Apple è troppo cara? La lezione di Shiller e Kindleberger dopo il record dei 5.000 miliardi

Gerardo Marciano

11 Agosto 2026 - 07:44

Apple resta vicina a 36 volte gli utili. Shiller e Kindleberger aiutano a leggere valutazioni, AI, aspettative e i target degli analisti dopo il record dei 5.000 miliardi.

Apple è troppo cara? La lezione di Shiller e Kindleberger dopo il record dei 5.000 miliardi

Ci sono momenti nei quali stabilire se un’azienda stia andando bene è relativamente semplice, mentre capire se il prezzo delle sue azioni rifletta correttamente quella forza diventa molto più difficile. Quando ricavi, utili e quotazioni raggiungono contemporaneamente livelli eccezionali, il confine tra crescita fondamentale e aspettative si assottiglia.

Apple si trova esattamente in questa situazione. La società continua a produrre risultati che sarebbero straordinari per quasi qualsiasi altra impresa globale, ma la dimensione raggiunta obbliga ormai a cambiare prospettiva. Ogni punto percentuale di crescita deve essere rapportato a centinaia di miliardi di dollari di fatturato e a una valutazione di Borsa nell’ordine di migliaia di miliardi.

Il vero interrogativo, quindi, non riguarda soltanto il prossimo iPhone, l’intelligenza artificiale o la crescita dei servizi. Riguarda ciò che accade quando una grande storia industriale diventa anche una grande storia finanziaria: quanto futuro è già incorporato nel prezzo e quanto spazio rimane perché i risultati possano sorprendere ancora?

Da 5.000 a circa 4.600 miliardi: cosa è successo davvero alla capitalizzazione

Il dato della capitalizzazione merita particolare attenzione perché cifre apparentemente contraddittorie descrivono, in realtà, momenti diversi.

Il 28 luglio 2026 Apple ha raggiunto durante la seduta un massimo di 342,89 dollari. A quel prezzo la capitalizzazione è arrivata brevemente a circa 5.036 miliardi di dollari, superando per la prima volta la soglia dei 5.000 miliardi. Quando nella stessa giornata il titolo è tornato a 339,33 dollari, il valore di mercato era già ridisceso sotto quella soglia.

La chiusura del 7 agosto è stata invece pari a 313,33 dollari. A quel prezzo la capitalizzazione può essere indicata, senza introdurre una precisione eccessiva legata al diverso numero di azioni utilizzato dai singoli provider, nell’ordine dei 4.600 miliardi di dollari.

L’ultimo documento trimestrale di Apple indicava infatti 14,594 miliardi di azioni effettivamente in circolazione al 17 luglio. Moltiplicando questo numero per 313,33 dollari si ottiene una capitalizzazione di circa 4.573 miliardi. Alcuni provider finanziari riportano valori leggermente superiori perché utilizzano conteggi delle azioni o date di rilevazione differenti.

Non esiste dunque alcuna contraddizione tra i 5.000 miliardi e gli attuali circa 4.600 miliardi: il primo valore corrisponde al massimo intraday del 28 luglio, mentre il secondo fotografa il titolo dopo la successiva correzione.

In meno di due settimane Apple ha quindi visto ridursi il proprio valore di mercato di oltre 400 miliardi di dollari rispetto al picco, senza che nello stesso periodo si sia verificato un deterioramento paragonabile dell’attività industriale.

È proprio questa asimmetria tra andamento dei fondamentali e andamento del prezzo a rendere il caso particolarmente interessante.

Una trimestrale che per molte aziende sarebbe eccezionale

Nel trimestre fiscale terminato il 27 giugno 2026 Apple ha realizzato ricavi per 109,4 miliardi di dollari, in aumento del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’utile netto è passato da circa 23,4 a 29,8 miliardi di dollari, mentre l’utile diluito per azione è salito da 1,57 a 2,02 dollari, con un incremento del 29%. Il margine lordo ha raggiunto il 50,1%.

La crescita, inoltre, non è arrivata da un’unica divisione.

