Bolla dell’IA o siamo ancora all’inizio della rivoluzione? Due diverse interpretazioni a Wall Street

Alessandro Nuzzo

13 Giugno 2026 - 15:00

Nvidia perde 330 miliardi in un giorno, Broadcom crolla del 13% nonostante ricavi record. I segnali ricordano la bolla dot-com del 2000, ma i dati raccontano una storia più complessa.

Bolla dell’IA o siamo ancora all’inizio della rivoluzione? Due diverse interpretazioni a Wall Street

Nelle ultime settimane Wall Street è diventata il teatro di uno scontro tra pessimisti e ottimisti riguardo al settore dell’intelligenza artificiale. Da un lato c’è chi teme che si stia assistendo alla formazione di una bolla simile a quella delle dot-com tra il 1999 e il 2000; dall’altro c’è chi sostiene che, nonostante l’impressionante rally dei mercati, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sia ancora nelle sue fasi iniziali e che il mercato stia solo cominciando a comprenderne le conseguenze di lungo periodo. Entrambe le tesi sono supportate da argomentazioni valide, rendendo il momento attuale particolarmente difficile da interpretare.

Pessimisti e ottimisti a confronto

Per il momento, quanto accaduto la scorsa settimana sembra dare ragione ai pessimisti. In una sola seduta il settore dei semiconduttori ha bruciato circa 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, mentre Nvidia ha visto evaporare oltre 300 miliardi di dollari del proprio valore. Broadcom ha registrato una delle peggiori giornate della sua storia da società quotata e il Nasdaq ha segnato uno dei più pesanti cali giornalieri mai registrati in termini di punti.

Michael Burry, l’investitore diventato famoso per aver previsto il crollo dei mutui subprime nel 2008, sostiene che l’attuale euforia attorno all’intelligenza artificiale ricordi gli ultimi mesi della bolla dot-com. Anche Michael Hartnett di Bank of America ha evidenziato un dato difficile da ignorare: alla fine di maggio l’S&P 500 ha raggiunto un nuovo massimo storico, ma soltanto 20 società dell’indice hanno chiuso a livelli record. Lo stesso numero registrato nel marzo del 2000, quando la bolla tecnologica raggiunse il suo apice.

Il messaggio lanciato dagli analisti più pessimisti è piuttosto chiaro. In apparenza il mercato sembra forte, ma il rialzo è sostenuto da un numero sempre più ristretto di aziende. Quando la salute di un intero indice dipende da pochi titoli, si crea una fragilità strutturale che storicamente ha spesso preceduto fasi di correzione significativa.

Dall’altro lato c’è però il fronte degli ottimisti, che risponde con dati altrettanto convincenti. Nel 1999 i dieci titoli con la migliore performance dell’S&P 1500 erano cresciuti mediamente del 606%. Oggi lo stesso indicatore si ferma attorno al 240%, meno della metà. Inoltre, il divario tra i migliori e i peggiori titoli dell’indice è di circa 125 punti percentuali, contro oltre il doppio registrato alla fine degli anni Novanta.

Un’altra differenza fondamentale rispetto alla bolla dot-com riguarda la qualità delle aziende coinvolte. Molte società tecnologiche che volavano in Borsa negli anni Novanta non avevano ricavi significativi, prodotti consolidati o modelli di business sostenibili. Gli investitori acquistavano soprattutto promesse. Oggi, invece, aziende come Nvidia generano decine di miliardi di dollari di flussi di cassa, Microsoft è una delle imprese più redditizie della storia del capitalismo, mentre Alphabet, Meta e Broadcom producono profitti reali e dispongono di enormi riserve di liquidità. Non si tratta di società vuote, ma di colossi altamente profittevoli che vengono scambiati a valutazioni elevate.

Il punto, quindi, non è stabilire se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo, perché con ogni probabilità lo farà e sta già iniziando a farlo. La vera domanda è se gli investitori stiano pagando oggi prezzi troppo elevati per profitti che potrebbero materializzarsi soltanto tra cinque o dieci anni. La storia di Internet insegna una lezione importante: la tecnologia ha effettivamente trasformato il mondo in modi che nel 1999 erano difficili da immaginare, eppure il Nasdaq perse circa l’80% del proprio valore tra il 2000 e il 2002. Non perché Internet fosse una truffa, ma perché il mercato aveva anticipato eccessivamente il futuro.

In conclusione, il mercato attuale non sembra una replica perfetta della bolla dot-com nel senso classico del termine. Le aziende protagoniste della corsa all’intelligenza artificiale hanno profitti reali, fondamentali solidi e flussi di cassa documentati. Tuttavia, ci troviamo in un contesto in cui una rivoluzione tecnologica senza precedenti si combina con aspettative estremamente elevate, una forte concentrazione di capitale e una crescente dipendenza degli indici da un ristretto gruppo di colossi. Questa combinazione non garantisce necessariamente un crollo, ma rende quasi certa una forte volatilità e aumenta il rischio che qualsiasi discrepanza tra aspettative e risultati venga punita dai mercati con estrema rapidità.

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