In questo momento storico parlare di investimenti significa affrontare numeri che solo pochi anni fa sarebbero sembrati lontani. Finisce che si parla di tassi, di mercati e di risultati attesi ad ogni cena, in ogni chiacchiera tra amici. Il tema del rendimento torna sempre, perché i risparmi fermi sembrano perdere valore ogni giorno.
Quando si nomina il BTP, a volte scatta un misto di curiosità e scetticismo, come se si trattasse di qualcosa riservato agli “esperti”. Eppure, dietro a sigle, percentuali e scadenze c’è una storia pratica di soldi messi al lavoro. In un mondo dove il tasso BCE è al 2% e gli strumenti di breve termine si muovono più o meno intorno a questa cifra, emergono eccezioni che attirano l’attenzione. Alcuni conti deposito in promozione, ad esempio, su base annua possono rendere di più. E qui si capisce subito perché tanti ragionano in termini di certezze: conoscere in anticipo quanto entra, senza vedere oscillazioni sul valore, dà una sensazione di controllo.
Il concetto di rischio entra in gioco in tutte le conversazioni. C’è chi riesce ad accettare la volatilità, quindi gli alti e i bassi dei prezzi, e chi invece preferisce una cifra chiara, scritta, senza sorprese. Conta il rischio, ma conta anche la percezione del rischio: la paura di vedere i propri sacrifici in fumo pesa più di qualsiasi formula. Proprio per questo, quando un titolo di Stato mostra numeri fuori dal coro, la curiosità si accende.
Vale anche la pena ricordare che persino i BTP, pur essendo considerati strumenti solidi, non sono completamente privi di elementi tecnici da conoscere. Esistono infatti le clausole CACs (Collective Action Clauses), inserite nei titoli di Stato europei, che in teoria potrebbero consentire una ristrutturazione del debito qualora uno Stato dovesse trovarsi in grave difficoltà finanziaria.
Questo significa che, in uno scenario estremo, potrebbero essere modificati tempi o condizioni di rimborso. Tuttavia, secondo molti osservatori e analisti, ad oggi un’ipotesi del genere viene ritenuta poco probabile per l’Italia, anche perché il mercato continua a finanziare il debito pubblico e le istituzioni europee vigilano con attenzione sulla stabilità complessiva.
Perché oggi il BTP è così interessante
Parlando di titoli di Stato, la prima associazione che molti fanno è con numeri bassi e poco emozionanti. In realtà, quando si allunga lo sguardo oltre l’orizzonte breve e si osserva come viene prezzato un titolo lungo, cambiano le regole del gioco. Il BTP Green 1,5% Aprile 2045 oggi presenta un rendimento effettivo a scadenza lordo intorno al 4,03% e un netto intorno al 3,79%.
Il dettaglio chiave è il prezzo: circa 66,75. Tradotto in parole semplici, per acquistare 100 euro di valore nominale non servono 100 euro, ma circa 66,75. E alla scadenza lo Stato rimborsa 100.
Un esempio pratico: con 10.000 euro investiti a un prezzo di 66,75, si acquistano circa 14.985 euro di valore nominale. A scadenza, nel 2045, il rimborso sarà circa 14.985 euro. Solo sul rimborso finale il guadagno è di circa 4.985 euro.
Poi entrano le cedole: l’1,5% annuo sul valore nominale equivale a circa 225 euro lordi all’anno. In 20 anni sono circa 4.500 euro lordi complessivi. Sommando rimborso e cedole, il guadagno lordo complessivo arriva a circa 9.485 euro su 10.000 investiti, un ritorno totale vicino al 95%.
Un aspetto importante riguarda le oscillazioni del prezzo. Questo titolo ha una duration modificata di 15,33. In pratica significa che se i tassi salgono di 1%, il prezzo può scendere di circa il 15,33%. Se i tassi scendono di 1%, il prezzo può salire di circa il 15,33%.
Il confronto con il Buono Fruttifero Postale Ordinario a 20 anni
Il Buono Fruttifero Postale Ordinario a 20 anni è un riferimento comune. Con un investimento iniziale di 10.000 euro, il valore di rimborso netto a scadenza indicato è 15.587,92 euro. Quindi il guadagno netto complessivo è 5.587,92 euro, pari a circa il 55,88% in 20 anni.
Il BTP Green invece, grazie al prezzo sotto la pari e alle cedole, può portare a un capitale finale netto stimato intorno a 18.299 euro, cioè un ritorno totale netto vicino all’83% in 20 anni.
Il distacco è evidente: circa 2.700 euro in più sullo stesso capitale iniziale. Resta però la differenza di percorso: il buono è percepito come lineare, il BTP come più “movimentato” per via delle oscillazioni legate ai tassi.
A questa differenza si aggiunge un ultimo elemento, spesso trascurato ma decisivo nella scelta: la liquidabilità. Un BTP può essere venduto in qualunque momento sul mercato, trasformando il titolo in denaro senza dover attendere la scadenza. Questo può essere un vantaggio pratico, soprattutto se nel tempo cambiano le esigenze personali o se si presentano opportunità alternative.
Il rovescio della medaglia è che il prezzo di vendita dipende dalle condizioni di mercato, quindi può essere più alto o più basso del prezzo di acquisto. Il Buono Fruttifero Postale, invece, tende a seguire un percorso più prevedibile: la logica è quella dell’accumulo progressivo, con un valore di rimborso che cresce nel tempo secondo regole definite. Non è un dettaglio secondario, perché sposta l’attenzione dal solo “quanto rende” al “come rende”, cioè al modo in cui il rendimento si distribuisce lungo gli anni e a quanto è facile cambiare rotta se la situazione personale dovesse evolvere.