L’iPhone ha generato ricavi per 54,25 miliardi di dollari, circa il 22% in più rispetto all’anno precedente. Il Mac è salito a 10,35 miliardi, con una crescita vicina al 29%, mentre i servizi hanno raggiunto 30,74 miliardi, segnando un progresso superiore al 12%.

Anche la Greater China, che negli ultimi anni era stata considerata uno dei principali elementi di fragilità della storia Apple, ha registrato un’importante accelerazione: i ricavi trimestrali sono saliti a 18,82 miliardi di dollari, oltre il 22% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Sono numeri difficilmente compatibili con l’immagine di una società sostenuta esclusivamente dall’entusiasmo del mercato.

Un elemento non ricorrente deve tuttavia essere isolato. Il trimestre ha beneficiato di rimborsi tariffari che hanno aggiunto circa due punti percentuali al margine lordo e circa 0,11 dollari all’utile per azione.

Depurando l’EPS da questo contributo, si arriva a circa 1,91 dollari. Rispetto agli 1,57 dollari dello stesso trimestre dell’anno precedente, la crescita sottostante rimane comunque nell’ordine del 22%.

La conclusione non cambia, ma diventa più precisa: Apple continua a mostrare una forte espansione degli utili anche eliminando un beneficio non ricorrente.

Il buyback aumenta l’EPS, ma non va confuso con la crescita operativa

Un secondo elemento riguarda i riacquisti di azioni proprie.

Nei primi nove mesi dell’esercizio Apple ha riacquistato circa 215 milioni di azioni spendendo 61,8 miliardi di dollari. Il numero medio diluito di azioni è così diminuito rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Questo meccanismo ha un effetto diretto sull’EPS: a parità di utile complessivo, distribuire lo stesso profitto su un numero inferiore di azioni aumenta automaticamente l’utile per azione.

Nei primi nove mesi dell’esercizio l’utile netto è passato da circa 84,5 a 101,5 miliardi di dollari, con una crescita nell’ordine del 20%. L’EPS diluito è invece salito da 5,62 a 6,88 dollari, circa il 22%.

La differenza non è enorme, ma è significativa per chi analizza un titolo attraverso i multipli.

Non si tratta di un artificio contabile. Apple utilizza risorse finanziarie reali e cassa generata dall’attività per acquistare le proprie azioni. È però utile distinguere la crescita prodotta direttamente dall’attività aziendale da quella aggiuntiva ottenuta attraverso la riduzione del numero di titoli in circolazione.

Il punto centrale è il prezzo pagato per gli utili

A 313,33 dollari e con un EPS trailing nell’ordine di 8,71 dollari, Apple viene valutata circa 36 volte gli utili degli ultimi dodici mesi.

Il reciproco del P/E, il cosiddetto earnings yield, è quindi vicino al 2,8%.

Questo numero non dimostra che Apple sia necessariamente cara. Un’impresa capace di far crescere gli utili rapidamente può giustificare multipli molto superiori rispetto a quelli riconosciuti ad aziende mature o con prospettive inferiori.

Il P/E indica però indirettamente quanta parte della crescita futura gli investitori sono già disposti a pagare oggi.

È qui che diventa particolarmente interessante applicare la lettura di Robert Shiller. In Irrational Exuberance il rapporto tra prezzo e utili viene inserito all’interno di una dinamica molto più complessa nella quale intervengono aspettative, meccanismi di feedback, narrazioni di “nuova era”, comportamento degli investitori e propensione ad attribuire al futuro una prosecuzione dei trend osservati nel presente.

Nel caso Apple la domanda più utile non è quindi stabilire se 36 volte gli utili siano “troppo”.

La domanda è un’altra: quale crescita degli utili sarebbe necessaria per rendere sostenibile questa valutazione nel tempo?

Un semplice esercizio di scenario permette di comprenderlo.

Partendo da 313,33 dollari, ipotizziamo esclusivamente a fini matematici che il prezzo possa crescere dell’8% medio annuo per cinque anni. Non si tratta di una previsione né di un rendimento atteso, ma di una simulazione utile a valutare la sensibilità ai multipli.

