Negli ultimi anni, in concomitanza con l’acuirsi delle tensioni con la Cina, gli analisti occidentali hanno più volte ripetuto il concetto di decoupling, intesa come la necessità di attuare un disaccoppiamento tra le economie occidentali e quella di Pechino. Chiara la volontà politica di Washington e Bruxelles: creare nuove supply chain immuni agli scossoni geopolitici (leggi: guerre commerciali) del Dragone.
Alla fine, contro ogni pronostico, è stata la Cina ad avviare, prima e in maniera decisa, un silenzioso smarcamento dall’Occidente, almeno nei settori strategici rilevanti. Il diktat del Partito Comunista Cinese coincide infatti con la necessità di rendere il Paese autonomo in alcuni ambiti, su tutti la tecnologia.
È proprio questo che ha consentito a Pechino di incrementare ulteriormente il proprio export, grazie alla massiccia immissione nei mercati mondiali di prodotti hi-tech quali auto elettriche, smartphone e pannelli solari.
Il risultato è che, nonostante i dazi di Donald Trump e un rallentamento al 4,5% negli ultimi tre mesi dell’anno, nel 2025 l’economia cinese è cresciuta del 5% raggiungendo l’obiettivo ufficiale del governo.
L’economia cinese alla prova del 2026
I dati pubblicati dall’Ufficio nazionale di statistica di Pechino hanno mostrato che l’economia cinese ha raggiunto l’obiettivo ufficiale di «circa» il 5%; per la cronaca, si tratta della stessa crescita del 2024.
Gli esperti si aspettavano che i dazi degli Stati Uniti e la persistente crisi immobiliare avrebbero inferto un duro colpo alle prestazioni economiche del Dragone nel 2025. Al contrario, il Paese ha ottenuto il suo più grande surplus commerciale di sempre (1,2 trilioni di dollari) trovando mercati alternativi per esportare i suoi prodotti, per lo più hi-tech.
Gli analisti ipotizzano una crescita anche per il 2026, al netto di un panorama geopolitico instabile e delle sfide strutturali che affliggono l’economia cinese. Una delle principali sfide coincide con l’onda lunga del crollo del mercato immobiliare – nella sua fase acuta durato quattro anni – che ha lasciato i proprietari delle abitazioni “depressi” e ben poco propensi a spendere per incrementare i consumi interni. E ancora: mentre gran parte del mondo sviluppato lotta per contenere l’inflazione, di recente la Cina ha dovuto combattere la deflazione, con prezzi al consumo in aumento solo dello 0,8% nel 2025.
Gli analisti di Citi descrivono un’economia «a forma di K» con fortune contrastanti. Le vendite al dettaglio, per esempio, hanno deluso a dicembre, mentre le esportazioni e la produzione manifatturiera sono nuovamente aumentate e hanno sostenuto la crescita complessiva.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che, per alcuni, le statistiche ufficiali non sarebbero affidabili: Capital Economics stima che gli ultimi dati sulla crescita potrebbero essere gonfiati fino a 1,5 punti percentuali, portando la crescita a circa il 3,5%...
Cosa succederà adesso
Larry Hu, responsabile dell’economia cinese presso Macquarie Group, ha fatto notare che nel 2025 l’economia del Dragone ha mostrato un rallentamento progressivo su base trimestrale, segno di una domanda interna ancora debole, e che la questione centrale non riguarda la crescita nominale, ma la capacità della Cina di superare l’attuale crescita a due velocità.
La spesa dei consumatori e gli investimenti delle imprese rimangono deboli, e questo perché la debolezza del mercato del lavoro e, come detto, il calo dei prezzi delle case pesano sulla domanda interna. Tuttavia, il suo vantaggio manifatturiero e la resilienza degli esportatori hanno sostenuto le fabbriche, mantenendo la crescita della produzione industriale ben oltre il 5% per gran parte dello scorso anno.
Le esportazioni nette hanno contribuito però per un terzo alla crescita economica nel 2025, il livello più alto dal 1997, quando la loro quota era del 42%.
Ecco: questo modello di crescita irregolare probabilmente persisterà anche nel 2026. Secondo le previsioni di Goldman Sachs Research, l’economia cinese dovrebbe crescere sostenuta dall’aumento dell’export e da un attenuarsi degli effetti negativi legati alla crisi del settore immobiliare. Il pil reale, corretto per l’inflazione, è atteso in crescita del 4,8%.