Il G7 di scena in Giappone sta mostrando tutti i lati oscuri di questa complessa epoca in cui viviamo: la necessità di mostrarsi forte contro la Cina, in un contesto di guerra e di costruzione di nuovi equilibri geopolitici, sta mettendo a dura prova il Gruppo dei Sette.
La questione è fin troppo semplice: proprio le 7 economie che rappresentano - o vorrebbero continuare a farlo - le democrazie più ricche del pianeta si trovano dinanzi a un declino del loro modello politico ed economico, a vantaggio di un Sud del mondo e di una Cina sempre più protagoniste. E che guardano sempre meno all’Occidente come partner.
Come suggerito da un’interessante analisi di The Economist, la rilevanza del G7 è svanita con il declino della sua quota nell’economia globale. Nel 2009 Barack Obama, allora presidente degli Stati Uniti, dichiarò che il G20, un raggruppamento più ampio che include la Cina e altri grandi paesi in via di sviluppo, sarebbe diventato il forum preminente.
Donald Trump, suo successore, è andato oltre, definendo il G7 “obsoleto”. Nell’ultimo anno, tuttavia, il G7 ha trovato un nuovo scopo in mezzo a un’altra crisi, emergendo come forum per coordinare l’assistenza all’Ucraina e le sanzioni contro la Russia. E per bloccare le ambizioni cinesi in rivalità con gli Usa.
Tuttavia, il mondo sta cambiando: chi lo domina veramente? Il Gruppo dei Sette non sembra primeggiare con tanta facilità.
Quanto conta davvero il G7 nel mondo? Perché c’è il declino
Giappone, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Giappone, Italia, Canada: ecco le 7 economie e democrazie più potenti del mondo. Ma è davvero così? I numeri raccontano un’altra storia.
L’Occidente sta perdendo contro la Cina quando si tratta di raggiungere il sud del mondo. La forza economica relativa del G7 è andata diminuendo e con essa l’attrazione dell’ordine internazionale che rappresenta: la quota del Pil globale dei membri del club in termini nominali ha raggiunto un picco di quasi il 70% alla fine degli anni ’80, ma è ora scesa sotto il 45%.
In termini di parità di potere d’acquisto, il Pil del raggruppamento dei Brics di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ha superato la quota del G7. Il grafico elaborato dall’Economist è chiaro al riguardo:
Pil G7 e Brics
Confronto a parità di potere di acquisto
Se si considerano alcuni dei principali indicatori per definire la forza di un’area geopolitica, come hanno fatto gli analisti di Ispi, è evidente che il gruppo del G7 ha perso su ogni fronte dal 1990 a oggi:
Il peso del G7 dagli anni ’90 ad oggi
I motivi del declino in numeri
Non solo numeri. Anche la persuasione politica occidentale, e delle nazioni democratiche del G7 in generale, volendo comprendere il Giappone, sta funzionando sempre meno. Dinanzi alla brutalità della guerra in Ucraina il mondo non si è compattato nella lotta per la democrazia a tutti i costi, come vorrebbero gli Usa. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo.
Anche se turbati dall’invasione di Vladimir Putin, molti paesi più poveri esitano a condannarla con forza e si lamentano principalmente del suo impatto sui mercati alimentari ed energetici.
Secondo l’analisi dell’Economist, l’Occidente non riesce a convincere molti paesi più poveri dei benefici dell’attuale ordine. Si starebbe piuttosto diffondendo una litania di lamentele sull’America da parte dei leader del mondo in via di sviluppo su diversi temi: riguardo al tumulto nella politica interna americana; per una mancanza di offerte economiche nelle politiche commerciali americane; per l’assenza di rispetto nella diplomazia americana.
Le élite al potere in molti paesi in via di sviluppo stanno iniziando a preferire trattative con la Cina, che offre più stabilità, più strade e ponti e meno conferenze. Secondo le stime del Giappone, la predicazione americana sulla democrazia è stata particolarmente inefficace. Forse, perché appare “strumentale” a interessi nazionali di potere e poco concreta e coerente nei fatti? In fondo, le atrocità in Medio Oriente hanno insegnato che “l’esportazione della democrazia” è stato un atto di supremazia, non di emancipazione.
Il gigante Cina è ovunque: impossibile eliminarlo
La fragilità dell’Occidente si scontra poi con il colosso Cina: è il nemico, ma come fare ad abbatterlo e, soprattutto, a fare a meno della sua potenza?
Le questioni dei diritti umani, della trasparenza commerciale, delle regole da rispettare e del rifiuto della guerra sono di certo fondamentali nel costruire relazioni vantaggiose tra Occidente e dragone. Tuttavia, mai Pechino ha mostrato interesse verso questi temi nella sua strategia di politica estera o commerciale.
E in questo contesto internazionale in cambiamento, con gli Usa a guidare un nuovo blocco anti cinese e russo, di nuovo il tema di chi domina il mondo si fa complesso.
L’Europa è la prima a tentennare contro una guerra totale verso il dragone. E i motivi sono molteplici. Due grafici Ispi ne mostrano almeno due. Nel primo sono evidenziate le direzioni degli investimenti cinesi in Europa:
Investimenti cinesi verso l’Europa
confronto dal 2013 al 2022
Negli anni sono diminuite le quote verso l’Europa settentrionale, per esempio. Ma non verso la Germania, che infatti conta ancora su un legame importante con gli affari cinesi. E poi, da evidenziare, che l’Europa orientale sta beneficiando sempre di più degli investimenti del dragone. Una tendenza da non sottovalutare: l’88% del capitale è fluito in soli quattro Paesi: Ungheria, Germania, Francia e UK, ha ricordato l’analisi Ispi, con la nazione ungherese sempre più in conflitto con l’Ue.
L’ascesa della Cina si rispecchia anche in dati più specifici per l’Italia, che ora è in bilico con il rinnovo della Nuova Via della Seta. Le esportazioni italiane in Cina sono in crescita, più che quelle di Germania e Francia:
Esportazioni cinesi in Francia, Germania, Italia
confronto da 2019 a 2022
Chi domina, quindi, il mondo considerando anche il ruolo dell’Asia e della Cina nelle materie prime cruciali per la transizione energetica? Non certo l’Occidente. Che, però, è chiamato a un approccio saggio di equilibrio tra interessi commerciali e difesa dei sacrosanti diritti. La strada dell’avversità a tutti i costi non sembra premiare.
Intanto, il G7 stesso ha appena comunicato che vogliono ridurre i rischi posti dalla Cina mantenendo però in vita i legami economici dei membri.
“Agiamo nel nostro interesse nazionale”, hanno affermato i leader, osservando che l’approccio comune è di sostenere le relazioni di ogni Stato membro con la Cina. Il comunicato sancisce la necessità di ridurre i rischi, ma non di separarsi, dalla seconda economia mondiale.