Negli ultimi anni il ruolo dello Stato nei mercati finanziari si è trasformato in modo radicale, passando da regolatore esterno a protagonista diretto dell’allocazione del capitale.
Non si tratta di un ritorno ideologico al passato, ma di un cambiamento misurabile, che emerge con chiarezza osservando le dimensioni raggiunte dagli investitori pubblici.
Sommando le attività di banche centrali, fondi pensione pubblici e fondi sovrani, i governi controllano oggi circa 60.000 miliardi di dollari di asset. È una cifra che vale circa tre volte la capitalizzazione delle maggiori aziende tecnologiche statunitensi, il doppio dei bilanci complessivi di tutte le banche americane e quasi la metà dell’intero patrimonio gestito dall’industria globale del risparmio.
Questa massa di capitale non resta inattiva né si limita a strumenti tradizionali a basso rischio. Una parte rilevante viene impiegata direttamente nei mercati privati, dove i rendimenti sono più elevati ma anche più complessi da valutare. Nel solo 2024, il valore delle operazioni di private equity effettuate direttamente da investitori pubblici ha raggiunto 107,5 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. L’aumento è dovuto soprattutto alla crescita del co-investimento, una formula in cui fondi pensione e fondi sovrani affiancano i grandi operatori del private equity nelle singole acquisizioni: questo canale è passato da circa 26 miliardi a quasi 66 miliardi di dollari in un solo anno, segnalando un’accelerazione molto rapida della partecipazione diretta dello Stato nella proprietà delle imprese.
Anche il mattone è tornato al centro delle strategie pubbliche. Gli investimenti immobiliari degli operatori statali nel 2024 hanno superato i 55 miliardi di dollari, tornando sui livelli del biennio 2021-2022 dopo il rallentamento legato all’aumento dei tassi. Le destinazioni privilegiate non sono più solo gli uffici, ma soprattutto il residenziale, i magazzini per la logistica dell’e-commerce e i data center, infrastrutture considerate essenziali per l’economia digitale. In parallelo, gli investimenti in infrastrutture hanno raggiunto circa 81,5 miliardi di dollari in un solo anno, con un aumento di circa il 25 per cento rispetto al periodo precedente. Quasi la metà di queste risorse è confluita in progetti legati all’energia rinnovabile, alle reti elettriche e alla transizione climatica, settori che richiedono capitali pazienti e orizzonti temporali lunghi, tipici dei grandi investitori pubblici.
Il cambiamento più strutturale, però, riguarda il credito. Con le banche sempre più vincolate da regole prudenziali, una parte crescente dei prestiti alle imprese viene oggi erogata da fondi di private credit, che operano al di fuori del circuito bancario tradizionale. In questo mercato, il peso dello Stato è diventato sorprendentemente elevato. I fondi sovrani rappresentano circa un dodicesimo di tutti i capitali investiti nel credito privato globale, mentre i fondi pensione pubblici contribuiscono con circa un sesto. Sommando le due componenti, gli investitori controllati dallo Stato detengono approssimativamente un quarto dell’intero mercato mondiale del private credit.
Dal punto di vista geografico, quasi la metà di queste esposizioni pubbliche al credito privato fa capo a fondi con sede in Nord America, anche se una quota intorno al dieci per cento è riconducibile a soggetti più piccoli e meno trasparenti, che non rientrano tra i maggiori operatori censiti. Analizzando i singoli portafogli, emerge inoltre una forte eterogeneità: i fondi più grandi tendono ad avere allocazioni relativamente contenute in percentuale, mentre istituzioni più piccole assumono posizioni molto più concentrate, aumentando il proprio profilo di rischio.
Nel complesso, questi numeri indicano che una parte rilevante della finanza contemporanea è ormai sostenuta da capitale pubblico. I risparmi destinati a pagare pensioni future o a stabilizzare i bilanci nazionali vengono impiegati in acquisizioni societarie, progetti infrastrutturali e prestiti alle imprese con logiche di mercato, ma con una responsabilità ultima che ricade sui contribuenti. In caso di crisi, il confine tra rischio privato e rischio pubblico diventa quindi molto più sottile di quanto appaia nelle statistiche ufficiali.
Il risultato è una forma di capitalismo sempre più ibrida, in cui la distinzione tra investitore pubblico e investitore privato perde significato operativo. Lo Stato non si limita più a intervenire quando il sistema si inceppa, ma partecipa stabilmente alla sua crescita, ne condivide i profitti e, inevitabilmente, anche le vulnerabilità. È un cambiamento che ridisegna il funzionamento dei mercati finanziari e che solleva una domanda cruciale: quando una quota così ampia del capitale globale è in mano pubblica, chi stabilisce davvero le priorità economiche e con quali criteri vengono distribuiti rischi e benefici?
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