Dopo cinque anni il prezzo sarebbe di circa 460 dollari.

Se a quel momento il mercato continuasse a riconoscere ad Apple un P/E di 36, sarebbero necessari circa 12,8 dollari di EPS. Partendo dagli attuali 8,71 dollari, significherebbe una crescita media annua dell’utile per azione prossima all’8%.

Se invece il multiplo scendesse da 36 a 30, per sostenere lo stesso prezzo sarebbero necessari circa 15,35 dollari di EPS. La crescita richiesta salirebbe così a circa il 12% annuo.

Con un P/E finale pari a 25, l’EPS necessario raggiungerebbe circa 18,4 dollari e il ritmo di crescita richiesto supererebbe il 16% medio annuo per cinque anni.

Il significato dell’esercizio non è quello di indicare dove possa trovarsi Apple tra cinque anni. Mostra qualcosa di diverso: quando si parte da multipli elevati, una parte consistente della performance futura dipende dalla capacità degli utili di crescere abbastanza velocemente da compensare un’eventuale normalizzazione della valutazione.

Un’azienda può quindi continuare a migliorare i propri risultati mentre la sua azione produce una performance molto più modesta.

Kindleberger: l’AI come “displacement”, ma Apple non è una classica mania

Charles Kindleberger descrive molte grandi fasi speculative come processi inizialmente innescati da un “displacement”, cioè un cambiamento capace di modificare radicalmente le opportunità percepite dagli investitori.

Può essere una nuova tecnologia, l’apertura di un mercato, una liberalizzazione finanziaria o un cambiamento delle condizioni economiche. Il punto essenziale è che l’evento iniziale può essere perfettamente reale e importante.

Il problema nasce eventualmente in seguito, quando dalle nuove opportunità si passa a un’espansione delle aspettative, quindi a prezzi crescenti che attirano altri investitori e, nelle fasi estreme, all’euforia.

Per Apple il displacement contemporaneo ha un nome evidente: intelligenza artificiale.

La trasformazione tecnologica è reale. Anche gli investimenti di Cupertino lo sono. Nel trimestre terminato a giugno le spese in ricerca e sviluppo sono salite da circa 8,9 a 11,7 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 30%.

La particolarità del caso Apple sta però nella modalità con cui il gruppo potrebbe monetizzare l’AI.

Altri grandi operatori tecnologici stanno affrontando investimenti enormi in data center, semiconduttori e infrastrutture. Apple dispone invece di un vantaggio differente: un’enorme base installata di dispositivi, il controllo dell’integrazione tra hardware e software e una relazione diretta con centinaia di milioni di utenti.

La narrativa finanziaria è quindi intuitiva: se l’AI diventerà sempre più centrale nell’esperienza digitale e Apple controllerà uno dei principali punti di accesso degli utenti a quella tecnologia, il gruppo potrebbe trasformare l’intelligenza artificiale in nuovi servizi, maggiore fedeltà all’ecosistema e ulteriore domanda di dispositivi.

È una tesi industriale plausibile.

Non equivale, però, a dire che qualsiasi prezzo attribuito alle azioni sia automaticamente giustificato.

Ed è proprio qui che Kindleberger diventa particolarmente utile. L’economista mette in guardia dall’utilizzare la storia come un sistema meccanico di previsione. Gli episodi possono avere forti somiglianze senza essere identici.

Applicare la sua analisi ad Apple non significa quindi concludere che il titolo sia necessariamente in una bolla.

Ci sono, anzi, differenze molto profonde rispetto alle classiche manie finanziarie.

Quando risultati eccellenti non bastano

La reazione alla trimestrale offre un esempio concreto della differenza tra fondamentali e aspettative.

Apple ha presentato ricavi in crescita del 16% e un EPS in aumento del 29%, ma il mercato si è concentrato soprattutto sulle prospettive per il trimestre successivo.

La società ha indicato una crescita dei ricavi compresa tra il 9% e l’11%, inferiore al circa 12% atteso in quel momento dal consensus. Sono inoltre emersi vincoli di approvvigionamento e pressioni sui costi, in particolare su alcune componenti.

