Borse nel caos, e non è finita. Ecco perché il calo potrebbe accelerare

Gerardo Marciano

31 Marzo 2026 - 07:54

Wall Street resta sotto pressione tra guerra, petrolio e timori sui tassi. Lo S&P 500 entra in aprile in una fase fragile e il ribasso potrebbe non essere finito.

Borse nel caos, e non è finita. Ecco perché il calo potrebbe accelerare

Ci sono fasi di mercato in cui i prezzi scendono abbastanza da far nascere una domanda quasi inevitabile: si sta creando un’occasione oppure si sta solo entrando in una zona ancora più fragile? Quando l’incertezza geopolitica torna a pesare, il confine tra queste due letture diventa molto sottile. Ed è proprio in questi momenti che il rumore di fondo rischia di confondere più dei numeri. 

Nelle ultime settimane Wall Street ha mostrato un volto molto diverso da quello ordinato e lineare visto in altre fasi del ciclo. Il mercato americano è arrivato a fine marzo con cinque settimane consecutive di debolezza, mentre il rialzo del petrolio e i timori su inflazione e tassi hanno rimesso sotto pressione il listino più osservato al mondo. Il risultato è un contesto nel quale la parola “opportunità” è tornata a circolare, ma sempre accompagnata da una cautela molto più marcata del solito. 

È in questo quadro che il tema dello S&P 500 torna centrale. Perché da un lato alcune grandi case continuano a vedere spazio di recupero nei prossimi mesi, dall’altro il comportamento storico del mese di aprile suggerisce che il calendario potrebbe offrire un supporto statistico non trascurabile. Ma la vera questione è un’altra: capire se questa combinazione tra valutazioni più interessanti e stagionalità favorevole basti davvero a cambiare il passo del mercato, oppure se il 2026 sia un anno troppo condizionato da variabili esterne per affidarsi ai precedenti storici.

Il segnale che arriva dagli analisti

Nell’ultima settimana il messaggio degli analisti non è stato univoco, ma ha comunque mostrato un elemento chiaro: il ribasso recente non ha cancellato la possibilità di vedere lo S&P 500 più in alto entro fine anno. Il caso più evidente è quello di Barclays, che il 24 marzo ha alzato il target di fine 2026 a 7.650 punti da 7.400. Tradotto in termini percentuali, si tratta di un potenziale rialzo del 16,2% rispetto al livello di 6.581 punti preso a riferimento nel report. Nello stesso aggiornamento, la banca ha anche aumentato la stima sugli utili per azione a 321 dollari da 305, segnalando che la propria impostazione positiva si fonda soprattutto sulla tenuta degli utili e non su un’ulteriore espansione delle valutazioni. 

Questo dettaglio è importante perché cambia la qualità del ragionamento. Dire che il mercato può salire grazie a multipli più generosi è una cosa. Dire che può farlo grazie a utili societari ancora robusti è molto diverso, perché implica una base più concreta. Allo stesso tempo, però, la stessa Barclays ha indicato anche uno scenario avverso a 5.900 punti, da considerare nel caso in cui il petrolio elevato alimenti nuova inflazione e costringa la Federal Reserve a mantenere una linea più restrittiva. In altre parole, la visione positiva non è affatto cieca: incorpora esplicitamente il rischio che il contesto macro possa deteriorarsi. 

Lo stesso equilibrio si ritrova in altre letture emerse negli ultimi giorni. Il mercato continua a scommettere sul fatto che gli utili del primo trimestre possano reggere anche in presenza di energia più cara, con una crescita attesa intorno al 14%. I comparti tecnologici e quelli più legati ai consumi restano tra i principali pilastri di questa narrativa. Tuttavia, l’attenzione si sta spostando progressivamente da ciò che le aziende hanno fatto a ciò che diranno di poter fare nei prossimi mesi. E qui entra in gioco il vero nodo: se il petrolio dovesse restare elevato a lungo, la pressione sui margini e sulle prospettive potrebbe diventare molto più visibile. 

Cosa racconta il mercato a fine marzo

Per capire il senso di queste previsioni bisogna guardare anche al punto da cui parte il mercato. Il 27 marzo lo S&P 500 ha chiuso a 6.368,85 punti, con un ribasso del 7% da inizio anno. La settimana si è chiusa con una nuova flessione dell’1,7% e ha confermato una fase di fragilità che ormai dura da cinque settimane. Il quadro non riguarda solo l’indice in sé, ma il clima complessivo: petrolio in rialzo, volatilità più alta, dubbi sulle prossime mosse della banca centrale e crescente difficoltà nel distinguere un semplice rimbalzo tecnico da un vero ritorno del trend rialzista. 

Questo significa che le valutazioni più interessanti, da sole, potrebbero non bastare nel brevissimo periodo. Un mercato può diventare più conveniente senza per questo smettere subito di scendere. È una distinzione che spesso viene trascurata nei momenti di tensione, quando ogni ribasso sembra automaticamente trasformarsi in una “occasione”. In realtà, tra un indice più attraente sul piano fondamentale e un indice pronto a invertire il trend può esserci una distanza temporale anche significativa. Ed è proprio in questo spazio che la stagionalità può offrire una chiave di lettura utile, purché non venga scambiata per una garanzia.

