BTP al 3% fisso o BTP legato all’inflazione, quale conviene davvero oggi

Gerardo Marciano

12 Aprile 2026 - 07:55

BTP fisso o BTP Italia? La vera differenza non è il rendimento nominale, ma quanto resta davvero in tasca dopo inflazione, tassi e volatilità.

BTP al 3% fisso o BTP legato all’inflazione, quale conviene davvero oggi

Per anni abbiamo vissuto in una sorta di bolla. L’inflazione era un ricordo lontano, un problema che sembrava appartenere a un’altra epoca. I prezzi erano immobili, i tassi continuavano a scendere e tutto appariva rassicurante, quasi anestetizzato. In quel mondo, scegliere un titolo di Stato non era una strategia, era una scelta ovvia: i rendimenti erano bassi, è vero, ma sapevi esattamente cosa aspettarti. Nessuna sorpresa, nessuna ansia.

Poi, improvvisamente, la realtà ha bussato alla porta e lo ha fatto con una violenza che non vedevamo da tempo.

Se guardiamo indietro agli ultimi venticinque anni - ovvero dall’introduzione dell’euro - il quadro è chiarissimo. Per lungo tempo l’inflazione è rimasta “addomesticata”, spesso anche sotto quel 2% che la Banca Centrale Europea considera l’ideale. Di conseguenza, i tassi sono scivolati sempre più giù, fino a toccare lo zero. In quella fase, i titoli di Stato erano come un porto sicuro in una giornata senza vento: non davano grandi soddisfazioni economiche, ma ti permettevano di dormire sonni tranquilli. Erano prevedibili.

La vera rottura è arrivata tra il 2021 e il 2023. In quel biennio abbiamo assistito a un vero e proprio strappo: l’inflazione ha sfondato il tetto del 10%, spinta dal caro energia e dalle tensioni internazionali. La BCE è dovuta intervenire d’urgenza, alzando i tassi con una rapidità che ha rimescolato tutte le nostre abitudini.

Oggi le acque sembrano essersi calmate, almeno a guardare i titoli dei giornali. L’inflazione è tornata a respirare intorno al 2-2,5%, ma non lasciamoci ingannare: il mondo intorno a noi è cambiato. Il contesto attuale è molto più nervoso, instabile e difficile da decifrare rispetto al passato.

Basta guardare cosa succede con il petrolio per capire quanto siamo fragili. Negli ultimi mesi è bastato un sussulto geopolitico per far impennare i prezzi, per poi vederli scendere di nuovo nel giro di pochi giorni non appena la tensione calava. Questi movimenti così bruschi e veloci non restano confinati ai mercati finanziari: finiscono inevitabilmente per riflettersi nel carrello della spesa e, quindi, sull’inflazione che dobbiamo affrontare ogni giorno.

Inflazione, tassi e rendimento reale: cosa conta davvero

Quando si guarda un BTP, la prima cosa che salta all’occhio è il rendimento. È il numero più visibile, quello che si legge subito. Ma non è quello decisivo.

Quello che conta davvero è quanto quel rendimento riesce a mantenere il potere d’acquisto nel tempo.

Prendiamo il BTP Fx 3,85% luglio 2034. Il rendimento netto è poco sopra il 3%. Oggi può sembrare interessante, soprattutto se si pensa a pochi anni fa, quando i rendimenti erano molto più bassi.

Ma quel numero, da solo, dice poco. Va sempre messo accanto all’inflazione. Se i prezzi crescono del 2%, il guadagno reale è circa dell’1%. Se salgono al 3%, si resta praticamente fermi.

In pratica si incassa, ma senza fare passi avanti.

Un esempio aiuta a capirlo meglio. Con 10.000 euro investiti, il 3% porta circa 300 euro l’anno. Però, se nello stesso periodo i prezzi salgono del 3%, quei 300 euro servono solo a compensare l’aumento del costo della vita.

È questo il limite dei titoli a tasso fisso: funzionano bene quando l’inflazione è bassa e stabile, molto meno quando i prezzi iniziano a muoversi.

C’è poi un altro aspetto da tenere presente. La durata del titolo, in questo caso intorno ai sette anni, significa che il prezzo può cambiare se variano i tassi. Per chi arriva fino alla scadenza non è un problema, ma per chi vende prima può fare la differenza.

BTP fisso contro BTP Italia: cosa cambia davvero

Per capire meglio la differenza, basta mettere accanto un BTP tradizionale e un BTP Italia, come il Gn30 Eur.

Qui la logica cambia. Non c’è un rendimento fisso nel senso classico, perché entra in gioco l’inflazione. Il riferimento è l’Indice FOI (Famiglie di Operai e Impiegati), al netto dei tabacchi, calcolato dall’ISTAT.

In concreto succede questo: quando l’inflazione sale, aumenta anche il valore su cui vengono calcolate le cedole.

Ed è proprio qui che spesso nasce confusione. La cedola non diventa pari all’inflazione. La parte fissa resta quella stabilita all’inizio, circa l’1,6%. Però viene applicata su un capitale che nel frattempo è cresciuto.

Un esempio aiuta a chiarire. Con 10.000 euro e un’inflazione del 5%, il capitale viene aggiornato a 10.500 euro. La cedola dell’1,6% si calcola su questo nuovo importo, quindi si incassano circa 168 euro.

Ma non è tutto. C’è anche l’effetto dell’inflazione sul capitale, cioè quei 500 euro in più. Se si mettono insieme le due cose, il rendimento complessivo si avvicina al 6,6%.

Questo è il punto chiave: non si guadagna solo l’inflazione, ma inflazione più rendimento reale.

Se l’inflazione è al 2%, il rendimento si avvicina al 3,6%.

Se è al 5%, si arriva intorno al 6,6%.

Negli ultimi anni questo meccanismo si è visto chiaramente. Quando l’inflazione è salita, anche le cedole sono cresciute. In alcuni momenti, tra il 2022 e il 2023, il rendimento complessivo ha superato il 7% su base annua.

Poi, con il rientro dell’inflazione, anche le cedole si sono ridimensionate. Il funzionamento è molto diretto: segue quello che succede ai prezzi.

C’è anche un aspetto che può sembrare un po’ controintuitivo. Quando l’inflazione è già alta, questi titoli attirano molta attenzione e i prezzi tendono a salire. Quando invece l’inflazione scende e se ne parla meno, possono tornare interessanti.

Vale la pena ricordare anche un dettaglio importante.

Protezione anche in caso di inflazione negativa

Se l’inflazione scende, il capitale non va sotto il valore iniziale. In pratica, segue i prezzi quando salgono, ma non penalizza quando scendono.

Alla fine la questione è sempre la stessa: come si muoverà l’inflazione nei prossimi anni?

Oggi il mercato si muove intorno al 2%. Se si resta sotto quel livello, il BTP a tasso fisso può avere senso. Se si va sopra, il BTP Italia diventa più interessante.

Non c’è una risposta valida per tutti. Più che altro è una scelta di impostazione: c’è chi preferisce la stabilità e chi preferisce proteggersi da quello che potrebbe succedere.

E probabilmente è proprio qui la differenza: decidere se puntare sulla prevedibilità o prepararsi a un contesto che, rispetto a qualche anno fa, è diventato molto meno lineare.