È bastato questo perché il titolo subisse una brusca correzione.

Il mercato non stava giudicando negativamente i risultati appena prodotti. Stava rivedendo la propria valutazione di ciò che sarebbe potuto accadere dopo.

Questo passaggio è particolarmente significativo alla luce della lettura di Shiller.

Quando le aspettative incorporate nel prezzo diventano elevate, non è necessario che un’azienda vada male perché le azioni scendano. Può essere sufficiente che i risultati siano meno brillanti di quanto precedentemente anticipato.

In altre parole, per un titolo valutato a multipli elevati esiste una differenza sostanziale tra “buono” e “abbastanza buono rispetto alle aspettative”.

Le raccomandazioni dell’ultimo mese: Wall Street è molto più divisa di quanto sembri

Anche le raccomandazioni pubblicate dagli analisti nell’ultimo mese mostrano quanto sia difficile attribuire un valore univoco ad Apple.

Per rendere confrontabili le diverse valutazioni, gli scostamenti percentuali vengono calcolati rispetto alla chiusura del 7 agosto, pari a 313,33 dollari. Le percentuali indicano esclusivamente la distanza matematica fra quotazione e target price e non rappresentano una previsione di rendimento.

Il 13 luglio Citi ha confermato Buy e alzato il target da 315 a 365 dollari. Rispetto a 313,33 dollari, l’obiettivo si colloca il 16,5% più in alto.

Il 14 luglio KeyBanc ha invece ridotto il giudizio a Underweight e indicato un target di 250 dollari. La distanza rispetto al prezzo di riferimento è pari a -20,2%. Tra gli elementi di cautela figuravano la valutazione, il ritmo degli upgrade dei dispositivi e le prospettive della domanda hardware.

Il 17 luglio HSBC ha promosso Apple da Hold a Buy, aumentando il target da 260 a 366 dollari. La differenza rispetto alla quotazione del 7 agosto è del 16,8%.

Il 20 luglio Bank of America ha confermato Buy con target a 380 dollari, il 21,3% sopra il prezzo di riferimento.

Il 23 luglio Baird ha confermato Outperform e portato il proprio obiettivo da 310 a 330 dollari. Lo scostamento è del 5,3%.

Il 27 luglio Goldman Sachs ha innalzato il target da 340 a 370 dollari mantenendo una valutazione positiva. Dopo i risultati trimestrali, il target è stato successivamente ridotto a 360 dollari. Il riferimento più recente si colloca quindi il 14,9% sopra la quotazione di 313,33 dollari.

Il 31 luglio, subito dopo la pubblicazione dei conti, si è concentrato un numero particolarmente elevato di revisioni.

Maxim ha confermato Buy e alzato il target da 350 a 380 dollari, con una distanza positiva del 21,3%.

Bernstein ha mantenuto Outperform e portato il target da 350 a 370 dollari, pari a +18,1%.

Rosenblatt Securities ha confermato Neutral aumentando l’obiettivo da 276 a 300 dollari. Il target rimane quindi il 4,3% sotto la chiusura del 7 agosto.

Jefferies ha mantenuto Neutral riducendo invece il target a 285,56 dollari, circa l’8,9% sotto il prezzo di riferimento.

Barclays ha confermato Underweight e tagliato l’obiettivo da 253 a 245 dollari. La distanza rispetto a 313,33 dollari raggiunge così -21,8%, una delle valutazioni più prudenti tra quelle pubblicate nel periodo.

Morgan Stanley ha confermato Overweight riducendo marginalmente il target da 364 a 360 dollari. Lo scostamento rimane positivo per il 14,9%.

Wells Fargo ha mantenuto Overweight portando il target da 310 a 350 dollari, l’11,7% sopra la quotazione utilizzata come riferimento.

JPMorgan ha confermato Overweight ma ridotto il proprio target da 345 a 340 dollari. La differenza è dell’8,5%.

TD Cowen ha confermato Buy e innalzato il target da 350 a 400 dollari. Rispetto ai 313,33 dollari del 7 agosto, si tratta di uno scostamento del 27,7%, il più ampio tra i target positivi aggiornati nel periodo considerato.

