Chi non si vaccina rischia il licenziamento?

Isabella Policarpio

5 Gennaio 2021 - 12:17

5 Gennaio 2021 - 12:18

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Cresce il numero di giuristi ed esperti di diritto del lavoro secondo i quali chi non si vaccina contro il coronavirus rischia il licenziamento. Ecco cosa dice la legge e i pareri contrari.

Chi non si vaccina rischia il licenziamento?

“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, recita l’articolo 32 della Costituzione, e, per quanto riguarda l’obbligo vaccinale, una legge in realtà c’è già: il Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro (TUSL).

In virtù del dettato normativo, il datore di lavoro deve assicurare la salute dei dipendenti in vari modi, tra questi la messa a disposizione “di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico”, anche contro il coronavirus.

Il dipendente che non si vaccina mette a rischio la salute aziendale e della collettività, per questo il D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 prevede che possa essere “allontanato temporaneamente dal luogo di lavoro” e, “ove possibile”, predisposto ad altre mansioni, in caso contrario rischia il licenziamento.

Ma non mancano pareri contrari. Ad esempio la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ritiene che, senza una legge ad hoc, l’obbligatorietà del vaccino in azienda non sia automatica, posizione sostenuta da una cospicua parte del mondo giuridico.

Chi non si vaccina può essere licenziato: ecco perché

A spiegare la fonte normativa dalla quale deriva la possibilità di licenziare chi non si vaccina, è uno dei più noti esperti del diritto del lavoro, l’ex magistrato Raffaele Guariniello, sostenuto dal giurista, politico e accademico italiano Pietro Ichino.

Nell’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, Guariniello spiega che l’obbligatorietà del vaccino (contro il Covid e non solo) si evince dall’articolo 279 Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro, che indica le misure protettive obbligatorie per il datore, tra cui:

“La messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente.”

Il Covid-19 rientra a pieno titolo tra gli “agenti biologici” a cui la norma si riferisce.

Dello stesso parere il professor Ichino: “dal momento in cui la scienza e l’esperienza indicano la vaccinazione come misura più sicura, anche questa può essere imposta: come può essere imposto a chi va in moto di non bere troppo alcol”.

Gli aspetti sanzionatori: quando e chi rischia il licenziamento

Dopo aver spiegato per quale motivo i lavoratori (di ogni tipo) sono tenuti a vaccinarsi, l’ex magistrato passa in rassegna i provvedimenti del datore di lavoro in caso di “inidoneità alla mansione”. Il dipendente che rifiuta il vaccino costituisce un pericolo per sé e per gli altri e quindi può essere allontanato.

L’articolo 42 del TUSL recita che il datore deve adibire il lavoratore inidoneo:

“ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza.”

E se questo non fosse possibile? Se non ci fossero in azienda altre mansioni equivalenti o inferiori? Ciò comporterebbe il licenziamento.

“Insomma, il datore di lavoro è obbligato a predisporre misure organizzative per tutelare il lavoro, ma se questo non è possibile si rischia la rescissione del rapporto di lavoro", conclude Guariniello.

Con riguardo alla vaccinazione obbligatoria dei dipendenti, anche Pietro Ichino sottolinea che chiunque è libero di rifiutare la vaccinazione, ma il rifiuto può portare al licenziamento se costituisce “un impedimento oggettivo alla prosecuzione del rapporto di lavoro”.

Ciò significa che la tutela della salute dei dipendenti prevale sulla libertà di scelta del singolo.

Si tratta di una violazione della libertà personale?

Qualche lavoratore potrebbe certamente dire che il dettato normativo si scontra con la libertà di non sottoporsi a trattamenti sanitari, e impugnare il licenziamento; tuttavia - come precisa l’ex magistrato - per avere ragione “dovrebbe prima cambiare la legge”.

L’articolo 32 della Costituzione, difatti, non si ritiene violato se la scelta di non curarsi determina un pericolo per la salute altrui, e questa è la posizione sostenuta da moltissimi giuristi, non soltanto da Guariniello e Ichino.

Il problema si porrà quando sarà cessato il blocco dei licenziamenti dovuto all’emergenza Covid.

Pareri contrari

Quanto detto non convince una buona fetta di giuristi, secondo i quali i lavoratori dipendenti non possono essere obbligati a vaccinarsi contro la Sars-Cov-2. Ciò perché i vaccini obbligatori in ambito aziendale sono soltanto quelli contro l’antitetanica, l’antiepatite B e l’antitubercolare (per le categorie di lavoratori indicati nell’articolo 1, legge 5 marzo 1963 n. 292, legge 20 marzo 1968 n. 419, DM 16975, DPR 1301 07/09/1965 e DM. 22/03/1975).

Tuttavia, il vaccino contro la Sars-Cov-2 potrebbe, più o meno in via ufficiale, divenire obbligatorio soltanto per coloro che lavorano a contatto con il pubblico - e quindi più sensibili al rischio Covid - ad esempio in ristoranti, alberghi e uffici informativi.

Ed anche se il vaccino non diventasse di fatto obbligatorio, non essere vaccinati potrebbe costituire un deterrente all’assunzione.

L’argomento è stato oggetto di approfondimento da parte della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, secondo la quale l’obbligatorietà del vaccino non è automatica ma, al contrario, occorre una specifica norma che inserisca la vaccinazione contro il Covid tra le misure preventive imprescindibili in azienda, come accaduto per la mascherina e il distanziamento.

Senza una legge ad hoc, precisa l’approfondimento del 22 dicembre 2020, sarà difficile garantire la salute in azienda e determinare i profili di responsabilità civile e penale del datore di lavoro.

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