzando, a mettere sotto pressione lo yuan.

In generale la moneta cinese ha perso più del 3% nei confronti del dollaro dai risultati delle elezioni degli Stati Uniti, dunque dalla vittoria di Donald Trump all’Election Day, pagando la prospettiva di un’economia destinata a soffrire ulteriormente. E a portare dunque comunque la People’s Bank of China più accomodante.