UBS ha mantenuto Neutral con target di 296 dollari, il 5,5% sotto la quotazione di riferimento.

Nei primi giorni di agosto sono proseguite le revisioni.

Il 3 agosto DZ Bank ha abbassato il giudizio da Buy a Neutral.

Nella stessa giornata Phillip Securities ha ridotto il rating da Neutral a Reduce con target a 290 dollari, pari a -7,4%.

Il 4 agosto China Renaissance ha abbassato il giudizio da Buy a Hold e ridotto il target da 329 a 280 dollari. La distanza rispetto al prezzo di riferimento è di -10,6%.

Sempre il 4 agosto CICC ha confermato Outperform e portato il target da 310 a 340 dollari, equivalente a +8,5%.

Il 6 agosto Citic Securities ha confermato Add e aumentato l’obiettivo da 300 a 349 dollari, con uno scostamento dell’11,4%.

La fotografia complessiva è molto più articolata di quanto possa suggerire una semplice indicazione di consensus.

Il target medio rilevato sul mercato si colloca nell’area dei 323 dollari, poco sopra i 313,33 dollari utilizzati come riferimento. La distanza è quindi limitata a circa il 3%.

Molto più interessante è la dispersione.

I target complessivi censiti spaziano da circa 215 fino a 400 dollari. Tra le due estremità ci sono 185 dollari, quasi il 60% della quotazione di riferimento.

È una distanza enorme per una società delle dimensioni, della copertura analitica e della maturità di Apple.

Il dato suggerisce che il problema non sia tanto stabilire se Apple sia un’azienda di elevata qualità. Il disaccordo riguarda soprattutto quanto valga oggi quella qualità e quanta crescita futura sia ragionevole incorporare nel prezzo.

Il paradosso Apple: il rischio non richiede una crisi aziendale

È forse questo l’aspetto più importante dell’intera analisi.

Perché le azioni Apple attraversino una fase difficile non è necessario ipotizzare una crisi dell’iPhone, una contrazione improvvisa degli utili o problemi di solvibilità.

A multipli elevati può essere sufficiente che l’azienda continui a crescere, ma meno rapidamente di quanto previsto dal mercato.

Il passaggio da un P/E di 36 a un multiplo di 30 o 25 può verificarsi anche mentre l’EPS aumenta. In questo caso l’espansione degli utili verrebbe almeno in parte assorbita dalla riduzione di quanto gli investitori sono disposti a pagare per ogni dollaro di profitto.

È il rischio di compressione dei multipli.

Il processo opposto è altrettanto possibile. Se Apple riuscisse a mantenere una crescita dell’EPS a doppia cifra, ad accelerare nuovamente nei servizi e a trasformare l’AI in un nuovo motore economico misurabile, il denominatore del P/E potrebbe crescere rapidamente e rendere progressivamente meno impegnativa l’attuale valutazione.

È per questo che un multiplo elevato non costituisce, da solo, né un segnale di imminente ribasso né una prova di sopravvalutazione.

Indica soprattutto che il margine concesso alle delusioni è inferiore.

Apple non presenta la fragilità finanziaria tipica delle grandi manie

C’è inoltre un’importante differenza rispetto a molte delle crisi analizzate da Kindleberger.

Nelle grandi manie finanziarie il credito tende spesso ad assumere un ruolo centrale. L’aumento dei prezzi incoraggia il ricorso alla leva, la crescita della leva sostiene ulteriormente i prezzi e il sistema diventa progressivamente più vulnerabile a una variazione delle condizioni finanziarie.

Apple non presenta questa configurazione a livello societario.

Nei primi nove mesi dell’esercizio il gruppo ha continuato a generare enormi flussi di cassa, ha destinato oltre 60 miliardi ai buyback e contemporaneamente ha ridotto alcune forme di indebitamento.

Il commercial paper è sceso rispetto alla fine dell’esercizio precedente e anche il debito obbligazionario è diminuito.