Il comportamento tipico di aprile nello storico dello S&P 500

L’analisi dello storico analizzato offre un dato molto interessante. Dal 1970 a oggi, aprile ha chiuso in positivo in 37 casi su 56, cioè nel 66,1% delle osservazioni. La performance media mensile è stata pari a +1,25%, mentre la mediana si colloca a +0,91%. Non solo: considerando l’intera serie, aprile risulta il terzo mese migliore dell’anno per rendimento medio, alle spalle di novembre e dicembre. È quindi uno dei mesi che, storicamente, ha mostrato una predisposizione più costruttiva per il mercato americano.

La forza del dato non si esaurisce nel lungo periodo. Restringendo l’osservazione alle decadi più recenti, il profilo di aprile resta favorevole. Dal 1990 in poi, il mese ha registrato una performance media di circa +1,50%, con 26 chiusure positive su 36, pari al 72,2% dei casi. Dal 2000 in avanti, la media si attesta intorno a +1,56%, mentre la quota di mesi positivi resta elevata, al 69,2%. In sostanza, la stagionalità di aprile non appartiene solo al passato remoto del mercato americano, ma continua a essere visibile anche nel periodo più vicino a quello attuale.

Naturalmente esiste anche il rovescio della medaglia. Nello storico allegato il peggior aprile è stato quello del 1970, con un ribasso del 9,04%, mentre il migliore è stato aprile 2020, con un progresso del 12,68%. Questo intervallo molto ampio ricorda una cosa semplice ma decisiva: aprile tende spesso a essere un mese favorevole, ma non è affatto immune dagli shock di contesto. Se le condizioni macroeconomiche o geopolitiche diventano dominanti, la statistica stagionale può perdere molta della sua capacità orientativa.

Perché il 2026 non è un aprile qualsiasi

Il punto centrale, allora, è capire quanto il 2026 somigli a un anno “normale”. E la risposta, osservando il quadro attuale, è che gli elementi di eccezionalità non mancano. Il mercato si presenta all’appuntamento con aprile dopo un trimestre segnato da debolezza, con il petrolio salito sopra i 100 dollari e con il timore che l’inflazione possa tornare a complicare la traiettoria della politica monetaria. In questo contesto, anche una stagionalità storicamente favorevole rischia di dover fare i conti con un freno molto pesante: l’incertezza sugli effetti economici di uno shock energetico prolungato. 

Ecco perché l’incrocio tra previsioni degli analisti e comportamento storico di aprile va letto con attenzione. Gli analisti stanno dicendo che, sul medio periodo, il mercato americano non ha perso del tutto la propria capacità di recupero. Lo storico suggerisce che aprile sia spesso un mese favorevole per i listini USA. Ma nessuno dei due elementi, preso da solo, basta a rendere lineare la traiettoria delle prossime settimane. La combinazione è interessante, non risolutiva.

Un passaggio da osservare con attenzione

La lettura più equilibrata è probabilmente questa: lo S&P 500 si trova in una zona nella quale i prezzi sono diventati più interessanti rispetto a qualche settimana fa, e il calendario entra in uno dei mesi che storicamente hanno offerto più spesso un contributo positivo. Tuttavia, il mercato non si muove nel vuoto. Finché petrolio, inflazione attesa e politica monetaria resteranno fattori così sensibili, ogni tentativo di recupero potrà essere rapido ma anche vulnerabile a nuove correzioni. 

In termini pratici, la chiave non sembra essere quella di cercare certezze assolute, ma di distinguere i segnali di breve dal quadro di fondo. Se aprile dovesse iniziare con un rimbalzo, il vero test sarà capire se quel movimento sarà accompagnato da un miglioramento del contesto e delle aspettative sugli utili, oppure se resterà soltanto una reazione tecnica dopo un periodo di forte pressione. È una differenza meno spettacolare nei titoli, ma molto più importante nei fatti.

Cosa tenere a mente adesso

Quando il mercato entra in una fase simile, i numeri aiutano più delle impressioni. Da una parte, le stime aggiornate mostrano che una parte rilevante del mondo analitico continua a vedere spazio di recupero per l’azionario americano nel corso del 2026. Dall’altra, lo storico insegna che aprile ha spesso offerto un sostegno statistico allo S&P 500. Ma entrambe queste indicazioni vanno lette per quello che sono: segnali utili, non promesse.

Per chi osserva il mercato, le indicazioni più semplici restano anche le più solide. Conviene seguire l’evoluzione del petrolio, le indicazioni sulla tenuta degli utili e il modo in cui l’indice reagirà agli eventuali tentativi di recupero. Se il mercato mostrerà capacità di assorbire le cattive notizie, allora la combinazione tra valutazioni più interessanti e stagionalità favorevole potrebbe acquistare peso. Se invece ogni rimbalzo verrà rapidamente venduto, significherà che la prudenza continua a dominare e che aprile, almeno questa volta, potrebbe non bastare da solo a cambiare la storia.