Non emerge quindi l’immagine di una società che abbia bisogno del continuo aumento della propria quotazione o di credito sempre più abbondante per sostenere l’attività.

Il principale rischio finanziario per l’azionista appare dunque legato alla valutazione, non alla solvibilità del gruppo.

L’AI deve passare dalla narrativa al conto economico

Il tema dell’intelligenza artificiale diventerà probabilmente uno dei principali test per la valutazione attribuita ad Apple.

L’aumento delle spese in ricerca e sviluppo dimostra che Cupertino sta investendo concretamente. Quello che dovrà diventare progressivamente osservabile è il ritorno economico di questi investimenti.

Gli effetti potrebbero manifestarsi attraverso differenti canali: accelerazione del ciclo di sostituzione degli iPhone, incremento del valore dei servizi, nuovi ricavi ricorrenti, maggiore capacità di trattenere gli utenti nell’ecosistema o possibilità di applicare prezzi superiori ai nuovi dispositivi.

Il punto decisivo sarà distinguere tra utilizzo dell’AI e monetizzazione dell’AI.

Una tecnologia può essere molto importante per il prodotto senza generare immediatamente un aumento proporzionale degli utili. Per un’azienda valutata a multipli elevati questa differenza assume un’importanza particolare, perché il prezzo potrebbe già incorporare parte dei benefici futuri.

Anche in questo caso l’approccio di Shiller aiuta a evitare due estremi.

Il primo sarebbe considerare automaticamente infondata qualsiasi valutazione elevata associata a una nuova tecnologia.

Il secondo sarebbe ritenere che una tecnologia rivoluzionaria renda irrilevante il prezzo pagato per le azioni.

La storia dei mercati mostra che innovazione tecnologica e rendimento finanziario non sono la stessa cosa.

Cosa osservare adesso

La lettura congiunta dei fondamentali, delle valutazioni e delle indicazioni offerte da Kindleberger e Shiller non conduce a una semplice classificazione di Apple come “bolla” o come titolo necessariamente conveniente dopo la correzione.

I dati descrivono una società che continua a crescere a ritmi elevati, produce ingenti quantità di cassa e non mostra la fragilità finanziaria che accompagna molte delle grandi manie speculative storiche.

Allo stesso tempo, un P/E prossimo a 36 segnala che gli investitori attribuiscono già un valore importante alla crescita futura.

Per comprendere come possa evolvere questo equilibrio sarà quindi utile seguire soprattutto quattro variabili.

La prima è l’EPS, distinguendo la crescita operativa dagli effetti dei buyback e dagli elementi non ricorrenti.

La seconda riguarda i servizi, perché la capacità di mantenere tassi di crescita elevati in un’attività con caratteristiche economiche particolarmente favorevoli può avere un impatto rilevante sulla valutazione complessiva.

La terza è il margine lordo, soprattutto dopo un trimestre beneficiato dai rimborsi tariffari e mentre aumentano alcune pressioni sui costi.

La quarta, probabilmente la più osservata dal mercato, è la capacità di trasformare l’intelligenza artificiale da narrativa tecnologica in contributo misurabile a ricavi e utili.

Anche le raccomandazioni degli analisti vanno interpretate in questa prospettiva. La distanza tra target estremamente positivi e valutazioni molto più prudenti dimostra quanto sia ampia l’incertezza sul valore da attribuire alla crescita futura.

È forse questa la migliore sintesi del caso Apple. Il mercato sembra avere pochi dubbi sulla qualità dell’impresa. Il problema molto più complesso è stabilire quanto di quella qualità sia già contenuto nei circa 313 dollari pagati per ogni azione.

Più che trasformare un singolo target price, un multiplo o una trimestrale in un’indicazione automatica, l’analisi suggerisce quindi di verificare nel tempo se la crescita effettivamente prodotta da Apple riesca a raggiungere le aspettative incorporate nella valutazione.

Un’azienda eccellente e un investimento effettuato a un prezzo interessante sono infatti due concetti differenti. Ed è proprio nel rapporto tra questi due elementi che si giocherà probabilmente una parte importante della storia finanziaria di Apple nei prossimi anni.